C’era una volta, ai piedi di una grande collina coperta di campi di grano, alberi di ulivo e sentieri che si arrampicavano lentamente verso il cielo, un piccolo paese chiamato Ventolieve, dove il vento soffiava quasi ogni giorno facendo girare le grandi pale di alcuni vecchi mulini che, visti da lontano, sembravano enormi creature immobili pronte a svegliarsi da un momento all’altro.
A Ventolieve vivevano molti bambini, ma tra tutti ce n’erano tre che erano diventati inseparabili e che trascorrevano insieme quasi ogni momento libero: Lia, che era curiosa, osservava ogni cosa con attenzione e faceva continuamente domande; Tommaso, che possedeva una fantasia straordinaria ma che proprio per questo qualche volta si lasciava spaventare troppo facilmente da ciò che immaginava; e Karim, che era molto sensibile, attento agli altri e incapace di restare indifferente quando vedeva qualcuno trattato male o lasciato da solo.
Ogni mattina i tre amici percorrevano insieme la strada che attraversava la piazza principale e conduceva alla scuola, raccontandosi sogni, avventure e piccole preoccupazioni, finché un giorno, passando accanto alla fontana, notarono un uomo anziano seduto su una vecchia panchina di legno, con un cappello enorme, una giacca piena di toppe e un lungo bastone appoggiato alle ginocchia.
Accanto a lui c’era una bicicletta così vecchia e arrugginita che sembrava provenire da un tempo lontanissimo, mentre l’uomo, senza accorgersi apparentemente di nulla di ciò che accadeva intorno a lui, osservava con grande attenzione i mulini sulla collina.
Quando i bambini gli passarono davanti, l’anziano domandò improvvisamente: «Secondo voi, quelli lassù sono davvero soltanto mulini a vento?»
Lia si fermò sorpresa, guardò la collina e poi rispose con sicurezza: «Certo che sono mulini, li conosciamo da sempre.»
L’uomo sorrise lentamente, come se quella risposta gli fosse piaciuta ma non lo avesse convinto del tutto.
«Sono certamente mulini», disse, «ma qualche volta una cosa può essere reale e, nello stesso tempo, diventare anche il simbolo di qualcos’altro, perché gli esseri umani usano da sempre le storie per capire meglio ciò che accade dentro di loro e nel mondo che li circonda.»
Tommaso, che aveva già cominciato a immaginare castelli, cavalieri e creature misteriose, spalancò gli occhi.
«Vuoi dire che potrebbero essere giganti?»
L’anziano scoppiò a ridere.
«Mi fai venire in mente Don Chisciotte.»
«Chi era?» domandò Karim.
«Un personaggio di un grande romanzo scritto molti secoli fa da Miguel de Cervantes», spiegò l’uomo, «un cavaliere che, in una delle sue avventure più famose, vide dei mulini a vento e credette che fossero enormi giganti da combattere, mentre il suo compagno Sancho Panza cercava di spiegargli che erano semplicemente mulini.»
Tommaso guardò nuovamente verso la collina.
«Quindi si era sbagliato.»
«Sì», rispose l’anziano, «e proprio per questo quella storia ci insegna anche qualcosa molto importante: prima di combattere contro qualcosa dobbiamo cercare di capire bene che cosa abbiamo davvero davanti, perché il coraggio è prezioso, ma deve camminare insieme alla conoscenza della realtà.»
Poi l’uomo rimase per qualche istante in silenzio, osservando le pale che giravano lentamente nel vento.
«Io, però, quando guardo quei mulini, penso anche ad altri giganti, non quelli inventati da Cervantes, ma quelli che possiamo immaginare noi per comprendere alcuni problemi della vita.»
Karim, incuriosito, gli chiese: «E come si chiamano questi giganti?»
L’uomo sollevò lentamente tre dita.
«Io li chiamerei Ingiustizia, Paura e Ignoranza.»
