Quando Michele era ancora così piccolo da credere che tutte le cose importanti della vita potessero essere spiegate con una regola scritta su un quaderno, suo nonno Pietro gli aveva detto che prima o poi sarebbe arrivato anche per lui un giorno nel quale nessuno gli avrebbe ordinato di fare la cosa giusta, nessuno lo avrebbe rimproverato se avesse scelto di non farla, nessuno gli avrebbe promesso un premio se l’avesse fatta e forse nessuno avrebbe mai saputo quale decisione avesse preso, e che proprio in quel momento, quando sarebbe rimasto completamente solo davanti alla propria coscienza e avrebbe potuto scegliere liberamente tra la comodità di voltarsi dall’altra parte e la fatica di fare qualcosa che riteneva giusto, avrebbe cominciato a capire quale genere di uomo stava diventando.
Michele aveva soltanto otto anni e quelle parole gli sembravano troppo grandi per le cose semplici che riempivano le sue giornate, perché per lui il dovere consisteva soprattutto nel fare i compiti prima di andare a giocare, mettere in ordine la propria stanza quando glielo chiedeva la madre, arrivare puntuale a scuola, non raccontare bugie e chiedere scusa quando si accorgeva di avere fatto qualcosa di sbagliato, e ancora non poteva sapere che esistono doveri scritti nelle regole e doveri che nessuno scriverà mai, perché appartengono a quella parte silenziosa della coscienza nella quale una persona deve decidere da sola se ciò che accade agli altri meriti almeno una piccola parte della sua attenzione.
Michele viveva con i genitori e il nonno in un piccolo paese costruito sul fianco di una collina, dove le case erano così vicine che dalle finestre si poteva parlare quasi senza alzare la voce e dove, nelle sere d’estate, gli anziani portavano le sedie davanti alle porte mentre i bambini correvano nella piazza fino a quando il cielo diventava scuro, le rondini scomparivano sopra i tetti e dalle case cominciavano ad arrivare le voci delle madri che chiamavano i figli per la cena, dando a ciascuno la sensazione che quella vita semplice, fatta di rumori conosciuti e persone incontrate ogni giorno, sarebbe continuata nello stesso modo per sempre.
In quel paese esisteva da moltissimo tempo una tradizione che nessuno sapeva più raccontare con precisione quando fosse cominciata, perché davanti alla porta di ogni abitazione era appesa una piccola lanterna che al tramonto doveva essere accesa dalla famiglia che viveva in quella casa, non soltanto per illuminare l’ingresso della propria abitazione, ma soprattutto perché tutte quelle piccole luci, disposte una dopo l’altra lungo la strada che dalla piazza saliva fino alla parte più alta del paese, formavano insieme un lungo percorso luminoso che permetteva a chiunque tornasse tardi di camminare senza paura.
La luce di una sola lanterna arrivava appena a pochi metri dalla porta davanti alla quale era appesa e, osservata da sola, poteva sembrare quasi insignificante, ma quando tutte le famiglie accendevano la propria, il paese diventava una lunga collana luminosa distesa sulla collina, e perfino un viaggiatore che non conosceva quelle strade poteva attraversarlo senza rimanere completamente al buio.
Il nonno Pietro usciva ogni sera poco prima del tramonto, puliva il vetro della lanterna con un vecchio panno che teneva sempre nella tasca della giacca, controllava che tutto fosse in ordine e poi accendeva la piccola fiamma, mentre Michele lo osservava compiere quei gesti con la stessa attenzione con cui si guarda qualcuno eseguire un rito antico del quale non si comprende ancora il significato.
Una sera il bambino gli domandò perché continuasse ad accendere la lanterna anche quando nessuno della famiglia doveva uscire.
Pietro continuò lentamente a pulire il vetro e rispose che quella luce non serviva soltanto a loro.
Michele guardò la lanterna e poi la porta di casa.
«Ma è la nostra lanterna.»
