Immaginate di poter salire su una macchina del tempo e tornare indietro di più di quarant’anni, in un’epoca in cui non esistevano gli smartphone, i tablet non erano ancora entrati nelle nostre case e Internet, così come lo conosciamo oggi, era ancora molto lontano dalla vita quotidiana dei bambini.
Siamo negli anni ’80, un decennio pieno di colori, musica, cartoni animati e grandi novità tecnologiche, durante il quale i videogiochi cominciarono a conquistare sempre più bambini e ragazzi, entrando nelle sale giochi, nei bar e, poco alla volta, anche nelle case attraverso console e computer domestici.
Per capire quanto fosse diverso quel mondo, basta pensare a ciò che accade oggi quando accendiamo una console, un computer, un tablet o uno smartphone: in pochi istanti possiamo entrare in ambienti tridimensionali enormi, vedere personaggi ricchi di dettagli, giocare attraverso Internet con persone che si trovano dall’altra parte del mondo ed esplorare luoghi virtuali così realistici da sembrare quasi veri.
Negli anni ’80 tutto questo sembrava fantascienza.
Dal punto di vista grafico e tecnologico, molti videogiochi erano molto più semplici rispetto a quelli di oggi, perché la tecnologia disponibile non permetteva ancora di creare la grafica spettacolare che conosciamo oggi. I personaggi erano spesso formati da piccoli quadratini luminosi chiamati pixel, i colori erano limitati, i movimenti erano essenziali e le musiche erano composte da semplici suoni elettronici.
Questo, però, non significa che fossero facili da giocare.
Alcuni erano anzi molto impegnativi e richiedevano grande attenzione, riflessi veloci, memoria e tanta pazienza, perché spesso bastava un piccolo errore per perdere una partita e dover ricominciare.
Eppure bastava davvero poco per iniziare a sognare.
Un piccolo personaggio sullo schermo poteva diventare un eroe, poche linee luminose potevano trasformarsi in un’astronave lanciata nello spazio e un semplice labirinto poteva diventare un luogo misterioso pieno di pericoli.
Uno dei personaggi più famosi di quel periodo era Pac-Man, protagonista di un videogioco uscito nel 1980, nel quale una buffa creatura gialla dalla grande bocca correva dentro un labirinto mangiando piccoli puntini mentre cercava di sfuggire a quattro fantasmi colorati.
Il gioco sembrava semplicissimo, ma diventava sempre più impegnativo e bisognava osservare attentamente il percorso, scegliere rapidamente la strada da seguire e cercare di non farsi raggiungere.
C’era poi Space Invaders, nato in realtà nel 1978, quindi alla fine degli anni ’70, ma diventato uno dei grandi simboli dell’epoca dei primi videogiochi arcade e ancora famosissimo all’inizio degli anni ’80.
Il giocatore doveva difendersi da file di misteriosi invasori alieni che avanzavano sullo schermo, utilizzando un piccolo cannone per cercare di fermarli prima che arrivassero troppo vicino.
Oggi quelle figure potrebbero sembrare estremamente semplici, ma nella fantasia di un bambino di allora potevano trasformarsi in una gigantesca flotta extraterrestre arrivata da una galassia lontanissima.
Un’altra grande avventura arrivò con Donkey Kong, uscito nel 1981, nel quale un piccolo personaggio inizialmente chiamato Jumpman doveva saltare ostacoli, evitare pericolosi barili e arrampicarsi su piattaforme e scale.
Quel personaggio sarebbe diventato poco dopo famoso in tutto il mondo con il nome di Mario.
Ogni salto richiedeva attenzione e precisione e, quando finalmente si riusciva a superare una parte particolarmente difficile, la soddisfazione era enorme.
Nel 1985 arrivò poi Super Mario Bros., destinato a diventare uno dei videogiochi più conosciuti della storia.
Mario attraversava un coloratissimo mondo fatto di piattaforme, mattoni, tubi misteriosi, monete, nemici e passaggi segreti e, per molti bambini dell’epoca, era sorprendente poter esplorare un’avventura così ricca semplicemente muovendo un piccolo personaggio sullo schermo.
Ogni nuovo livello nascondeva qualcosa da scoprire e proprio la curiosità di sapere che cosa ci fosse più avanti spingeva a continuare a giocare.
Anche Tetris, creato nel 1984, conquistò milioni di persone attraverso un’idea completamente diversa.
Non c’erano eroi da salvare, mostri da sconfiggere o mondi fantastici da attraversare, ma forme geometriche composte da piccoli blocchi che cadevano dall’alto e che bisognava sistemare nel modo corretto per completare delle linee.
Sembrava facile, ma quando i pezzi cominciavano a scendere sempre più velocemente servivano concentrazione, capacità di osservazione e rapidità nelle decisioni.