In quel preciso momento la campanella della scuola iniziò a suonare e i tre bambini, dopo essersi salutati velocemente con l’anziano, corsero verso l’ingresso, ma per tutta la mattina continuarono a pensare a quelle strane parole e a chiedersi come potesse essere possibile incontrare dei giganti senza accorgersene.
Il primo gigante si presentò proprio durante la ricreazione.
Nel cortile della scuola alcuni bambini stavano giocando con una palla, gridando e correndo da una parte all’altra, quando Anna, una bambina arrivata da poco in classe e ancora molto timida perché conosceva poche persone, si avvicinò lentamente e chiese se poteva partecipare al gioco.
Uno dei bambini la guardò e rispose: «No, perché sei nuova e sicuramente non sei brava come noi.»
Anna abbassò immediatamente lo sguardo e si allontanò senza dire nulla, cercando di non far vedere agli altri quanto quella frase l’avesse fatta rimanere male.
Karim, che aveva osservato tutta la scena, sentì nascere dentro di sé quella strana sensazione che provava ogni volta che qualcosa gli sembrava profondamente sbagliato e, proprio in quel momento, ricordò le parole dell’uomo incontrato nella piazza.
Ingiustizia.
Forse il primo gigante era arrivato davvero.
Non aveva una testa enorme, non faceva tremare la terra e non lanciava urla spaventose, ma era riuscito a nascondersi dentro una frase semplice e crudele: “Tu non puoi giocare con noi.”
Karim si avvicinò al gruppo e domandò: «Perché Anna non dovrebbe giocare?»
«Perché magari ci fa perdere», rispose uno dei bambini.
Karim prese la palla, la strinse tra le mani e disse: «Anche io qualche volta sbaglio, anche voi sbagliate e nessuno nasce sapendo già fare tutto, quindi se lasciamo giocare soltanto chi è già bravo, chi deve imparare non avrà mai la possibilità di diventarlo.»
Lia, che aveva ascoltato tutto, si mise immediatamente accanto a lui e propose di formare due squadre nuove, mentre Tommaso chiamò Anna e la invitò a tornare.
All’inizio Anna sbagliò qualche passaggio e sembrava ancora un pò impaurita, ma dopo alcuni minuti riuscì a recuperare la palla, corse verso la porta e fece un tiro così preciso che tutti cominciarono ad applaudire.
Karim sorrise, perché aveva capito qualcosa di importante: ogni volta che qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte davanti a un’ingiustizia e prova a intervenire con rispetto, equilibrio e coraggio, quel gigante diventa almeno un po’ più piccolo.
Quel pomeriggio, tornando a casa, Lia, Tommaso e Karim decisero di percorrere un sentiero che conduceva verso i vecchi mulini sulla collina, perché volevano vedere da vicino quei luoghi che, dopo l’incontro con l’anziano, sembravano improvvisamente molto più misteriosi.
Per raggiungerli bisognava attraversare un piccolo bosco dove gli alberi crescevano così vicini che, in alcuni punti, i raggi del sole riuscivano a passare soltanto attraverso sottili fessure tra i rami.
A metà del sentiero sentirono improvvisamente un rumore.
CRACK!
Tommaso si fermò.
«Torniamo indietro.»
Lia guardò verso i cespugli.
«Potrebbe essere soltanto un ramo spezzato.»
CRACK!
Tommaso fece un passo indietro perché, nella sua mente, quel semplice rumore si era già trasformato in qualcosa di enorme e spaventoso.
«Magari c’è un lupo.»
Più pensava a ciò che avrebbe potuto nascondersi dietro quegli alberi, più la sua immaginazione costruiva animali giganteschi, occhi luminosi e pericoli terribili, tanto che a un certo punto disse di non voler proseguire.
Lia gli prese la mano e gli disse: «Avere paura non significa per forza dover scappare, perché possiamo anche avere paura e cercare di capire quello che sta succedendo, andando avanti con prudenza e senza metterci in pericolo.»
Karim si mise accanto a lui e aggiunse: «Restiamo insieme, così nessuno deve affrontare ciò che c’è davanti da solo.»