Il nonno sorrise, alzò gli occhi verso la strada e disse: «È vero, Michele, la lanterna è nostra perché siamo noi a dovercene prendere cura, ma la luce che produce non sa a chi appartiene e non sceglie chi deve aiutare, perché cade sulla strada e illumina allo stesso modo il nostro passo, quello del vicino, quello di uno sconosciuto e perfino quello di una persona che forse non incontreremo mai.»
Michele non comprese completamente quelle parole, ma le ricordò.
Poco più avanti abitava Tommaso, che aveva la stessa età di Michele, frequentava la stessa classe ed era uno dei bambini più allegri del paese, capace di inventare giochi nei quali tutti volevano partecipare e generoso quando si trattava di dividere una merenda o prestare un giocattolo, ma possedeva un’abitudine che sembrava piccola e innocente e che con il passare del tempo aveva cominciato a trasformarsi in un modo di guardare il mondo, perché davanti a qualsiasi problema la sua prima domanda non era mai che cosa potesse fare, bensì se fosse davvero compito suo occuparsene.
Una mattina i due bambini stavano andando a scuola quando trovarono alcuni quaderni e due libri caduti vicino al cancello, probabilmente scivolati dallo zaino di qualche alunno che era passato poco prima, e mentre Michele si chinava per raccoglierli e portarli alla maestra, Tommaso gli domandò perché perdesse tempo con oggetti che non appartenevano a nessuno dei due.
Michele rispose che proprio perché non erano loro qualcuno avrebbe potuto tornare a cercarli, ma Tommaso gli fece notare che chi li aveva persi avrebbe potuto raccoglierli da solo e continuò tranquillamente a camminare, convinto che non ci fosse nulla di sbagliato nel lasciare a ciascuno la responsabilità delle proprie cose.
Un’altra volta trovarono un grosso ramo caduto sul piccolo sentiero che portava al prato nel quale giocavano i bambini più piccoli, e Michele, vedendo che qualcuno avrebbe potuto inciampare, lo afferrò da un’estremità e cominciò a trascinarlo verso il bordo.
Tommaso lo osservò e gli domandò se fosse stato lui a farlo cadere.
Quando Michele rispose di no, Tommaso rise e disse che allora non riusciva proprio a capire perché dovesse essere lui a spostarlo.
Michele rimase per qualche secondo con le mani sul ramo, perché quella domanda gli sembrò ragionevole e non riuscì a trovare una risposta abbastanza convincente, così quella sera, mentre il nonno Pietro accendeva la lanterna, gli raccontò ciò che era accaduto e gli domandò chi avesse veramente il dovere di togliere quel ramo.
Il vecchio ascoltò con attenzione e poi gli chiese chi lo avesse fatto cadere.
«Il vento», rispose Michele.
Pietro sorrise.
«Allora dovremmo aspettare che torni il vento a rimetterlo al suo posto?»
Michele scoppiò a ridere.
«Il vento non può farlo.»
Il nonno annuì e, guardando il bambino, gli spiegò che proprio per questo nella vita esistono problemi che nessuno di noi ha provocato e che tuttavia, quando li incontriamo e abbiamo la possibilità di fare qualcosa di semplice per evitare che provochino un danno, diventano almeno per un momento anche una nostra responsabilità, perché non essere la causa di un problema non significa necessariamente dover rimanere indifferenti davanti alle sue conseguenze.
Passarono alcuni mesi e arrivò un inverno particolarmente freddo, durante il quale la neve ricoprì più volte i tetti e le strade del paese, mentre le giornate diventavano così corte che i bambini vedevano accendersi le lanterne quando ancora stavano terminando i compiti.
Una sera il nonno Pietro aveva la febbre e rimase a letto, mentre il padre di Michele non era ancora tornato dal lavoro e la madre era impegnata a preparare la cena.
Michele stava costruendo sul pavimento un grande castello di legno quando, guardando casualmente fuori dalla finestra, vide che quasi tutte le lanterne della strada erano già accese, mentre quella davanti alla loro casa rimaneva completamente buia.
Per qualche momento pensò che avrebbe potuto accenderla più tardi, poi tornò al castello, finché dalla stanza arrivò la voce debole del nonno che gli domandava se qualcuno avesse già acceso la lanterna.
