Poiché gli uomini erano diventati troppo cattivi e superbi, Giove decise di punirli. Chiamò Vulcano, il fabbro, e gli comandò di fabbricargli una donna.
La donna fatta di argilla era in tutto simile alle bellissime dee. Minerva le donò una cintura di perle e un abito ricchissimo di porpora e gemme; le Grazie le adornarono il petto e le braccia di gioielli scintillanti; Venere sparse sulla sua testa tutte le più squisite grazie femminili, mentre le Ore dalle lunghe trecce dorate la inghirlandavano. Giove le diede il nome di Pandora e le donò un vaso da portare con sé sulla Terra. Esso conteneva tutti i mali per far piangere, soffrire, rovinare gli uomini. Le raccomandò di non aprirlo perché, imprigionati, non avrebbero potuto nuocere a nessuno.
Pandora scese sulla terra ma la curiosità fu più forte dell’impegno preso. Sollevò il coperchio e un fumo denso, nero e acre uscì dal vaso e mille fantasmi orribili si delineavano in quelle tenebre paurose che invadevano il mondo e oscuravano il sole. C’erano tutte le malattie e tutti i dolori e tutte le brutture e tutti i vizi. E tutti rapidi, inafferrabili, violenti, irrompevano nelle case tranquille degli uomini Invano Pandora, cercava affannosamente di chiudere il vaso, di trattenere i mali e di rimediare al disastro. Il destino si compiva e da quel giorno la vita degli uomini cambiò. Quando ormai tutto il fumo era svanito, Pandora guardò nel vaso: c’era un grazioso uccellino azzurro. Era la Speranza, l’unico bene rimasto ai mortali. Giove aveva castigato gli uomini usando la curiosità di Pandora ma aveva anche donato alla vita la speranza che non abbandona nessuno.

