Nel paese di Valdoro esisteva una grande costruzione con le finestre ad arco, i muri chiari e un lungo tetto sotto il quale, molti anni prima, si fermavano i treni che trasportavano persone, valigie, lettere e merci da una città all’altra.
Con il passare del tempo, i treni avevano smesso di attraversare il paese, i binari erano stati ricoperti dall’erba e la vecchia stazione era rimasta silenziosa per diversi anni, finché gli abitanti decisero di trasformarla in una biblioteca, perché pensarono che un edificio costruito per accogliere i viaggiatori potesse continuare a essere un luogo di partenza, non più attraverso le rotaie, ma attraverso i libri, le storie e l’immaginazione.
Le vecchie sale d’attesa erano diventate stanze per la lettura, l’ufficio del capostazione custodiva libri di storia e di geografia, mentre nel deposito dei bagagli venivano organizzati laboratori per i bambini.
Sulle pareti erano rimaste alcune fotografie della stazione, vecchi orologi, cartelli con i nomi delle città e grandi mappe ferroviarie sulle quali le linee sembravano indicare strade dirette verso luoghi lontani.
Ogni anno, all’inizio dell’autunno, la biblioteca ospitava la “Festa delle finestre Luminose”, durante la quale gli abitanti decoravano i vetri con figure di carta colorata e piccole lampade, affinché, quando arrivava la sera, l’intero edificio apparisse come una grande lanterna accesa nel centro del paese.
Quell’anno la bibliotecaria, la signora Delfina, aveva deciso di affidare la finestra principale a tre bambini che frequentavano la stessa scuola, ma che, pur conoscendosi da molto tempo, non avevano mai imparato veramente a lavorare insieme.
La prima si chiamava Mirea ed era una bambina piena di energia, sempre pronta a iniziare un gioco, proporre un’attività o prendere una decisione, perché pensava che chi si muoveva per primo avesse maggiori possibilità di riuscire.
Quando la maestra assegnava un lavoro di gruppo, Mirea prendeva subito i materiali, distribuiva i compiti e spiegava agli altri ciò che avrebbero dovuto fare, senza accorgersi che qualche volta le idee dei compagni rimanevano nascoste dietro la velocità delle sue parole.
Il secondo bambino si chiamava Yassin ed era molto diverso da lei, perché prima di cominciare qualsiasi attività osservava attentamente ogni particolare, controllava gli strumenti, rifletteva sulle possibili difficoltà e preferiva procedere con calma, convinto che una cosa fatta bene avesse bisogno di tempo.
Mirea pensava che Yassin fosse troppo lento, mentre Yassin riteneva che Mirea si affrettasse tanto da non riuscire sempre a vedere ciò che aveva davanti.
La terza bambina si chiamava Corinna e amava disegnare mappe, inventare simboli e immaginare luoghi che non esistevano ancora.
Possedeva molte idee, ma spesso esitava a raccontarle, perché temeva che gli altri potessero considerarle strane o poco importanti.
Quando qualcuno parlava con voce più forte, Corinna rimaneva in silenzio e continuava a lavorare da sola, custodendo dentro di sé pensieri che avrebbero potuto essere utili a tutto il gruppo.
La signora Delfina conosceva il carattere dei tre bambini e proprio per questo li aveva scelti.
«La finestra principale», spiegò quella mattina, «è la prima che gli abitanti vedranno entrando nella piazza, perciò dovrete preparare qualcosa che rappresenti non soltanto la bellezza della festa, ma anche il valore dello stare insieme.»
Mirea prese immediatamente un grande foglio di cartoncino blu.
«Possiamo costruire un cielo pieno di stelle.»
«Prima dovremmo misurare la finestra», osservò Yassin, «altrimenti rischiamo di preparare un cartellone troppo grande oppure troppo piccolo.»
Corinna pensò che le stelle avrebbero potuto formare una costellazione, ma non disse nulla, perché Mirea aveva già cominciato a ritagliare.
