Finale della Coppa Interplanetaria di Calcio. 100.000 spettatori allo stadio. Cento miliardi incollati davanti alla TV. Le due squadre finaliste, La Virtus Giove e la Polisportiva Marte a un minuto dalla fine dei tempi regolamentari sono sullo zero a zero. Poi un rimpallo, un rimbalzo e il pallone arriva fra i piedi di Trapezio Giocameglio il campione della Virtus Giove, che lo stoppa di testa, lo accarezza con il piede sinistro, lo coccola con il destro e poi scatta in avanti. Un fulmine. In due secondi dribbla un avversario con una finta a destra e un altro con una a sinistra. Un terzo lo scavalca. A un quarto fa passare il pallone fra le gambe. Scarta un sesto giocatore… un settimo… un ottavo… un nono. Il portiere vede arrivare Trapezio dritto verso la porta. In quel momento accanto a Trapezio spunta un altro giocatore. Armadione Stracciabrache, difensore della Marziana, l’unico che Trapezio non ha ancora dribblato che, un attimo prima che Trapezio effettui il suo tiro, gli toglie il pallone dai piedi con le mani. «Fallo!» L’urlo si sente in tutto il sistema solare e anche più in là. Il signor Sibilotto, l’arbitro, soffia nel fischietto con tutta la sua forza. Poi fruga nel taschino per estrarre il cartellino rosso per espellere Armadione. Si rivolta le tasche. Si toglie la giacca. Si sfila i pantaloni. Rimane in mutande a cuoricini rossi. Non succede nient’altro. Rossofuoco, il cartellino rosso per espellere Armadione Stracciabrache non c’è più. E neanche Giallocedro, quello giallo, per ammonirlo solamente. Sibilotto diventa bianco, poi verde, poi viola. Non gli è mai successa una cosa simile. I giocatori si avvicinano all’arbitro. «E adesso che facciamo?» chiedono.
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