Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare
(I gabbiani sorvolano la foce dell’Elba, nel mare del Nord. “Banco di aringhe a sinistra” stride il gabbiano di vedetta e Kengah si tuffa. Ma quando riemerge, il mare è una distesa di petrolio. A stento spicca il volo, raggiunge la terra ferma, ma poi stremata precipita su un balcone di Amburgo. C’è un micio nero di nome Zorba su quel balcone, un grosso gatto cui la gabbiana morente affida l’uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto dal gatto solenni promesse: che lo coverà amorevolmente, che non si mangerà il piccolo e che, soprattutto, gli insegnerà a volare. E se per mantenere le prime due promesse sarà sufficiente l’amore materno di Zorba, per la terza ci vorrà una grande idea e l’aiuto di tutti…)
La storia è ambientata ad Amburgo, che è anche la prima città europea visitata dallo scrittore al suo arrivo dal Sudamerica e racconta della triste morte della gabbiana Kengah causata dal petrolio e del suo uovo affidato al gatto del porto.
Zorba promette di prendersi cura dell’uovo e poi del piccolo che nascerà.
E quando la gabbianella Fortunata, un nome decisamente simbolico, viene alla luce, Zorba e i suoi amici la aiutano a crescere e a superare tutte le paure, fino al suo primo volo.
E la paura di cui ci parla Sepúlveda non è solo quella del volo, ma anche quella del diverso.
Fortunata e Zorba mostrano a tutti come la collaborazione e l’aiuto reciproci possano portare alla realizzazione di un grande sogno.
Perché, in fondo…
Vola solo chi osa farlo…
Il modo in cui Zorba riesce a prendersi cura di Fortunata, che è piccola e indifesa, che ci commuove.
È come Fortunata riesce a non vedere le differenze fisiche fra lei e Zorba, e lo chiama “mamma”, che ci riempie gli occhi di lacrime.
È come gli animali, tutti i giorni, riescono a prendersi cura di chi è fragile…

