In una piccola casa di legno costruita ai margini di una grande foresta della Finlandia viveva un criceto dorato di nome Tito, piccolo, rotondo e morbidissimo, con due occhi sempre curiosi e una convinzione talmente forte da accompagnarlo praticamente ogni giorno: prima o poi avrebbe trovato un modo per avvicinarsi al cielo, anche se non possedeva ali, piume o qualunque altra caratteristica che potesse far pensare a un futuro da grande aviatore.
Quell’idea gli era venuta osservando dalla finestra gli uccelli che si posavano sui rami degli abeti, restavano per qualche istante immobili e poi, con un semplice movimento delle ali, si staccavano dall’albero e attraversavano il cielo, mentre lui rimaneva con il muso vicino alle sbarre della gabbietta a immaginare quanto sarebbe stato bello poter scegliere una direzione e partire senza dover correre continuamente sulla stessa ruota.
Ogni sera, infatti, Tito saliva sulla ruota e cominciava a correre con una determinazione impressionante, accelerando sempre di più fino a convincersi di aver percorso distanze enormi, ma quando finalmente si fermava, stanco e con il pelo spettinato, scopriva ogni volta di trovarsi ancora esattamente nello stesso punto, cosa che gli sembrava sempre più assurda per un animale che, almeno nella propria immaginazione, aveva lo spirito di un grande esploratore.
Una notte, dopo una corsa particolarmente lunga, si appoggiò con le zampette sul bordo della ruota e guardò attraverso la finestra il cielo scuro che si intravedeva oltre gli alberi, arrivando alla conclusione che continuare a correre senza spostarsi non poteva essere l’unico destino possibile per un criceto ambizioso come lui.
«Se gli uccelli possono attraversare il cielo e andare dove vogliono, deve esistere almeno un modo per capire come fanno», disse con grande convinzione, ignorando completamente il fatto che, dal punto di vista della natura, tra un criceto e un uccello esistessero alcune differenze abbastanza importanti.
Il giorno successivo cominciò quindi a lavorare a quello che definì il suo primo grande progetto aeronautico, utilizzando due piccoli pezzi di carta piegati con una precisione che, almeno secondo lui, avrebbe fatto invidia ai migliori inventori del mondo, anche se osservati da vicino assomigliavano più alle pagine stropicciate di un quaderno che a qualcosa capace di affrontare il cielo.
Quando tutto fu pronto, Tito salì sul tetto della sua casetta di legno, osservò il pavimento che improvvisamente gli sembrò molto più lontano del solito e, dopo qualche secondo durante il quale cercò inutilmente di capire da quale direzione arrivasse il vento, decise che un vero esploratore non poteva trascorrere tutta la vita a fare calcoli senza mai provare.
Fece quindi un piccolo salto verso la parte più morbida della gabbietta e precipitò immediatamente nella ciotola dei semi, sollevando un mucchio di bucce di girasole e riemergendo con tre semi nelle tasche guanciali e una buccia appoggiata sulla testa come un buffo cappello.
Nonostante il risultato poco incoraggiante, Tito decise che l’esperimento non poteva essere considerato un fallimento, perché secondo lui aveva almeno dimostrato che la forza di gravità funzionava perfettamente.
Nei giorni successivi provò altre invenzioni ancora più strane: costruì una piccola struttura di cartone che chiamò “stabilizzatore celeste”, sperimentò una specie di vela realizzata con un vecchio pezzetto di stoffa trovato vicino alla gabbietta e progettò perfino un complicato marchingegno composto da fili, piccoli stecchini e una striscia di carta, con il risultato che, una volta terminato, nessuno avrebbe saputo dire se si trattasse di un apparecchio destinato al volo oppure di una minuscola macchina per stendere i calzini.
Naturalmente nessuno di quegli esperimenti riuscì a farlo volare o planare davvero, perché il corpo di un criceto non possiede le caratteristiche necessarie per farlo e nessun pezzo di carta, stoffa o cartone può trasformare un animale terrestre in un piccolo aviatore, ma Tito continuò comunque a inventare, perché ogni insuccesso gli sembrava soltanto una domanda alla quale non aveva ancora trovato la risposta.