La signora Delfina lasciò sul tavolo forbici, carta trasparente, colla, matite e tre piccole lampade, poi si allontanò per aiutare gli altri bambini.
Mirea tagliava le stelle con grande velocità, Yassin disponeva ordinatamente i materiali e Corinna disegnava piccoli punti sul cartoncino, cercando di immaginare in quale modo avrebbero potuto essere collegati.
Dopo qualche minuto, mentre nella biblioteca si sentivano le voci allegre dei partecipanti e il rumore delle forbici che tagliavano la carta, dalla parete vicina arrivò un piccolo suono.
Toc.
I tre bambini sollevarono la testa.
Poco dopo il suono si ripeté.
Toc.
Mirea si alzò e si avvicinò allo scaffale.
«Qualcuno sta battendo contro il muro.»
Yassin ascoltò in silenzio e, quando arrivò un terzo colpo, indicò una piccola grata rotonda quasi nascosta dietro alcuni libri.
Corinna si ricordò di aver letto, entrando nella biblioteca, un cartello che parlava dei vecchi tubi acustici della stazione, utilizzati un tempo per trasmettere messaggi da una stanza all’altra.
«Forse il suono viaggia dentro questo tubo», spiegò. «Quando la stazione era ancora aperta, il capostazione e gli altri lavoratori potevano comunicare senza attraversare tutto l’edificio.»
Mirea avvicinò la bocca alla grata.
«Chi c’è dall’altra parte?»
Non arrivò alcuna voce, ma si sentirono nuovamente tre colpi, questa volta più ravvicinati.
Toc. Toc. Toc.
I bambini non provarono paura, perché avevano compreso che qualcuno stava preparando per loro un gioco.
La signora Delfina, che li osservava dalla porta, sorrise.
«La vecchia stazione custodisce ancora alcuni modi per mandare messaggi», disse. «Forse qualcuno desidera mostrarvi qualcosa, ma dovrete scoprirlo senza correre e senza separarvi.»
Mirea avrebbe voluto mettersi subito alla ricerca, ma Yassin propose di osservare prima la grande pianta dell’edificio appesa alla parete.
Corinna seguì con il dito il percorso del tubo, che partiva dalla loro sala, attraversava il vecchio ufficio dei biglietti e proseguiva verso il deposito dei bagagli.
«Credo che arrivi qui», disse indicando una piccola stanza disegnata sulla mappa.
Mirea la guardò con sorpresa.
«Come hai fatto a capirlo?»
«Ho seguito la linea», rispose Corinna. «Era quasi nascosta sotto un’altra, ma utilizzava un simbolo diverso.»
Mirea si accorse che, se fosse partita da sola senza ascoltare, avrebbe cercato probabilmente nella stanza sbagliata.
«Allora guidaci tu», disse.
Corinna provò una gioia silenziosa, perché per la prima volta le veniva affidato un compito non per gentilezza, ma perché qualcuno aveva riconosciuto una sua capacità.
Prima di partire, Yassin suggerì di utilizzare i colpi per comunicare con la persona che si trovava dall’altra parte.
«Un colpo potrebbe significare sì e due colpi potrebbero significare no.»
Mirea parlò dentro la grata.
«Il messaggio arriva dal deposito dei bagagli?»
Dal tubo giunse un solo colpo.
Toc.
«La risposta è sì», disse Yassin.
I bambini attraversarono lentamente il corridoio, osservando le fotografie dei viaggiatori che un tempo avevano atteso i treni in quella stessa stazione, e raggiunsero il vecchio deposito, nel quale erano esposte valigie di cuoio, lanterne, biglietti ingialliti e un grande baule verde.
Sopra il baule trovarono una busta con il disegno di tre stelle.
Mirea la aprì e lesse: “Tre viaggiatori vogliono raggiungere la stessa meta. Il primo conosce la strada più veloce, il secondo sa evitare gli ostacoli e il terzo possiede una mappa. Chi è il più importante?”
«Quello che conosce la strada più veloce», rispose immediatamente Mirea.
Yassin scosse la testa.
«Chi sa evitare gli ostacoli può impedire agli altri di sbagliare.»