Un altro gioco molto conosciuto era Frogger, uscito nel 1981, nel quale bisognava aiutare una piccola rana ad attraversare prima una strada piena di automobili e poi un fiume ricco di pericoli, saltando al momento giusto e cercando ogni volta il percorso più sicuro.
Una missione apparentemente semplicissima poteva trasformarsi così in una sfida emozionante, nella quale bastava un piccolo errore per dover ricominciare.
Con Galaga si tornava invece nello spazio per affrontare formazioni di nemici alieni, mentre Bubble Bobble, uscito nel 1986, portava sullo schermo due simpatici draghetti capaci di intrappolare i nemici dentro bolle colorate.
Out Run, sempre del 1986, faceva immaginare di guidare una velocissima automobile lungo strade spettacolari, mentre Ghosts ’n Goblins, uscito nel 1985, conduceva il giocatore in un mondo fantastico popolato da cavalieri, creature misteriose e tanti pericoli da superare.
Ma per capire veramente che cosa rappresentassero i videogiochi negli anni ’80 non basta conoscere i loro nomi, perché bisogna anche immaginare come e dove si giocava.
Molti bambini e ragazzi incontravano i videogiochi nelle sale giochi, nei bar o in altri luoghi dove si trovavano grandi macchine chiamate cabinati arcade, dotate di uno schermo, di un joystick e di grandi pulsanti colorati.
Davanti a quelle macchine ci si incontrava con gli amici, si osservavano con attenzione i giocatori più bravi per cercare di imparare qualche trucco e si aspettava con impazienza il proprio turno.
Spesso bisognava inserire una moneta per iniziare una partita e questo rendeva ogni tentativo ancora più prezioso.
Se si perdeva subito, la partita poteva finire molto velocemente; se invece si diventava abbastanza bravi da resistere a lungo, superare diversi livelli e ottenere un punteggio molto alto, ci si poteva sentire quasi dei campioni.
Il punteggio aveva infatti una grande importanza.
In molti videogiochi non esistevano enormi avventure da completare come accade in molti giochi di oggi, ma una delle sfide principali consisteva nel riuscire a migliorare continuamente il proprio record, arrivando sempre un po’ più lontano e magari superando il punteggio degli amici.
Non tutti i bambini, però, vivevano i videogiochi nello stesso modo e non si giocava soltanto nelle sale giochi.
Negli anni ’80 si diffusero sempre di più anche le console domestiche e gli home computer, che permisero a molte famiglie di portare i videogiochi direttamente nelle proprie case.
A seconda della macchina utilizzata, i giochi potevano trovarsi su cartucce, cassette o dischetti e, in alcuni casi, soprattutto quando venivano caricati da audiocassetta, bisognava aspettare prima di poter iniziare.
Per un bambino di oggi, abituato a toccare un’icona sullo schermo e vedere quasi immediatamente comparire un gioco, potrebbe sembrare stranissimo dover aspettare diversi minuti.
Ma anche quell’attesa faceva parte dell’esperienza.
Si preparava il gioco, si aspettava con curiosità e poi, quando finalmente apparivano le prime immagini sullo schermo, cominciava l’avventura.
Oggi il mondo dei videogiochi è profondamente cambiato.
I personaggi possono avere volti, espressioni e movimenti così dettagliati da sembrare quasi reali, mentre i paesaggi possono essere enormi e tridimensionali e permettere di esplorare città, foreste, montagne, oceani e persino interi pianeti.
Possiamo vedere il vento muovere gli alberi, l’acqua riflettere la luce, le ombre cambiare durante la giornata e personaggi capaci di muoversi in ambienti virtuali ricchissimi di particolari.
Negli anni ’80 era tutto molto diverso.
Un personaggio poteva essere formato da pochi pixel, un’automobile poteva sembrare composta da semplici forme colorate e un’astronave poteva essere rappresentata da poche linee luminose.
La tecnologia mostrava poco e la fantasia doveva immaginare molto.
Anche il modo di controllare i videogiochi è cambiato enormemente.
Negli anni ’80 si utilizzavano joystick con pochi pulsanti, tastiere o controller relativamente semplici, mentre oggi possiamo utilizzare sistemi di controllo molto più complessi, schermi tattili e, in alcuni casi, persino dispositivi capaci di seguire i movimenti del nostro corpo o visori per entrare nella realtà virtuale.
È cambiato moltissimo anche il modo di giocare insieme.
Negli anni ’80, quando si voleva condividere un videogioco con un amico, nella maggior parte delle esperienze quotidiane si giocava nello stesso luogo, magari davanti allo stesso televisore, allo stesso computer o nella stessa sala giochi.
Si giocava a turno oppure insieme quando il gioco lo permetteva, mentre gli altri potevano stare accanto allo schermo, osservare, suggerire una mossa o aspettare impazientemente di prendere il joystick.
Esistevano già alcune forme di collegamento tra computer e reti, ma erano molto lontane dall’esperienza semplice e diffusa del gioco online che conosciamo oggi.