Michele rispose di no.
Pietro gli chiese se potesse farlo lui.
Il bambino guardò il castello ancora incompleto e avrebbe preferito continuare a giocare, ma alla fine indossò il cappotto, uscì nel freddo, pulì il vetro come aveva visto fare tante volte al nonno e accese la piccola fiamma.
Quando tornò nella stanza di Pietro, ancora infreddolito, gli domandò perché fosse stato così importante accendere quella lanterna, visto che con quel freddo probabilmente nessuno sarebbe passato.
Il vecchio rimase qualche momento a guardarlo e poi disse: «Forse non passerà nessuno, Michele, e forse questa sera quella luce non servirà a una sola persona, ma quando facciamo qualcosa perché sappiamo che è giusto farla non possiamo pretendere di conoscere in anticipo il nome di chi ne riceverà il beneficio, perché il senso del dovere comincia proprio quando smettiamo di chiedere quale ricompensa riceveremo o chi ci ringrazierà e comprendiamo che alcune cose meritano di essere fatte semplicemente perché rendono un poco migliore e più sicuro il luogo nel quale viviamo insieme agli altri.»
Michele rimase pensieroso e, prima di uscire dalla stanza, guardò dalla finestra la propria lanterna che illuminava un piccolo tratto della strada innevata.
Qualche settimana dopo, nella parte più alta del paese, la lanterna della signora Teresa rimase spenta per tre sere consecutive, perché la donna era anziana, viveva sola e in quei giorni non si sentiva abbastanza bene da uscire per occuparsene.
Tommaso passò davanti alla sua casa, vide la lanterna buia e per qualche istante pensò che avrebbe potuto bussare per sapere se la donna avesse bisogno di qualcosa, ma subito dopo si disse che certamente qualche vicino conosceva già la situazione e che, dopotutto, non poteva essere lui a preoccuparsi di tutto ciò che accadeva nel paese.
Continuò per la sua strada.
Pochi giorni dopo rimase spenta anche un’altra lanterna, perché la famiglia che abitava in quella casa era partita per qualche settimana, poi se ne spense una terza che nessuno aveva pulito da molto tempo e successivamente una quarta, finché lungo la strada cominciarono ad apparire piccoli tratti di oscurità che all’inizio nessuno considerò importanti, perché ciascuna luce mancante sembrava troppo piccola per poter rappresentare un vero problema.
Qualcuno disse che una lanterna in meno non avrebbe cambiato nulla, qualcun altro pensò che sarebbe stato inutile continuare a occuparsi della propria se i vicini non facevano lo stesso, mentre altri ancora sostennero che certamente esisteva qualcuno incaricato di controllare la strada e che dunque non aveva senso preoccuparsi personalmente di una questione che spettava ad altri.
Fu così che, senza che nessuno decidesse di lasciare il paese al buio e senza che nessuno facesse volontariamente qualcosa di cattivo, le lanterne cominciarono a spegnersi una dopo l’altra, perché qualche volta le cose che appartengono a tutti non vengono perdute perché qualcuno desidera distruggerle, ma semplicemente perché ciascuno pensa che la propria piccola rinuncia sia troppo insignificante per avere conseguenze e che ci sarà sempre qualcun altro disposto a compensarla.
Tommaso, però, non si limitava soltanto a guardare quelle luci spegnersi.
Anche la lanterna davanti alla sua casa cominciò un giorno a dare problemi, perché il vetro era sporco e la piccola fiamma non riusciva più a rimanere stabile quando soffiava il vento.
Suo padre, prima di uscire per andare al lavoro, gli chiese di ricordargli la sera di pulirla insieme, spiegandogli che sarebbe bastato poco tempo e che, se avessero continuato a rimandare, prima o poi la lanterna si sarebbe spenta del tutto.
Tommaso promise.
Nel pomeriggio, però, Michele arrivò con un nuovo gioco costruito con alcune tavolette di legno e i due bambini rimasero occupati fino al tramonto.
