Violetta era un bellissimo colore di un viola intenso, delicato, con striature che viravano dal blu scuro al rosa confetto quando era illuminata dal sole.
Camminava fiera, impettita, a testa alta nella scatola dei colori primari perché lei era uscita così dalla fabbrica dei colori, viola, anche se non era un colore primario.
Aveva un bel tubetto dall’alluminio con l’etichetta e il tappo viola.
Quando arrivò il nuovo giallo, fece finta di non vederlo, anche perché lui era goffo, si scontrava con tutti gli oggetti e, con un colpo solo, aveva buttato giù tutti i tubetti della scatola che erano lì,
spiaggiati, sul coperchio della scatola in ordine sparso.
Gialletto, così si chiamava il nuovo giallo, aveva sorriso. Ma non un sorriso largo, morbido.
Piuttosto una linea retta tra le due parti del tubetto, tirata, tesa, più una riga che un sorriso.
Poi, d’improvviso, aveva svitato il tubetto del rosso, ne aveva catturato un po’ e, puff… meraviglia o sgomento, era comparso l’arancione.
Certo era un bel colore, vivace, carico come i tramonti d’estate, ma non era un primario.
E poi, cosa ci faceva un giallo così tra i colori?
Gialletto non la raccontava giusta, voleva forse trasformare tutti i colori? Acchiappare i primari e gli usciti di fabbrica e mescolarli con gli intrugli dei pittori o dei bambini?
Bisognava capire, indagare, conoscere…

