Il primo giorno di scuola, mentre sistemava il quaderno sul banco e osservava i compagni che rientravano in aula dopo le vacanze estive, Nerio si accorse che lungo la parete erano rimasti quattro grandi spazi vuoti, come se qualcuno avesse cancellato una parte della classe senza lasciare alcuna spiegazione.
I banchi che occupavano quei posti non erano stati spostati per rendere l’aula più comoda e non erano neppure stati portati via perché rotti, ma erano finiti nel deposito perché quattro alunni, insieme alle loro famiglie, avevano lasciato Montalume e non sarebbero tornati a scuola.
«Perché sono andati via?» domandò Nerio, che frequentava la quinta elementare e continuava a osservare quei vuoti, immaginando i compagni che fino a pochi mesi prima avevano condiviso con lui lezioni, ricreazioni, risate e giochi.
La professoressa Lidia, dopo aver esitato qualche istante, spiegò che i genitori di quei bambini avevano trovato lavoro in città più grandi e avevano quindi deciso di trasferirsi, perché nel paese le occasioni erano diventate poche e molti servizi erano ormai difficili da raggiungere.
«Quando una famiglia parte», aggiunse l’insegnante, «non si chiude soltanto una porta e non rimane vuota soltanto una casa, perché la scuola perde alunni, le attività perdono clienti, le associazioni perdono partecipanti e il paese perde persone che avrebbero potuto contribuire alla sua crescita.»
Alma, la sorella maggiore di Nerio, frequentava la seconda media nello stesso edificio e, durante la ricreazione, entrò nell’aula del fratello, dove notò immediatamente lo spazio lasciato dai quattro banchi.
«Sembra che qualcuno abbia cancellato un pezzo della classe», disse, mentre immaginava quanto sarebbe stato diverso l’anno scolastico senza quei ragazzi.
Nerio le domandò se fosse possibile riportare i banchi al loro posto, ma Alma gli spiegò che sistemare i mobili sarebbe stato semplice, mentre riportare le persone nel paese avrebbe richiesto lavoro, servizi, nuove possibilità e soprattutto un progetto capace di durare nel tempo.
Quel pomeriggio, mentre percorrevano insieme la strada che conduceva verso casa, i due fratelli guardarono Montalume con un’attenzione che non avevano mai avuto prima e notarono che il paese era pieno di oggetti, edifici e capacità che esistevano ancora, ma che sembravano essere stati dimenticati.
Dietro un cancello arrugginito videro il piccolo pulmino comunale, fermo da molti mesi nonostante potesse essere ancora utile, mentre poco più avanti scorsero un laboratorio pieno di strumenti che nessuno utilizzava e un grande terreno nel quale gli alberi da frutto erano quasi nascosti dall’erba alta.
Davanti all’ufficio postale incontrarono la signora Ada, che teneva tra le mani una busta contenente alcuni documenti medici e aspettava da molto tempo l’arrivo di suo nipote, perché doveva accompagnarla in un paese vicino per una visita specialistica.
«Qui non passa un autobus nell’ora che mi serve e io non posso guidare», spiegò con un sorriso stanco, cercando di non mostrare la preoccupazione che provava ogni volta che doveva chiedere aiuto.
Poco più avanti incontrarono il signor Olmo, un uomo conosciuto da tutti perché sapeva riparare biciclette, sedie, cancelli, mobili e piccoli elettrodomestici, ma che aveva chiuso il proprio laboratorio dopo che i clienti erano diminuiti.
«Le mie mani non hanno dimenticato il mestiere», raccontò, osservando gli attrezzi appesi dietro la vetrina, «ma ormai passo le giornate ad aggiustare soltanto le cose di casa mia, mentre molti oggetti vengono buttati anche quando potrebbero essere riparati.»
Nerio e Alma, colpiti da quelle parole, cominciarono a prendere appunti su un vecchio quaderno, senza sapere ancora che quelle semplici osservazioni avrebbero dato inizio a qualcosa di molto più grande.
La mattina seguente, la professoressa Lidia assegnò agli alunni un compito insolito, chiedendo loro di cercare nel paese qualcosa che esisteva ancora, ma che non veniva utilizzato bene, come un luogo, un oggetto, una competenza, una tradizione o perfino un’idea.
«Dobbiamo cercare soltanto cose vecchie?» domandò un alunno, convinto che l’attività riguardasse il passato.
«Non necessariamente», rispose l’insegnante. «Dovete cercare cose che aspettano qualcuno capace di riconoscerne il valore e di rimetterle in movimento.»