Quando Tommaso vide dalla finestra che la propria lanterna era ancora spenta, pensò per un momento alla promessa fatta al padre, poi osservò le molte luci accese lungo la strada e si disse che una sola lanterna non avrebbe certamente fatto alcuna differenza.
«La sistemeremo domani», pensò.
E tornò a giocare.
La sera successiva accadde la stessa cosa.
E quella dopo ancora.
Tommaso non sentiva di avere fatto qualcosa di veramente sbagliato, perché nessuno si era lamentato e il paese non era certamente precipitato nel buio a causa di una sola lanterna, ma dentro di lui cominciava a formarsi quella tranquillità pericolosa che nasce quando una persona ripete abbastanza volte a se stessa che la propria piccola omissione non può avere conseguenze.
Una sera Michele passò davanti a casa sua e, vedendo la lanterna ancora spenta, gli domandò perché non l’avesse sistemata.
Tommaso alzò le spalle.
«Guarda quante ce ne sono ancora accese.»
Michele rimase in silenzio.
Tommaso continuò: «La mia non cambia niente.»
Michele avrebbe voluto rispondere, ma ricordò le parole del nonno e decise di non discutere.
Disse soltanto: «Forse una sola non cambia tutto, Tommaso, ma cambia quel piccolo tratto di strada che soltanto lei può illuminare.»
Tommaso sorrise e non ci pensò più.
Qualche giorno dopo arrivò una sera di nebbia fitta, una di quelle sere nelle quali le case sembravano scomparire a pochi metri di distanza e perfino chi conosceva bene il paese era costretto a camminare lentamente.
Il padre di Tommaso era rimasto a lavorare più del solito e doveva rientrare percorrendo proprio la strada davanti alla propria casa.
Tommaso era alla finestra e aspettava di vederlo comparire.
La lanterna era ancora spenta.
Per la prima volta quella piccola oscurità non gli sembrò insignificante.
Pensò di uscire e provare ad accendere la lampada, ma subito dopo sentì dei passi nella nebbia.
Poi un rumore improvviso.
Qualcuno era inciampato.
Tommaso spalancò la porta e corse fuori.
A pochi metri dalla casa trovò suo padre seduto a terra, con una mano appoggiata al muro e la caviglia dolorante.
Non si era ferito gravemente, ma aveva messo il piede in una piccola buca proprio nel punto nel quale la luce della loro lanterna avrebbe dovuto illuminare la strada.
Tommaso rimase immobile.
Guardò il padre.
Poi guardò la lanterna spenta.
E per la prima volta non poté dire: «Qualcuno avrebbe dovuto pensarci.»
Quella lanterna apparteneva alla sua famiglia.
Suo padre gli aveva chiesto di ricordarsene.
Lui aveva promesso.
Aveva visto che era spenta.
E aveva scelto di rimandare perché una sola luce gli era sembrata troppo piccola per avere importanza.
Quella notte Tommaso dormì poco.
Continuava a ripetere dentro di sé che non aveva voluto fare del male a nessuno, che non poteva sapere che proprio quella sera il padre sarebbe tornato con la nebbia e che una lanterna non avrebbe forse impedito completamente la caduta.
Tutte quelle cose erano vere.
Eppure nessuna riusciva a farlo sentire meglio.
Per la prima volta comprese la differenza tra non avere voluto un male e avere trascurato un bene che avrebbe potuto fare.
La mattina seguente andò a casa di Michele.
Il nonno Pietro era seduto accanto alla finestra.
Tommaso raccontò tutto senza cercare scuse e, quando ebbe finito, disse: «Non volevo che papà cadesse.»
Pietro annuì.
«Lo so.»
«Non pensavo che una lanterna servisse così tanto.»
«Lo so.»
Tommaso abbassò gli occhi.
«Allora sono colpevole?»
Pietro rimase a lungo in silenzio, perché sapeva che quella domanda era più importante di qualunque risposta troppo semplice.