Una sera, mentre stava osservando il suo ultimo progetto cercando di capire perché avesse più fili che possibilità di funzionare, sentì improvvisamente un leggero fruscio provenire dalla finestra e, alzando lo sguardo, vide un’ombra partire dal ramo di un albero, attraversare l’aria con una traiettoria dolce e raggiungere con eleganza un altro tronco parecchi metri più lontano.
Tito rimase immobile per alcuni secondi, incredulo davanti a quello spettacolo, poi si avvicinò alla finestra e, senza preoccuparsi minimamente di identificare l’animale che aveva davanti, gridò entusiasta: «Finalmente! Qualcuno che conosce il segreto del cielo!»
La creatura si voltò verso di lui con un’espressione sorpresa e Tito, osservandola meglio, cercò immediatamente di capire cosa fosse.
«Sei un topo con il mantello?»
La creatura scosse la testa.
«Un coniglio aerodinamico?»
Questa volta arrivò un lungo sospiro.
«Sono uno scoiattolo volante.»
La creatura gli spiegò poi di essere, più precisamente, uno scoiattolo volante siberiano, una specie che vive realmente anche nelle foreste della Finlandia, e aggiunse di chiamarsi Berto.
Tito lo osservò attentamente e notò che aveva grandi occhi scuri, una coda lunga, folta e piuttosto appiattita e soprattutto una particolare membrana di pelle che si estendeva tra le zampe anteriori e quelle posteriori, una caratteristica completamente diversa dalle ali degli uccelli e talmente interessante da fargli dimenticare per qualche secondo tutte le sue precedenti invenzioni.
«Quindi tu voli davvero senza avere le ali?», domandò Tito, convinto di aver finalmente trovato qualcuno capace di risolvere il mistero che lo tormentava da settimane.
Berto gli spiegò che gli scoiattoli volanti, nonostante il loro nome, non volano come gli uccelli, perché non possiedono ali da battere nell’aria, ma planano: quando si lanciano da un albero allargano le zampe e tendono una membrana chiamata patagio, che aumenta la superficie del corpo, rallenta la discesa e permette loro di spostarsi in modo controllato verso un altro albero, mentre la lunga coda contribuisce a mantenere l’equilibrio e ad aggiustare la direzione.
Tito ascoltò la spiegazione con un’attenzione straordinaria e, quando Berto pronunciò la parola “patagio”, la ripeté lentamente più volte perché gli sembrava il nome di un’apparecchiatura segretissima.
«Pa-ta-gio. Sono quasi sicuro che me ne serva uno.»
Berto gli fece notare con molta pazienza che lui era un criceto e che il suo corpo non possedeva quella particolare membrana, ma Tito, invece di scoraggiarsi, rispose semplicemente che nessuno era perfetto e gli domandò se fosse disposto almeno a spiegargli tutti i segreti della planata.
Fu così che, nel giro di pochi minuti, nacque quella che Tito volle chiamare “Scuola di volo Tito & Berto”, nonostante Berto continuasse a ripetergli che sarebbe stato molto più corretto parlare di una scuola di planata.
La prima lezione riguardò la posizione del corpo e Berto mostrò come, allargando le zampe, il patagio si tendesse fino ad aumentare la superficie che gli permetteva di scendere nell’aria in modo più lento e controllato, mentre Tito cercava disperatamente di imitarlo spalancando le proprie zampette corte e assumendo una posizione che, più che ricordare un animale pronto a planare, faceva pensare a una piccola polpetta appoggiata sul tavolo.
Berto cercò di trattenere le risate e gli spiegò che sarebbe servito qualcosa di più, mentre Tito sosteneva di sentirsi già molto più aerodinamico e, soprattutto, di percepire dentro di sé una misteriosa “velocità potenziale”, espressione che lo scoiattolo non aveva mai sentito prima e che decise prudentemente di non approfondire.