La frase piacque così tanto a Nerio che, appena tornato al proprio posto, scrisse sulla copertina del quaderno un titolo che gli sembrava perfetto: Atlante delle cose in attesa.
Nei giorni successivi, gli alunni della scuola primaria e quelli della scuola media, divisi in piccoli gruppi, attraversarono Montalume, intervistarono gli abitanti, fotografarono gli edifici inutilizzati e raccolsero racconti, proposte, disegni e testimonianze.
Scoprirono che il pulmino comunale poteva ancora funzionare, ma che nessuno aveva organizzato un servizio stabile; trovarono una stanza con macchine da cucire e grandi tavoli; seppero che alcuni proprietari non riuscivano più a curare i propri alberi da frutto e incontrarono giovani capaci di lavorare con il computer, anziani esperti di agricoltura, artigiani desiderosi di insegnare il proprio mestiere e una ragazza che avrebbe voluto aprire un doposcuola.
Il paese, che molte persone descrivevano come un luogo privo di futuro, era in realtà ricco di risorse, ma quelle risorse erano separate, immobili e incapaci di produrre risultati perché nessuno le aveva ancora collegate.
Il vero problema di Montalume, quindi, non era che non esistessero più capacità, spazi o possibilità, ma che ciascuna di esse sembrava aspettare da sola, senza incontrare le altre.
Alma disegnò una grande mappa del paese e, utilizzando fili di diversi colori, collegò il pulmino agli anziani che avevano bisogno di spostarsi, gli alberi da frutto alle persone disponibili a raccoglierne i prodotti, il laboratorio del signor Olmo ai ragazzi interessati a conoscere e praticare un mestiere e la stanza con le macchine da cucire alle persone capaci di usarle.
Quando la mappa fu completata, sembrava attraversata da una rete di strade che univa bisogni, persone e risorse, mostrando con chiarezza che molte difficoltà potevano essere affrontate collegando ciò che già esisteva.
«Forse non abbiamo bisogno soltanto di costruire cose nuove», osservò Nerio, «perché prima dovremmo imparare a utilizzare meglio tutto ciò che il paese possiede già.»
La scuola organizzò quindi una giornata aperta alle famiglie e agli abitanti, durante la quale nell’atrio vennero esposti l’atlante, la mappa e le interviste raccolte dagli alunni.
Le persone passarono lentamente da un pannello all’altro e, per la prima volta, videro rappresentati nello stesso luogo sia i problemi di Montalume sia le possibilità che fino a quel momento erano rimaste nascoste o separate.
Il signor Olmo, osservando il filo che partiva dal suo laboratorio e arrivava fino alla scuola, disse che avrebbe potuto insegnare ai ragazzi a riparare una sedia o una bicicletta, evitando che oggetti ancora utili venissero buttati.
Alma aggiunse che gli oggetti sistemati avrebbero potuto essere restituiti ai proprietari oppure venduti a un prezzo accessibile, creando una piccola entrata e offrendo contemporaneamente un servizio utile.
La signora Ada indicò invece il pulmino e propose di utilizzarlo per accompagnare gli anziani alle visite mediche, i ragazzi alle attività pomeridiane e le persone senza automobile nei luoghi difficili da raggiungere.
Una giovane di nome Zaira, che lavorava da casa utilizzando il computer, suggerì di organizzare anche uno sportello digitale capace di aiutare gli abitanti a compilare moduli, prenotare visite, inviare documenti e accedere ai servizi online.
Le idee aumentavano rapidamente e l’entusiasmo sembrava crescere, ma a un certo punto una donna alzò la mano e pose una domanda che nessuno aveva ancora affrontato seriamente.
«Chi organizzerà tutte queste attività e chi pagherà il carburante, le assicurazioni, gli strumenti, le manutenzioni e le persone che dovranno lavorare ogni giorno?»
Nell’atrio calò improvvisamente il silenzio, perché fino a quel momento tutti avevano parlato di collaborazione, disponibilità e buona volontà, senza considerare che un progetto destinato a durare aveva bisogno anche di regole, responsabilità ed entrate economiche.
La professoressa Lidia spiegò allora che gli abitanti avrebbero potuto costituire una cooperativa di comunità, cioè un’impresa nata per rispondere ai bisogni del territorio attraverso il lavoro comune delle persone che vi abitavano.
«I soci decidono insieme quali attività realizzare, organizzano i servizi, vendono prodotti, creano entrate e pagano in modo corretto chi svolge un lavoro vero e continuativo», chiarì. «Una parte delle risorse può poi essere utilizzata per migliorare la vita della comunità e avviare altri progetti.»
