Il club SPREME nacque il 2 aprile di un anno come tutti gli altri.
Fu fondato da quattro amici della stessa classe: Giulia, Elisa, Carlo e Richard.
Fu Elisa a immaginarne il nome: era la più fantasiosa.
Suggerì SPREME per due semplici motivi. Il primo: tutti e quattro si sentivano “spremuti”, dalla
famiglia con le cose che potevano fare e non fare e dalla scuola con le cose che dovevano fare e non
fare. Il secondo: SPREME era l’anagramma di SEMPRE e loro sarebbero rimasti SEMPRE amici e
non c’era da aggiungere altro.
I quattro dello Spreme divennero famosi in città grazie all’esibizione pubblica nella quale
presentarono ad amici, parenti, conoscenti e via dicendo l’ACUSMI, una composizione, anzi una
“tecnica di composizione” musicale di loro invenzione.
Anche per questa occasione fu Elisa a risolvere il problema del nome da dare alla nuova composizione
musicale anagrammando il sostantivo MUSICA.
Il giorno della scoperta della tecnica dell’Acusmi fu memorabile.
Da alcuni giorni i quattro amici erano in cerca di una cosa nuova da mettere in piedi. Davvero nuova.
Di quelle che diventano virali sui social anche se loro, i social, ancora non li avevano. L’idea venne
a Richard, quello più versato nelle scienze.
«Avete presente il codice Morse? Quello che permette di trasmettere lettere e numeri attraverso un
segnale in codice? Potremmo renderlo… musicale».
«In che senso?» domandò Giulia. Giulia era la più meticolosa del gruppo: doveva sempre mettere
tutto dentro le giuste caselle.
«Io non so suonare!» aggiunse Carlo, al quale piaceva lamentarsi anche se poi era l’amico su cui si
poteva sempre contare.
«Fatemi parlare!» proseguì Richard «Il codice Morse trasforma le lettere in segnali lunghi e corti. Fu
una scoperta straordinaria. Basterà prendere degli strumenti musicali percussivi… e qualsiasi cosa
può essere uno strumento percussivo… e trasformare i segnali lunghi e corti in suoni lunghi e corti,
alti e bassi, o qualcosa di simile per trasformare qualsiasi scritto in una composizione musicale».
«Ma io non so suonare!» borbottò Carlo, come al solito.
«Mi piace!» disse Elisa «Io ho a casa una darbuka, era di mio nonno. Il suono centrale, quello più
grave, potrebbe essere la linea lunga e il suono del bordo, quello più acuto, la linea breve!»
«Che è una darbuka?» domandò Carlo, senza ottenere risposta.
«Io invece ho un djembe, mi pare si chiami così. Me lo ha regalato mio fratello quando è tornato
dall’Africa. Potrei fare altrettanto».
«E io che suono?» chiese Carlo.
Giulia gli mise in mano una penna e un pennarello: «Suona il tavolo!»
Nei mesi seguenti i quattro dello Spreme trascrissero in codice Morse gli ultimi versi di una poesia
di Gianni Rodari che conoscevano e che li aveva conquistati: Ci sono cose da non fare mai, né di
giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio, la guerra.
Quindi trasformarono il codice in suono e in ritmo, scoprendo un piacere indescrivibile nel suonare
insieme. Infine si preparano per l’esibizione che era stata fissata per il primo giorno di vacanza anche
se, purtroppo, non tutto andò come previsto.