Fecero un passo, poi un altro, mentre Tommaso sentiva ancora il cuore battere velocissimo, finché arrivarono vicino al cespuglio da cui proveniva il rumore.
Quando spostarono con cautela alcuni rami, scoprirono una piccola capretta che stava tranquillamente mangiando delle foglie e che, muovendosi tra gli arbusti, spezzava con gli zoccoli i rametti secchi.
I tre amici scoppiarono a ridere.
Tommaso tirò un lungo sospiro e disse: «Nella mia testa quella capretta era diventata un mostro gigantesco.»
Lia sorrise.
«Forse abbiamo appena incontrato il secondo gigante.»
Karim annuì.
«La Paura.»
Tommaso rimase a osservare la capretta ancora per qualche secondo e comprese che il coraggio non consiste nel non provare mai paura, perché la paura qualche volta serve anche ad avvertirci di un possibile pericolo, ma nel riuscire a non lasciare che essa trasformi automaticamente tutto ciò che non conosciamo in qualcosa di terribile.
Anche il secondo gigante, quel giorno, era diventato un po’ più piccolo.
Il terzo gigante arrivò il giorno successivo, durante una lezione dedicata agli animali del bosco.
La maestra aveva chiesto agli alunni di preparare una ricerca e, mentre tutti parlavano delle proprie scoperte, un bambino disse: «Mio cugino sostiene che i gufi portano sfortuna.»
Un altro aggiunse immediatamente: «Io invece ho sentito dire che i pipistrelli cercano di attaccarsi ai capelli delle persone.»
Nel giro di pochi minuti la classe si riempì di storie strane, raccontate da qualcuno che le aveva sentite da qualcun altro, che a sua volta le aveva ascoltate chissà dove, fino a quando sembrò quasi che il bosco fosse abitato soltanto da creature pericolose e misteriose.
Lia, che aveva ascoltato in silenzio, alzò la mano.
«Ma siamo sicuri che tutte queste cose siano vere?»
La maestra sorrise, prese alcuni libri dalla biblioteca della classe e disse: «Questa è probabilmente una delle domande più importanti che possiamo fare quando ascoltiamo o leggiamo qualcosa: come facciamo a sapere se è vero?»
I bambini iniziarono allora a cercare informazioni, a leggere testi, a confrontare ciò che trovavano e a porre domande, scoprendo lentamente che alcune delle storie che avevano ascoltato erano credenze, superstizioni, esagerazioni oppure informazioni sbagliate che, passando da una persona all’altra, erano finite per sembrare vere soltanto perché venivano ripetute tante volte.
Tommaso guardò la maestra e domandò: «Quindi possiamo credere a una cosa falsa soltanto perché tante persone la raccontano?»
«Certamente», rispose la maestra, «perché una frase non diventa vera soltanto perché viene ripetuta molte volte, ed è proprio per questo che dobbiamo imparare a verificare le informazioni, cercare fonti affidabili e, quando possibile, risalire all’origine di ciò che leggiamo o ascoltiamo.»
Poi prese dalla biblioteca un grande libro e lo appoggiò sulla cattedra.
Sulla copertina c’era scritto: “Don Chisciotte della Mancia.”
Lia si illuminò.
«È il libro di cui ci ha parlato l’anziano della piazza!»
La maestra sorrise.
«Conoscete già Don Chisciotte?»
I tre amici raccontarono allora dell’uomo, dei mulini a vento e dei tre giganti che lui aveva chiamato Ingiustizia, Paura e Ignoranza.
La maestra li ascoltò con attenzione, poi disse: «È una bellissima interpretazione, ma dobbiamo fare proprio quello che abbiamo appena imparato: distinguere ciò che è davvero scritto in un libro da ciò che qualcuno ha aggiunto successivamente come riflessione.»
Aprì il volume.
«Nel romanzo di Cervantes c’è davvero la celebre avventura in cui Don Chisciotte scambia i mulini a vento per giganti, ma i tre giganti chiamati Ingiustizia, Paura e Ignoranza non appartengono al testo originale.»
