La storia di Peppino è straordinaria non solo perché ai tempi fu uno dei pochi a denunciare la mafia, ma perché lui stesso proveniva da una famiglia affiliata al crimine organizzato ed ebbe il coraggio di fare una scelta differente.
La famiglia Impastato era molto ben inserita nell’attività mafiosa: la sorella di Luigi aveva sposato il boss Cesare Manzella, mentre lo stesso papà Luigi era un amico di Gaetano Badalamenti, il capomafia della zona che, come soleva dire lo stesso Peppino, abitava «a cento passi» da casa sua.
Peppino però era diverso. Per lui legalità e giustizia erano valori irrinunciabili e crebbe alimentando idee politiche che poco si adattavano all’ambiente nel quale era costretto a vivere.
Era un giornalista attivista siciliano e fu tra i primi a denunciare il sistema del crimine organizzato palermitano.
Proprio per questa “grave colpa” gli uomini di Cosa Nostra decisero di rapirlo, ammazzarlo e di mettere in piedi una messinscena per gettare discredito sulla sua persona. Il corpo di Peppino, o quello che ne rimaneva, fu infatti imbottito di tritolo dai suoi assassini per far pensare ad un attacco terroristico suicida. Era il 9 maggio del 1978.
Fortunatamente, il lavoro instancabile della madre di Peppino, Felicia, e del fratello Giovanni, fece venire a galla la verità.
fonte Focus Junior