Poi disse: «Hai sbagliato a trascurare una cosa che avevi promesso di fare, Tommaso, e sarebbe inutile fingere il contrario, ma il vero significato di un errore non consiste nel restare per sempre fermi davanti alla colpa, bensì nel comprendere ciò che quell’errore può insegnarci e decidere se da quel momento vogliamo continuare a vivere nello stesso modo oppure diventare un poco più responsabili.»
Tommaso alzò gli occhi.
«Ma non posso controllare tutte le lanterne del paese.»
Pietro sorrise.
«Nessuno te lo chiede, perché una persona responsabile non è quella che pensa di dover fare il lavoro di tutti, ma quella che impara a riconoscere ciò che realmente dipende da lei, mantiene gli impegni che ha assunto e, quando incontra qualcuno che non può fare la propria parte, decide liberamente se ha la possibilità di offrire un aiuto.»
Tommaso rimase in silenzio.
Pietro continuò: «Fino a ieri pensavi che, siccome non potevi accendere tutte le lanterne, non avesse molta importanza accendere la tua; adesso hai capito che il senso del dovere non chiede a ciascuno di illuminare l’intera strada, ma di non lasciare volontariamente al buio proprio quel tratto che gli è stato affidato.»
Quelle parole rimasero dentro Tommaso.
Quel pomeriggio non aspettò suo padre.
Pulì il vetro della lanterna con attenzione, controllò tutto insieme a un vicino adulto e, quando arrivò il tramonto, la accese.
Per qualche minuto rimase davanti alla porta a guardare quella luce.
Non era più grande delle altre.
Non illuminava il paese.
Non faceva nulla di straordinario.
Eppure illuminava esattamente il punto nel quale suo padre era caduto.
Tommaso comprese allora che aveva trascorso molto tempo giudicando il valore delle cose soltanto dalla loro grandezza, senza accorgersi che un gesto può essere piccolo per chi lo compie e importantissimo per chi ne ha bisogno.
Il giorno successivo salì insieme a Michele fino alla casa della signora Teresa.
La sua lanterna era ancora spenta.
Questa volta Tommaso non pensò che non fosse affar suo, ma nemmeno cercò di sistemarla da solo.
Bussò alla porta, seppe che la donna non stava bene e chiamò un adulto perché potesse aiutarla.
Quella sera anche la lanterna della signora Teresa tornò ad accendersi.
Tommaso la guardò e disse: «Questa non era la mia.»
Michele annuì.
«No.»
«Ma potevo comunque chiedere se serviva aiuto.»
Michele sorrise.
Ed era proprio questa la cosa che Tommaso aveva finalmente imparato: esiste una differenza tra assumersi le responsabilità degli altri e non essere indifferenti alle loro difficoltà.
Poco alla volta i bambini parlarono con i genitori, con gli insegnanti e con gli altri abitanti, e invece di trasformare la questione delle lanterne in una gara per stabilire chi avesse sbagliato di più, cominciarono a chiedersi come fare perché ciascuno potesse occuparsi meglio della propria e perché gli anziani o le persone in difficoltà ricevessero aiuto quando ne avevano bisogno.
Alcune famiglie ricominciarono a pulire regolarmente le lanterne, altre si organizzarono per aiutare i vicini più anziani e qualcuno sistemò quelle rimaste danneggiate, finché una sera la lunga strada tornò quasi completamente illuminata.
Non ci furono eroi.
Non ci furono premi.
Nessuno poté dire di avere salvato il paese.
E forse proprio per questo ciò che era accaduto era più importante, perché tutti avevano compreso che una comunità non è costruita soltanto dalle grandi decisioni prese da poche persone, ma anche da moltissimi piccoli doveri quotidiani che ciascuno può rispettare oppure trascurare, spesso senza accorgersi che la somma di quelle scelte finisce per rendere migliore o peggiore la vita di tutti.
Passarono molti anni.
Michele e Tommaso diventarono adulti e Pietro divenne molto vecchio.
Una sera i tre erano seduti davanti alla casa mentre le lanterne cominciavano ad accendersi una dopo l’altra lungo la collina.
Pietro guardò Tommaso e gli domandò se ricordasse ancora la sera della nebbia.
Tommaso abbassò gli occhi.