Nerio, che fino a quel momento aveva ascoltato con grande attenzione, domandò se la cooperativa fosse soltanto un gruppo di persone che si facevano favori a vicenda.
«No», rispose l’insegnante, «perché la solidarietà può far nascere un’idea, ma per trasformarla in qualcosa di duraturo servono competenze, conti trasparenti, regole condivise e persone che si assumano precise responsabilità.»
Nei mesi successivi, gli abitanti studiarono il progetto con attenzione, incontrandosi più volte per decidere da quali attività iniziare e quali risorse utilizzare.
Non tutti erano d’accordo, perché alcuni volevano sistemare subito il laboratorio, altri preferivano occuparsi prima del trasporto e altri ancora ritenevano più urgente recuperare i terreni abbandonati.
Durante una riunione, le voci diventarono così alte e le opinioni così distanti che Nerio temette che il progetto sarebbe terminato prima ancora di cominciare.
Alma, però, aprì l’atlante e mostrò una pagina preparata insieme agli altri alunni, sulla quale erano state scritte tre domande semplici ma decisive:
Quante persone aiuta questa attività?
Può creare lavoro vero?
Può continuare anche quando finisce l’entusiasmo dei primi giorni?
Gli adulti smisero lentamente di discutere e decisero che quelle domande sarebbero state utilizzate ogni volta che la cooperativa avrebbe dovuto scegliere un nuovo progetto.
Nacque così “Montalume Condivisa”, una cooperativa nella quale ogni socio poteva esprimere la propria opinione e nella quale chi possedeva più denaro non poteva comandare sugli altri soltanto grazie alla propria ricchezza.
Le decisioni più importanti venivano discusse e votate, mentre i lavori venivano affidati a persone preparate e capaci di svolgerli con professionalità.
La prima attività fu il servizio di mobilità, perché gli abitanti avevano compreso che senza la possibilità di spostarsi molte persone sarebbero rimaste isolate e avrebbero avuto difficoltà a raggiungere medici, scuole, uffici e negozi.
Il vecchio pulmino venne controllato, riparato e assicurato, mentre le spese furono coperte in parte dagli abbonamenti, in parte dagli accordi con gli enti locali e in parte dalle entrate prodotte dalle altre attività della cooperativa.
Al mattino il mezzo accompagnava gli anziani agli ambulatori e agli uffici, mentre nel pomeriggio trasportava i ragazzi verso la biblioteca, il campo sportivo e le attività scolastiche; in alcuni giorni veniva utilizzato anche per consegnare la spesa alle persone che vivevano nelle contrade più lontane.
La seconda iniziativa nacque nel laboratorio del signor Olmo e fu chiamata “L’Officina del Secondo Giro”, perché ogni oggetto, prima di essere buttato, meritava la possibilità di essere riparato e utilizzato ancora.
Alcuni giovani cominciarono a imparare come sistemare biciclette, mobili e piccoli attrezzi, mentre le famiglie potevano pagare un prezzo accessibile per le riparazioni oppure acquistare gli oggetti recuperati.
Una parte degli incassi serviva a pagare chi lavorava e a sostenere le spese, mentre il resto veniva utilizzato per acquistare nuovi materiali e organizzare corsi destinati ai ragazzi.
La stanza con le macchine da cucire diventò un laboratorio tessile nel quale si realizzavano borse con stoffe inutilizzate, grembiuli, tende e costumi per il teatro della scuola, dimostrando che anche materiali destinati a essere buttati potevano trasformarsi in prodotti utili.
Anche i terreni cominciarono lentamente a tornare produttivi, perché i proprietari che non potevano più occuparsene firmarono accordi con la cooperativa, permettendo a giovani e agricoltori esperti di lavorare insieme.
La frutta, gli ortaggi e le conserve venivano raccolti in cassette prenotate dalle famiglie, garantendo così entrate più regolari e riducendo gli sprechi.
La cooperativa non offriva ogni cosa gratuitamente, perché gli abitanti avevano capito che un servizio privo di entrate rischiava di scomparire appena terminato l’entusiasmo iniziale.
Alcune attività erano pagate dagli utenti, altre venivano sostenute da accordi pubblici o da progetti specifici, mentre per le persone in difficoltà erano previste riduzioni finanziate attraverso una parte degli incassi.
Gli abitanti compresero quindi che aiutare qualcuno non significava improvvisare o lavorare senza ricevere un compenso, ma costruire un’organizzazione capace di sostenersi, creare occupazione e non lasciare indietro chi aveva maggiormente bisogno.