Oggi Internet permette infatti a giocatori che si trovano anche a migliaia di chilometri di distanza di entrare nello stesso mondo virtuale, collaborare, comunicare o affrontarsi nella stessa partita.
Anche le dimensioni delle avventure sono cambiate.
Molti videogiochi degli anni ’80 erano costruiti intorno a livelli relativamente brevi e l’obiettivo principale era spesso ottenere il punteggio più alto possibile, superare un ostacolo, completare un percorso oppure resistere più a lungo.
Questo non significa, però, che tutti i giochi di allora fossero semplici o brevi: già negli anni ’80 esistevano avventure più articolate, giochi di ruolo, esplorazioni e titoli capaci di offrire esperienze molto diverse tra loro.
Oggi, grazie a una tecnologia enormemente più potente, possiamo trovare con maggiore facilità videogiochi con storie molto lunghe, enormi territori da esplorare, personaggi con cui interagire, oggetti da costruire, misteri da risolvere e mondi virtuali nei quali si può giocare per moltissimo tempo.
Anche il modo di ottenere i videogiochi è diventato completamente diverso.
Oggi possiamo scaricarli attraverso Internet e giocare su console, computer, smartphone e tablet, mentre negli anni ’80 possedere un nuovo videogioco poteva essere un piccolo evento e spesso si continuava a giocare allo stesso titolo tantissime volte, cercando ogni giorno di diventare un po’ più bravi, scoprire un segreto nascosto o battere il proprio record.
Tutto questo, però, non significa che i videogiochi moderni siano semplicemente migliori di quelli degli anni ’80.
Sono soprattutto diversi, perché appartengono a epoche tecnologiche molto lontane tra loro.
I videogiochi degli anni ’80 erano limitati dalle capacità delle macchine disponibili, ma proprio quei limiti spingevano chi li progettava a trovare idee semplici, immediate e creative, perché con pochi colori, pochi suoni, poca memoria e pochi comandi bisognava riuscire a creare qualcosa di abbastanza divertente da far venire voglia di giocare ancora.
Ed è sorprendente scoprire che alcune di quelle idee hanno attraversato più di quarant’anni di storia.
Mario continua ancora oggi a vivere nuove avventure, Pac-Man è ancora riconosciuto da bambini e adulti, Tetris continua a essere giocato e moltissime idee nate durante i primi decenni della storia dei videogiochi sono ancora presenti, trasformate e migliorate, nei giochi moderni.
Ma forse la differenza più affascinante tra ieri e oggi riguarda proprio la fantasia.
I videogiochi moderni possono mostrarci moltissimi dettagli, mentre quelli di allora lasciavano spesso molte più cose da immaginare.
Un piccolo insieme di pixel poteva diventare un eroe coraggioso, poche linee potevano trasformarsi in una potentissima astronave e un semplice labirinto poteva sembrare un universo pieno di misteri.
I bambini completavano con la propria immaginazione tutto ciò che la tecnologia non era ancora capace di mostrare.
Eppure, nonostante tutte queste enormi differenze, qualcosa di molto importante non è mai cambiato.
Un bambino degli anni ’80 che cercava per l’ennesima volta di superare un livello difficile e un bambino di oggi che esplora un gigantesco mondo tridimensionale possono provare emozioni sorprendentemente simili: la curiosità di scoprire che cosa succederà, l’entusiasmo davanti a una nuova avventura, la delusione quando si perde e quella bellissima soddisfazione che arriva quando, dopo tanti tentativi, finalmente si riesce a superare una difficoltà.
La tecnologia cambia, gli schermi diventano più grandi, la grafica diventa più realistica e i mondi virtuali diventano sempre più complessi, ma la voglia di giocare, scoprire, imparare, affrontare una sfida e immaginare continua ad accompagnare ogni nuova generazione.
Forse è proprio questa una delle lezioni più belle che possiamo imparare guardando i videogiochi del passato: la tecnologia può aiutarci a creare mondi sempre più sorprendenti, ma ciò che rende veramente speciale un gioco non dipende soltanto dal numero di colori, dalla qualità della grafica o dalla potenza di un computer.
Se un bambino di oggi potesse entrare per un momento in una sala giochi degli anni ’80, probabilmente rimarrebbe sorpreso davanti a quegli schermi, a quei grandi cabinati e a quelle immagini così semplici, ma forse, dopo aver afferrato un joystick, premuto un pulsante colorato e iniziato una partita, scoprirebbe che il divertimento non è poi così diverso.
Perché negli anni ’80 bastavano un joystick, qualche pulsante, una manciata di pixel e tanta fantasia per partire verso avventure senza confini, mentre oggi abbiamo mondi tridimensionali, Internet e tecnologie che allora sembravano impossibili, ma la vera magia del gioco continua a nascere nello stesso posto: nella curiosità e nell’immaginazione di chi gioca.