«Non l’ho mai dimenticata.»
«Ti dispiace ancora?»
«Sì.»
Pietro sorrise.
«Allora ricordala, ma non per tormentarti, perché un errore che ci insegna a diventare migliori può diventare una delle lezioni più importanti della nostra vita, mentre un errore che cerchiamo soltanto di nascondere o giustificare rischia di ripetersi molte volte.»
Tommaso guardò le lanterne.
«Adesso credo di avere capito perché insistevate tanto sulla luce.»
Pietro rimase in silenzio.
Tommaso continuò: «Quando ero bambino pensavo che una cosa piccola fosse necessariamente poco importante, e per questo mi sembrava inutile occuparmi di una lanterna se non potevo illuminare tutto il paese; adesso invece so che nessuno di noi è abbastanza grande da poter fare tutto, ma ciascuno è abbastanza importante da rendere migliore o peggiore almeno il piccolo spazio della vita che gli viene affidato.»
Pietro annuì lentamente.
Poi disse: «Ricordatevi sempre che il senso del dovere non consiste nell’avere paura della punizione o nel fare qualcosa soltanto perché qualcuno ci osserva, ma nel capire che le nostre azioni, anche quelle che sembrano più piccole, entrano spesso nella vita degli altri, e che diventare adulti significa imparare a domandarsi non soltanto “che cosa sono obbligato a fare?”, ma anche “che cosa sarebbe giusto che io facessi, sapendo ciò che posso realmente fare?”»
Qualche mese dopo Pietro morì serenamente nella casa nella quale aveva trascorso quasi tutta la propria vita.
La sera del funerale, quando il paese ritrovò lentamente il proprio silenzio, Michele e Tommaso rimasero per qualche minuto davanti alla vecchia casa del nonno.
Il vento si alzò e la sua lanterna si spense.
Tommaso la guardò.
Poi si avvicinò, aprì lentamente il vetro e la riaccese.
Michele lo osservò e, ricordando le domande della loro infanzia, gli chiese con un sorriso triste perché lo facesse, visto che nella casa non abitava più nessuno.
Tommaso rimase a guardare la piccola fiamma che si allungava sulla strada e rispose: «Perché la lanterna è davanti alla nostra casa, Michele, ma la sua luce cade sulla strada, e adesso so che il nonno non parlava soltanto delle lanterne, ma di tutte quelle piccole responsabilità che la vita ci affida e che qualche volta sembrano troppo modeste per avere importanza, finché non comprendiamo che proprio attraverso di esse possiamo rendere il cammino di qualcuno un poco più sicuro, più giusto o semplicemente meno buio.»
I due amici si allontanarono lentamente e quella piccola luce rimase accesa dietro di loro, troppo debole per rischiarare l’intero paese e tuttavia sufficiente perché chi fosse passato da quel punto potesse vedere dove appoggiare il piede successivo.
E forse era proprio questo ciò che Pietro aveva cercato di insegnare loro per tutta la vita: nessuno deve sentirsi responsabile di tutta l’oscurità del mondo, perché nessuno possiede una luce abbastanza grande da sconfiggerla da solo, ma ciascuno riceve un piccolo tratto di strada sul quale le proprie scelte hanno conseguenze, e il senso del dovere nasce quando smettiamo di considerare insignificante quel tratto soltanto perché è piccolo e comprendiamo che, se ciascuno custodisce con serietà la propria luce e aiuta quando può chi non riesce ad accendere la sua, la strada di tutti diventa più luminosa.
Per questo il vero contrario del senso del dovere non è soltanto disobbedire a una regola, ma abituarsi lentamente a credere che il proprio comportamento non faccia mai differenza, perché da quella convinzione possono nascere l’indifferenza, la superficialità e l’attesa continua che siano sempre gli altri a intervenire; mentre crescere significa comprendere che non possiamo fare tutto, non dobbiamo sostituirci a tutti, ma possiamo quasi sempre scegliere se lasciare completamente agli altri il peso di ciò che vediamo oppure offrire, quando è possibile e giusto, la piccola parte di luce che dipende da noi.