Quando passarono alla lezione sulla coda, Berto spiegò che quella lunga parte del corpo gli permetteva di correggere la direzione e di mantenere maggiore stabilità durante la planata, ma Tito, dopo essersi voltato per osservare il proprio minuscolo codino, concluse rapidamente che forse sarebbe stato meglio saltare quella parte del programma e concentrarsi su qualcosa di più compatibile con le caratteristiche fisiche di un criceto.
A quel punto Tito presentò con grande orgoglio quello che aveva chiamato “Patagio cricetico modello 7”, una piccola struttura di stoffa e carta che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare la più importante invenzione della sua carriera, ma Berto lo fermò prima ancora che potesse pensare di utilizzarla e gli spiegò chiaramente che un oggetto costruito in quel modo non avrebbe potuto trasformarlo in uno scoiattolo volante e che tentare davvero un salto sarebbe stato soltanto pericoloso.
Tito rimase per qualche secondo deluso, perché aveva già immaginato il proprio ritratto appeso nella sala principale di un inesistente museo dedicato ai criceti aviatori, ma decise che una spiegazione scientifica non avrebbe comunque cancellato la sua fantasia.
«Quindi niente inaugurazione del “Patagio cricetico modello 7”?»
«Niente inaugurazione.»
«Nemmeno una dimostrazione molto piccola?»
«Nemmeno piccolissima.»
Tito guardò la propria invenzione, poi guardò Berto e concluse con grande serietà che probabilmente il problema non fosse il progetto, ma il fatto che il mondo non fosse ancora pronto per riconoscere il genio aeronautico dei criceti.
Berto cominciò a ridere e Tito, dopo qualche secondo, rise insieme a lui, anche se dentro di sé continuava a pensare che avrebbe comunque trovato un modo per conoscere meglio quel cielo che aveva osservato per così tanto tempo dalla finestra.
Vedendolo pensieroso, Berto gli fece allora una domanda alla quale Tito non aveva mai pensato: invece di chiedersi continuamente perché non potesse fare ciò che facevano gli altri animali, avrebbe potuto provare a capire quali fossero le cose che lui sapeva fare e che magari uno scoiattolo volante non sarebbe mai riuscito a fare altrettanto bene.
Tito rifletté per qualche secondo, poi guardò la grande ruota della sua gabbietta e sul suo muso comparve immediatamente un sorriso.
Invitò Berto a entrare, gli mostrò orgogliosamente la ruota e gli spiegò che, correndo abbastanza velocemente, era possibile raggiungere una velocità impressionante pur rimanendo praticamente nello stesso punto, cosa che lasciò lo scoiattolo piuttosto perplesso.
«Se non vai da nessuna parte, perché continui a correre?», domandò Berto.
Tito lo guardò con sorpresa, come se la risposta fosse talmente ovvia da non aver bisogno di spiegazioni, e gli disse che correva semplicemente perché gli piaceva moltissimo e perché, dopo qualche giro, poteva immaginare di attraversare città, montagne e intere nazioni senza spostare neppure una briciola della sua riserva di semi.
Berto, ormai incuriosito, decise di provare e salì sulla ruota, cominciando con alcuni passi prudenti che diventarono rapidamente una corsa sempre più veloce, mentre Tito lo incoraggiava a non rallentare e gli assicurava che proprio in quel momento stava probabilmente superando simbolicamente il confine con la Svezia.
Nel giro di pochi secondi la ruota girava così rapidamente che Berto si rese conto di non sapere più come fermarsi e cominciò a chiedere aiuto, ma Tito dovette confessare che, nonostante tutta la sua esperienza, non aveva mai riflettuto seriamente sul modo migliore per interrompere una corsa iniziata a quella velocità.
Lo scoiattolo riuscì infine a saltare fuori, attraversò la gabbietta come una freccia, urtò la ciotola dell’acqua e terminò la sua esperienza con il muso dentro una montagna di segatura, dalla quale riemerse lentamente con un piccolo pezzo di paglia incastrato tra le orecchie.