Corinna osservò il disegno delle stelle.
«Forse nessuno è più importante, perché se il primo corre senza la mappa potrebbe prendere la direzione sbagliata, mentre chi possiede la mappa, senza l’aiuto degli altri, potrebbe non riuscire a superare gli ostacoli.»
Mirea rilesse la domanda e comprese che Corinna aveva ragione.
Dentro la busta trovarono una seconda indicazione, che li invitava a raggiungere la sala degli orologi.
In quella stanza erano esposti orologi grandi e piccoli, alcuni con le lancette ferme e altri ancora funzionanti, e sopra un vecchio tavolo di legno i bambini trovarono tre ruote dentate.
Una era grande, una media e una molto piccola.
Accanto alle ruote c’era un biglietto.
“Una ruota grande può sembrare più importante di una piccola, ma un meccanismo funziona soltanto quando ogni ruota occupa il proprio posto e si muove insieme alle altre.”
Yassin prese le tre ruote e le avvicinò.
«La più grande non può muovere il meccanismo da sola.»
«E la più piccola», aggiunse Corinna, «non è meno utile soltanto perché si vede di meno.»
Mirea rimase a osservare le ruote e pensò che, durante i lavori di gruppo, aveva spesso considerato più importante chi parlava, decideva e mostrava il proprio lavoro, mentre non aveva mai riflettuto abbastanza sul valore di chi osservava, organizzava o aiutava in silenzio.
«Forse un gruppo è simile a questo meccanismo», disse. «Se una persona vuole fare tutto da sola, le altre ruote non riescono più a muoversi.»
I bambini proseguirono fino alla sala delle mappe, dove trovarono il signor Terenzio, il custode della biblioteca, seduto accanto a un piccolo apparecchio collegato al tubo acustico.
Davanti a lui c’erano tre lampade a forma di stella.
«Siete arrivati», disse sorridendo. «Avete scoperto chi mandava i tre colpi.»
«Era un gioco preparato da lei», disse Mirea.
«Sì, ma non era soltanto un gioco», rispose il custode. «La signora Delfina sostiene che dovevate realizzare insieme la finestra principale e ha pensato che, prima di costruire qualcosa con le mani, fosse utile comprendere che cosa significa davvero collaborare.»
Il signor Terenzio indicò le tre lampade.
«Queste stelle sono diverse: una emette una luce più intensa, una può rimanere accesa più a lungo e la terza proietta piccoli riflessi tutt’intorno. Separatamente sono belle, ma insieme possono creare qualcosa che nessuna di loro riuscirebbe a realizzare da sola.»
Corinna pensò alla costellazione che aveva immaginato all’inizio del laboratorio e, questa volta, trovò il coraggio di parlare.
«Potremmo costruire un cielo nel quale le tre lampade rappresentano tre stelle principali, mentre tutte le altre vengono collegate da linee argentate, così che nessuna appaia isolata.»
Mirea ascoltò senza interromperla.
Yassin osservò le lampade e disse che sarebbe stato necessario calcolare bene le distanze, affinché la luce si distribuisse su tutto il cartellone.
«La tua idea è molto bella», disse Mirea rivolgendosi a Corinna. «Avresti dovuto raccontarcela prima.»
Corinna abbassò per un momento gli occhi.
«Avevo paura che non vi piacesse.»
«Non potevamo sapere se ci piaceva», rispose Mirea, «perché non ti abbiamo lasciato abbastanza spazio per spiegarla.»
Tornarono nella sala principale e ricominciarono il lavoro, ma questa volta nessuno agì come prima.
Mirea non distribuì subito i compiti, ma chiese ai compagni quale fosse, secondo loro, il modo migliore di procedere; Yassin misurò la finestra e disegnò con la matita alcuni riferimenti, mentre Corinna tracciò una grande costellazione composta da stelle differenti, alcune luminose, altre piccole e quasi nascoste.
Mirea ritagliò rapidamente le figure più grandi, ma quando ebbe un’idea nuova non la realizzò immediatamente e domandò prima agli altri che cosa ne pensassero.
