Una sera come tante, mentre Alice prepara la cena, Claudia guarda la televisione…
Ad un certo punto, la bambina viene colpita dall’immagine di un murale che raffigura una signora con un fazzoletto in testa e dei gelsomini in mano, corre dalla mamma e le chiede chi è e perché ha quei gelsomini in mano. La mamma, si siede accanto a lei e inizia a raccontarle che tanto tempo fa, negli anni trenta/quaranta, la vita non era esattamente come oggi, non c’erano i computer e la tecnologia non era così all’avanguardia, i bambini non andavano tutti a scuola, molti di loro lavoravano.
Rosaria, la donna del murale, era una bambina che raccoglieva i gelsomini, nella pianura di Milazzo, insieme ad altre donne e bambine, di notte per non sciupare i fiori che venivano raccolti in ceste, messi su dei camion e poi portati in aziende dove si producevano le essenze per i profumi.
Il lavoro era faticoso ma ci volevano le mani di donne e bambine per raccoglierli, i gelsomini, data la delicatezza del fiore.
Nessuna di loro aveva l’orologio per controllare le ore di lavoro, all’epoca lo avevano già inventato, ma nessuna aveva la possibilità di comprarne uno… per sapere l’ora si orientavano con l’astrolabio collocato sulla parete esterna della casa padronale.
Claudia ascolta silenziosa.
Ad un tratto interrompe la mamma dicendo: «Ma Rosaria era piccola, non si stancava? Perché la facevano lavorare?»
La mamma sorride e continua a spiegarle che ai bambini era negato il diritto al gioco, dovevano lavorare dalla notte fino alle prime luci dell’alba, con i piedi nudi immersi nel fango, perché le
famiglie erano molto povere.
Ma un bel giorno, le donne e le bambine iniziarono a reclamare i loro diritti scioperando, volevano ottenere, soprattutto, stivali e grembiule cerato per proteggersi dal freddo e dall’umidità… erano
stanche di essere sfruttate.
Rosaria nella tasca del grembiule aveva una clessidra, da lei stessa costruita con una boccetta di vetro e sabbia raccolta dalla spiaggia vicino casa, per calcolare quante ore rimanevano ancora da lavorare…
a volte, stanca e indolenzita, piangeva perché avrebbe preferito correre in quei campi, raccogliere i fiori per diletto, ma sapeva di non potersi fermare.
In seguito le proteste delle donne si fecero più pesanti nel reclamare il diritto di lavorare salvaguardando la loro salute e quella delle bambine.
Finito il racconto, Alice promette alla figlia di portarla a vedere il murale che ritrae l’anziana Rosaria, ultima testimone di un tempo lontano… Rosaria che aveva assistito alla fine della piantagione di gelsomini e che conservava ancora il loro profumo nelle narici, quel profumo che nemmeno il cattivo odore nauseabondo, emanato dai fumi dell’industria che aveva occupato quei terreni, aveva potuto cancellare.
Tra quei gelsomini aveva trascorso il tempo della sua infanzia non vissuta, ma aveva imparato che il fatto di essere donna non significa arrendersi e non far valere i propri diritti, anzi… bisogna
conquistare un proprio spazio nella società e farsi valere.
«Mamma!» esclama Claudia «Esistono ancora delle piantagioni di gelsomino? E la signora Rosaria vive ancora? La possiamo intervistare? Mi piacerebbe conoscerla…»
«Certamente» esclama Alice «finisco di cucinare e poi ti porto da lei. Le potrai chiedere tutto, lei ha memoria del cambiamento avvenuto in quella zona di Milazzo in cui, al posto delle piantagioni di gelsomini, è nata la Raffineria».
Claudia, felice, prepara taccuino e penna da vera giornalista, vuole raccontare ai suoi compagni di scuola questa storia interessante, una storia che fa parte della cultura del luogo in cui vive, ma che può, di certo, essere di insegnamento per tutti.
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Rosaria la gelsominaia di Antonietta Micali
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