I bambini si guardarono sorpresi.
Tommaso esclamò: «Ma l’anziano non aveva detto che Cervantes aveva scritto quella frase.»
«Esatto», rispose Lia dopo averci pensato. «Aveva detto che quei tre giganti li chiamava così lui.»
La maestra annuì.
«Ed è una differenza molto importante. Possiamo inventare una metafora, interpretare una storia e lasciarci ispirare da un personaggio, ma dobbiamo sempre distinguere chiaramente ciò che appartiene all’opera originale da ciò che nasce da una nostra interpretazione.»
Karim rimase qualche secondo in silenzio.
Poi sorrise.
«Allora abbiamo appena combattuto davvero il terzo gigante.»
«Quale?» domandò la maestra.
«L’Ignoranza, perché invece di credere semplicemente a quello che avevamo sentito, abbiamo controllato.»
La maestra sorrise.
«Esattamente.»
Lia aggiunse: «Quindi non sapere una cosa non significa essere ignoranti.»
«No», rispose la maestra, «perché nessuno può sapere tutto e non conoscere qualcosa è assolutamente normale; il problema nasce quando non vogliamo imparare, quando rifiutiamo di fare domande, quando crediamo a tutto senza verificare oppure quando giudichiamo persone e situazioni che in realtà conosciamo poco.»
In quel momento i tre amici compresero che il terzo gigante era forse il più difficile da riconoscere, proprio perché poteva nascondersi dentro una notizia falsa, una convinzione sbagliata, un pregiudizio o perfino una frase attribuita alla persona sbagliata.
E scoprirono anche quale fosse una delle armi più potenti per affrontarlo.
La conoscenza.
Qualche giorno dopo Lia, Tommaso e Karim tornarono nella piazza e trovarono nuovamente l’anziano seduto sulla stessa panchina, mentre osservava i mulini che giravano lentamente mossi dal vento.
Tommaso gli corse incontro.
«Abbiamo incontrato i tuoi giganti.»
L’uomo sorrise.
«Davvero? Erano molto grandi?»
Karim rispose: «All’inizio sì, ma poi abbiamo scoperto che possono diventare più piccoli.»
Lia si sedette accanto all’anziano.
«Abbiamo capito che l’Ingiustizia diventa più piccola quando qualcuno ha il coraggio di non restare indifferente davanti a chi viene escluso o trattato male.»
Karim continuò: «Abbiamo capito che la Paura diventa più piccola quando cerchiamo di comprendere ciò che abbiamo davanti e non lasciamo che sia soltanto lei a decidere quello che possiamo o non possiamo fare.»
Tommaso concluse: «E abbiamo scoperto che l’Ignoranza diventa più piccola ogni volta che facciamo domande, studiamo, cerchiamo informazioni e controlliamo se quello che abbiamo sentito corrisponde davvero alla verità.»
Poi aggiunse orgoglioso: «Abbiamo anche scoperto che Cervantes non ha mai scritto che Don Chisciotte combatteva contro tre giganti chiamati Ingiustizia, Paura e Ignoranza.»
L’anziano sorrise soddisfatto.
«Molto bene. Significa che avete capito la lezione più importante.»
Indicò i grandi mulini sulla collina, le cui pale continuavano a girare lentamente contro il cielo.
«Don Chisciotte vide dei giganti dove c’erano dei mulini, mentre noi abbiamo usato quei mulini per immaginare simbolicamente alcuni problemi della vita; sono due cose diverse, ed essere capaci di distinguere la realtà dall’immaginazione, un fatto da un’interpretazione e una fonte autentica da qualcosa che qualcuno ha aggiunto è già un modo per diventare persone più libere e consapevoli.»
Poi infilò una mano nella tasca della giacca e tirò fuori tre piccoli sassolini lisci.
Sul primo era incisa una parola: “GIUSTIZIA”
Sul secondo: “CORAGGIO”
Sul terzo: “CONOSCENZA”
Consegnò un sassolino a ciascuno dei tre bambini.
