Il vecchio ciliegio si stagliava imponente sulla riva del ruscello.
Ogni primavera era raggiante nei suoi fiori bianchi, mentre d’estate i suoi rami erano carichi di ciliege rosse per la gioia di tutti. Quante feste sotto i suoi rami, quanti giochi di bambini, quanti fiori intrecciati!
Il vecchio ciliegio aveva grandi radici.
E sui suoi rami si posavano gli uccelli.
«Croak, meravigliosa giornata di sole, questa!» disse un corvo, appollaiato sul ramo più alto.
«Benedetti i raggi che riscaldano la mia vecchia corteccia! Ma tu dove sei stato tutto questo tempo?» domandò il ciliegio.
«Sono volato un po’ più a sud, al caldo. Lo sai, la neve e il ghiaccio non mi aiutano con i miei dolori reumatici, croak! Però, quando c’è il sole, non esiste al mondo luogo più bello di questo!»
«Dal mio punto di vista, anche l’inverno è meraviglioso» disse il ciliegio «non sai che spettacolo ti perdi! Il ruscello ghiacciato, la neve che ricopre piano tutta la valle. E io mi posso riposare sotto quel bianco, al caldo».
«Croak, mi fai venire i brividi! La realtà è che ormai sei un vecchio albero saggio e sai sopportare ogni cosa…»
Il ciliegio sorrise agitando lievemente i suoi rami.
«Volando qui, croak, ho visto tuo figlio».
«Come sta il mio piccolo arbusto?»
«Ti porto i suoi saluti. Mi ha chiesto di dirti che ha passato bene l’inverno e che si sente rinascere ora che è primavera. Il tronco è ancora verde, ma stanno già spuntando le prime gemme. Sono sicuro che tra un po’ splenderanno al sole i suoi primi fiori».
Tutte le foglie del ciliegio sorrisero, provocando un lieve fruscio.
«Ti prego, portagli i miei saluti la prossima volta che passerai di là!» chiese l’albero.
«Croak! Con grande piacere! Ora volo via a cercare un po’ di cibo. Magari trovo qualche lombrico! A presto, vecchio mio».
Il ciliegio lo salutò agitando i rami.
Se qualcuno avesse assistito a quanto era successo avrebbe semplicemente udito un corvo che gracchiava e avrebbe visto foglie d’albero che si muovevano al vento.
Il sole stava tramontando e tingeva di colori brillanti tutto l’orizzonte.
Il ciliegio era rimasto solo, e i pensieri andarono a suo figlio.
Era nato dal nocciolo di una delle sue ciliegie che era caduta nel torrente e che l’acqua aveva trasportato fino alla riva fertile del lago. Lì era nato un piccolo arbusto che ora stava crescendo. Questo gli avevano riferito gli amici animali che si recavano al lago.
Chissà come era diventato grande adesso. E chissà quante domande avrebbe voluto fare a suo padre su quello che gli stava succedendo, su come sarebbe diventato. Chissà se sapeva che tra poco sarebbero cresciute sui suoi rami le rosse ciliege. Chissà, poi, se gli somigliava, se aveva le foglie del suo stesso identico verde.
«Vorrei poterlo incontrare! È questo il mio sogno più grande!» pensò il ciliegio «Ma io sono un albero, e ho le radici. Di qui non mi posso muovere».
E anche suo figlio era un albero.
[…]
Il sogno del vecchio ciliegio
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