Dopo il primo anno, però, arrivò una notizia preoccupante, perché la cooperativa aveva avviato troppe attività contemporaneamente e alcune spese erano diventate superiori alle entrate.
Se non avessero modificato qualcosa, avrebbero dovuto chiudere uno dei servizi oppure ridurre il numero delle persone impiegate.
Qualcuno propose di chiedere continuamente offerte agli abitanti, ma Zaira spiegò che le donazioni potevano essere utili in un momento difficile, mentre non potevano rappresentare l’unico progetto economico di un’impresa destinata a durare.
Il signor Olmo suggerì di chiudere il laboratorio tessile, mentre alcuni agricoltori chiedevano di ridurre le corse del pulmino, facendo nascere una nuova discussione che rischiava di dividere i soci.
Questa volta furono gli alunni a studiare i numeri, preparando con l’aiuto degli insegnanti grafici semplici, confrontando costi e ricavi e intervistando le persone che utilizzavano i servizi.
Scoprirono che alcune corse del pulmino viaggiavano quasi vuote, mentre in altri orari non c’erano posti sufficienti; notarono che molti oggetti riparati restavano nel laboratorio perché nessuno sapeva che fossero in vendita e compresero che le cassette agricole potevano essere prenotate attraverso abbonamenti mensili.
La cooperativa modificò quindi gli orari del trasporto, realizzò un catalogo online degli oggetti recuperati e organizzò un sistema di prenotazione più stabile per i prodotti agricoli.
Il laboratorio tessile cominciò inoltre a ricevere ordinazioni dalle scuole e dalle associazioni dei paesi vicini, riuscendo così ad aumentare le entrate senza rinunciare alle attività già avviate.
Non fu necessario chiudere alcun servizio e quell’esperienza insegnò a tutti che collaborare non significava approvare ogni idea o evitare ogni discussione, ma avere il coraggio di controllare i risultati, riconoscere gli errori e correggere ciò che non funzionava.
Due anni dopo, Montalume era cambiata senza perdere la propria identità, perché non erano comparsi grattacieli e grandi fabbriche, ma erano tornati servizi capaci di rendere più semplice la vita quotidiana.
Alcune persone avevano trovato lavoro, i terreni producevano nuovamente, gli anziani si sentivano meno isolati e i ragazzi avevano scoperto che anche nel proprio paese potevano esistere opportunità concrete.
Un giorno arrivò a scuola una nuova alunna di nome Elara, la cui famiglia aveva scelto di trasferirsi a Montalume perché la madre lavorava a distanza e il padre era stato assunto nell’“Officina del Secondo Giro”.
La professoressa Lidia fece portare dal deposito uno dei quattro banchi tolti all’inizio dell’anno e Nerio, che ormai frequentava la prima media, aiutò a sistemarlo nell’aula.
Qualche settimana dopo arrivò anche un altro bambino e fu quindi necessario recuperare un secondo banco, che venne pulito, riparato e collocato accanto alla finestra.
Alma entrò nell’aula del fratello e, osservando i due posti tornati a vivere, ricordò il primo giorno di scuola, quando quei vuoti sembravano rappresentare soltanto una perdita.
«Ne mancano ancora due», disse, senza però provare la tristezza di un tempo.
Nerio passò una mano sul legno del banco appena sistemato e rispose che i posti vuoti non si riempivano attraverso promesse o discorsi, ma creando motivi concreti per restare, lavorare, crescere e vivere nel paese.
Nell’atrio della scuola, l’”Atlante delle cose in attesa” era ancora aperto sulla prima pagina, ma accanto ai vecchi disegni gli alunni ne avevano aggiunti di nuovi.
Il pulmino non era più chiuso dietro il cancello, il laboratorio non era più vuoto, i terreni non aspettavano più qualcuno che li curasse e molte capacità che sembravano inutili erano diventate servizi e lavoro.
Sotto la grande mappa, Alma aveva scritto una frase che riassumeva tutto ciò che il paese aveva imparato: “Una comunità comincia a rinascere quando smette di contare soltanto ciò che ha perduto e impara a collegare le persone, le capacità e le risorse che possiede.”
Montalume aveva ancora problemi da risolvere e altri banchi da riportare in aula, ma non aspettava più che una soluzione arrivasse da lontano, perché aveva imparato a cercarla nelle persone, nelle idee, negli spazi dimenticati e in tutte quelle possibilità che, quando rimangono separate, sembrano troppo piccole, ma quando vengono unite possono trasformarsi in lavoro, servizi e futuro.