Tommaso guardò il proprio e disse: «Sono queste le nostre armi? Solo dei sassolini?»
L’anziano rise.
«Le armi più importanti non sono sempre quelle che fanno rumore, perché una parola giusta, una scelta coraggiosa, una domanda intelligente, una conoscenza verificata o un gesto di solidarietà possono cambiare molto più di quanto immaginiamo.»
Il giorno successivo i bambini tornarono nella piazza, ma questa volta l’anziano non c’era più.
Sulla panchina trovarono soltanto un piccolo foglio piegato.
Lia lo aprì e lesse ad alta voce: “I giganti non scompaiono per sempre, perché tornano ogni volta che qualcuno viene trattato ingiustamente, ogni volta che la paura ci impedisce di comprendere e di agire e ogni volta che scegliamo di non conoscere, di non verificare o di giudicare senza sapere; per questo il mondo avrà sempre bisogno di persone capaci di riconoscerli e di affrontarli con intelligenza, coraggio e umanità.”
I tre amici rimasero in silenzio per qualche momento.
Poi Lia prese una matita e scrisse sotto quelle parole: “Non bisogna essere cavalieri per combattere i giganti.”
Karim aggiunse: “Bisogna soltanto non voltarsi dall’altra parte.”
Tommaso completò: “E bisogna imparare a capire quali giganti sono reali e quali esistono soltanto nella nostra immaginazione.”
Da quel giorno, nella scuola di Ventolieve, nacque una piccola tradizione che nessun regolamento aveva imposto e che nessun insegnante aveva scritto alla lavagna, ma che lentamente tutti impararono a rispettare.
Quando qualcuno vedeva un compagno escluso, cercava di coinvolgerlo.
Quando qualcuno aveva paura, nessuno rideva di lui, ma qualcuno gli si metteva accanto e lo aiutava a capire ciò che stava accadendo.
Quando un bambino non conosceva una risposta, nessuno lo prendeva in giro, perché tutti avevano imparato che non sapere qualcosa non è una vergogna, ma può diventare l’inizio di una nuova possibilità di imparare.
E quando qualcuno raccontava una notizia sorprendente, una frase famosa o una storia che sembrava troppo strana per essere vera, nella classe si sentiva spesso una voce domandare: «Come possiamo verificare se è davvero così?»
Passarono gli anni, i bambini diventarono grandi e i vecchi mulini continuarono a girare sulla collina, mentre il vento attraversava i campi esattamente come aveva fatto per generazioni.
Ogni tanto qualcuno raccontava ancora la storia dei tre giganti, spiegando però sempre che non erano personaggi creati da Cervantes, ma simboli immaginati per ricordare tre grandi sfide che ogni essere umano può incontrare durante la propria vita.
Perché l’Ingiustizia, la Paura e l’Ignoranza non erano scomparse dal mondo e probabilmente non sarebbero mai scomparse del tutto.
Ma a Ventolieve tutti avevano imparato un segreto che valeva molto più di qualsiasi tesoro: un gigante sembra invincibile soprattutto quando nessuno prova a comprenderlo e ad affrontarlo.
Avevano imparato anche che per cambiare qualcosa non servono sempre imprese straordinarie, perché a volte basta invitare a giocare chi è rimasto solo, difendere chi viene trattato male, fare un passo nonostante la paura, aprire un libro, ascoltare una persona prima di giudicarla, porre una domanda quando non conosciamo la risposta, ammettere di aver sbagliato oppure avere il coraggio di verificare una notizia invece di credere automaticamente a ciò che tutti ripetono.
Sono gesti piccoli, così piccoli che qualche volta sembrano non avere alcuna importanza.
Eppure, quando molti piccoli gesti si uniscono, quando tante persone decidono di non restare indifferenti e quando la giustizia, il coraggio, la conoscenza e il pensiero critico cominciano a camminare insieme, persino i giganti più grandi possono iniziare a diventare piccoli.