Tito cercò di non ridere, perché in fondo Berto era il suo maestro di planata, ma resistette soltanto pochi secondi prima di cominciare a rotolarsi sul pavimento della gabbietta, trascinando nelle risate anche lo scoiattolo che, dopo essersi osservato riflesso nel vetro della finestra, dovette ammettere che la ruota poteva essere molto più difficile da controllare di quanto avesse immaginato.
Quella notte i due amici fecero un patto: ogni volta che fosse passato da quelle parti, Berto si sarebbe fermato davanti alla finestra e avrebbe raccontato a Tito ciò che aveva visto durante le sue planate attraverso la foresta, descrivendogli gli alberi illuminati dalla luna, i piccoli corsi d’acqua nascosti tra la vegetazione, i nidi costruiti sui rami più alti e le immense distese di neve che durante l’inverno trasformavano il paesaggio in un mondo completamente bianco.
Tito, in cambio, avrebbe insegnato a Berto tutti i segreti della ruota, con l’unica eccezione del modo corretto per fermarla, perché quel particolare continuava a essere un mistero perfino per lui.
Con il passare delle settimane Tito continuò a osservare il cielo dalla finestra, ma smise di essere triste per il fatto di non poterlo attraversare come facevano gli uccelli o Berto, perché aveva finalmente capito che la curiosità non serve soltanto a diventare capaci di fare ciò che fanno gli altri, ma può aiutarci a conoscere meglio il mondo, a fare domande, a sperimentare e perfino a scoprire capacità che avevamo sempre considerato poco importanti.
Aveva compreso anche che essere diversi non significa necessariamente avere qualcosa in meno, perché Berto possedeva un patagio che gli permetteva di planare tra gli alberi, mentre Tito era capace di correre sulla sua ruota con una velocità sorprendente e, soprattutto, riusciva a riempire le proprie tasche guanciali con una quantità di semi che lo scoiattolo continuava a considerare praticamente impossibile.
I due amici scoprirono così che osservare ciò che sanno fare gli altri può far nascere nuovi desideri e nuove idee, ma non è necessario diventare uguali a qualcuno per sentirsi speciali, perché spesso proprio le differenze permettono a ciascuno di insegnare qualcosa che l’altro non conosceva.
Una mattina Cloe trovò accanto alla gabbietta un piccolo cartello di carta, leggermente rosicchiato lungo i bordi, sul quale qualcuno aveva scritto:
Aeroporto internazionale di Tito – partenze quando capita, arrivi possibilmente morbidi e bagaglio consentito esclusivamente in semi di girasole.
Cloe rimase a guardarlo divertita, chiedendosi chi potesse averlo preparato, mentre Tito continuava tranquillamente a mangiare fingendo di non sapere nulla e Berto, nascosto dietro la finestra, faceva esattamente la stessa cosa.
Quella sera, quando la luna illuminò nuovamente la foresta, Berto raggiunse l’estremità del ramo di un grande abete, osservò per qualche istante gli alberi davanti a sé, scelse quello verso il quale dirigersi e si lanciò, allargando immediatamente le zampe in modo che il patagio si tendesse e gli permettesse di scendere dolcemente e in maniera controllata verso il tronco successivo.
Tito corse vicino alla finestra per osservarlo e, proprio mentre Berto gli gridava divertito di guardare quanto fosse bravo a volare, il criceto rispose immediatamente che quello non era affatto un vero volo, ma una planata.
Berto quasi perse la concentrazione dalle risate, perché il piccolo animale che poche settimane prima non conosceva nemmeno l’esistenza del patagio era ormai diventato probabilmente il primo criceto della storia a correggere uno scoiattolo volante sulla differenza tra volare e planare.
Almeno secondo Tito, naturalmente, perché quando imparava qualcosa di nuovo diventava immediatamente molto difficile convincerlo che non fosse già diventato uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento.