Yassin controllò con attenzione la posizione delle lampade, ma quando Mirea propose di modificare leggermente il progetto non si oppose soltanto perché il disegno era già stato stabilito, comprendendo che una buona collaborazione richiede anche la capacità di cambiare.
Corinna spiegò le proprie idee con maggiore sicurezza e, ogni volta che aveva bisogno di qualche momento per trovare le parole, gli altri aspettavano senza interromperla.
Durante il lavoro sorsero alcune differenze.
Mirea voleva riempire il cielo di stelle, Yassin preferiva lasciare alcuni spazi vuoti, mentre Corinna desiderava aggiungere una lunga cometa argentata.
In passato, ciascuno avrebbe cercato di dimostrare che la propria proposta era migliore, ma quella volta osservarono insieme il cartellone e compresero che potevano accogliere una parte di ogni idea.
Inserirono più stelle nella parte alta, lasciarono alcuni spazi intorno alle lampade e collocarono la cometa vicino al bordo della finestra, in modo che sembrasse entrare nel cielo.
Quando arrivò la sera, tutte le luci della biblioteca furono accese e gli abitanti si riunirono nella piazza.
Sulle finestre apparvero alberi, città, animali, barche e paesaggi colorati, ma la finestra principale attirò l’attenzione di tutti, perché le tre lampade illuminavano la grande costellazione e le linee argentate sembravano unire ogni stella alle altre.
La signora Delfina si avvicinò ai bambini.
«Chi ha realizzato questa finestra?»
Mirea rispose:
«Corinna ha immaginato la costellazione, Yassin ha trovato il modo di sistemare le luci e io ho preparato molte delle stelle.»
Poi si fermò e aggiunse:
«Ma nessuno di noi potrebbe dire di averla realizzata da solo, perché ogni volta che mancava l’idea o il lavoro di uno, mancava anche una parte del cielo.»
Il signor Terenzio, che li aveva raggiunti, batté tre volte con le dita sopra il tavolo.
Toc. Toc. Toc.
«Il primo colpo», disse, «ricorda che bisogna avere il coraggio di iniziare; il secondo insegna che è necessario osservare prima di decidere; il terzo ci ricorda che anche le idee dette con voce più bassa meritano di essere ascoltate.»
Yassin guardò la costellazione.
«Separati sono soltanto tre colpi.»
«Insieme diventano un messaggio», disse Corinna.
Mirea sorrise.
«Come le nostre capacità.»
Dopo quella festa, i tre bambini cominciarono a conoscersi meglio e scoprirono che l’amicizia non nasce sempre tra persone che si somigliano, perché qualche volta cresce proprio tra coloro che, essendo differenti, possono aiutarsi a vedere ciò che da soli non avrebbero mai notato.
Mirea continuò a essere energica e pronta ad agire, ma imparò che iniziare per primi non significa dover decidere tutto; Yassin continuò a essere preciso e prudente, ma comprese che non è sempre necessario aspettare che ogni particolare sia perfetto prima di provare; Corinna continuò ad amare il silenzio e la riflessione, ma smise di credere che le sue idee fossero meno importanti soltanto perché avevano bisogno di più tempo per diventare parole.
Ogni volta che tornavano nella vecchia biblioteca, i tre passavano davanti al tubo acustico e battevano sulla grata.
Toc. Toc. Toc.
Quel piccolo suono divenne il loro saluto, ma anche il ricordo della lezione appresa durante la Festa delle Finestre Luminose, quando avevano compreso che una persona può possedere una grande capacità, avere un’intuizione brillante o lavorare con straordinario impegno, ma ciò che costruisce diventa ancora più bello e più utile quando lascia spazio anche alle capacità, alle idee e al lavoro degli altri.
Perché una stella, anche quando brilla intensamente, resta soltanto una luce nel cielo, mentre molte stelle, unite da linee che spesso possiamo vedere soltanto con l’immaginazione, diventano una costellazione capace di raccontare una storia e indicare la strada.

