C’era una volta, in una parte di Gaza dove il cielo era spesso colorato di fumo piuttosto che di azzurro, una bambina di nome Leen. Aveva dieci anni, ma i suoi occhi, grandi e scuri, portavano il peso di molte più primavere.
Leen amava disegnare. Non aveva molti giocattoli, e le sue “matite” erano spesso piccoli pezzi di carbone trovati tra le macerie. Il suo quaderno era fatto di foglietti di carta recuperati, incollati insieme.
Ogni giorno, Leen e la sua famiglia vivevano in una tenda improvvisata, sfollati per l’ennesima volta. Il cibo era scarso. “Mangio una sola volta al giorno,” aveva confidato a un operatore umanitario. L’acqua, quella sporca, sapeva di metallo, e a volte, diceva, “sembrava avere i vermi.”
La malnutrizione aveva lasciato la sua ombra su di lei: si sentiva debole e il freddo dell’inverno le entrava nelle ossa attraverso la tela sottile della tenda. Non andava a scuola; l’avevano distrutta. Non poteva giocare come faceva prima, perché il suono delle esplosioni l’aveva resa iper-vigile, sempre in allerta.
Un pomeriggio, sotto il rumore costante dei droni, Leen si accovacciò nell’angolo più tranquillo della tenda e prese il suo carbone. Voleva disegnare qualcosa di felice, qualcosa che potesse quasi vedere con la sua mente.
Iniziò disegnando un sole enorme, cosa che non vedeva da giorni. Poi, una casa, con un tetto rosso e un giardino pieno di ulivi, il simbolo della Palestina che i suoi nonni le avevano descritto. Sulla porta, disegnò due figure: la sua mamma e il suo papà, con le mani che si tenevano, un’immagine di sicurezza e pace.
Mentre disegnava, un altro boato la fece sussultare. Il disegno le cadde dalle mani. Per un attimo, gli occhi di Leen non videro più la sua casa disegnata, ma solo l’immagine che non riusciva a dimenticare: la volta in cui avevano dovuto fuggire e aveva visto persone ferite intorno a lei, persone che non ce l’avevano fatta.
Un suo vicino, un ragazzino di nome Ahmed di dodici anni, che aveva perso un fratello in un attacco, si avvicinò alla sua tenda. Ahmed non parlava quasi più; la guerra gli aveva tolto le parole, lasciando solo una grande ansia e rabbia.
Leen prese il suo disegno e, con un respiro profondo, lo porse ad Ahmed.
“Guarda,” gli sussurrò. “Questa è la nostra casa. Quando avremo di nuovo l’acqua pulita, e quando il cielo sarà solo blu, la costruiremo di nuovo.”
Ahmed fissò il disegno. Non sorrise, ma per la prima volta quel giorno, non si strinse nelle spalle. Le sue dita si mossero lentamente verso un angolo del foglio. Con un piccolo pezzo di pietra colorata che aveva in tasca, tracciò una piccola, timida farfalla gialla accanto al grande sole di carbone.
Nonostante la fame, le ferite, la paura costante, e la perdita di tutto, la farfalla gialla di Ahmed e la casa rossa di Leen erano un’ostinata macchia di colore, la piccola, fragile speranza che i bambini di Gaza non smettono di disegnare, anche quando non hanno più matite.
La situazione in Palestina, in particolare a Gaza, è caratterizzata da numeri allarmanti di vittime e feriti tra i bambini, malnutrizione, sfollamento di massa, distruzione di scuole e ospedali, e danni psicologici incalcolabili, come riportato da organizzazioni umanitarie come UNICEF, Save the Children e UNRWA.

