Dante Alighieri nacque a Firenze nel 1265; il giorno della sua nascita è incerto, varia tra il 14 maggio e il 15 giugno, e morì a Ravenna il 14 settembre 1321.
Parlare di Dante è un preciso dovere perché è stato il più grande poeta che l’Italia abbia mai avuto ed è considerato “il padre della lingua italiana” perché ha fatto più di tutti gli altri scrittori messi insieme.
In questo articolo voglio presentare Dante non attraverso la sua opera eccelsa “La Divina Commedia”, ma attraverso un sonetto tratto dalla Vita Nova, la prima opera attribuita a Dante, nella quale sono inserite 31 liriche in una cornice narrativa di 42 capitoli e parla del suo innamoramento per Beatrice che vede per la prima volta quando aveva nove anni e la seconda a diciotto. La narrazione racconta il processo di consapevolezza e maturazione spirituale grazie all’amore suscitato in lui da Beltrice. Il sonetto si intitola
“Tanto gentile e tanto onesta pare”
e recita:
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua deven, tremando, muta
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
così benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrarsi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core
che ‘ntender no la può chi no la prova;
e par che dalle sue l’abbia si mova
uno spirito soave pieno d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.
Un sonetto composto di soli 14 versi, un elogio a Beatrice, la donna che Dante ama e che è talmente bella che quando saluta, tutti rimangono in silenzio, tremanti, e abbassano lo sguardo intimiditi.
Lei continua a camminare ascoltando le lodi, con un atteggiamento benevolo e mite, e sembra quasi una creatura angelica venuta dal cielo sulla terra per compiere un miracolo.
Si mostra così piacente a chi la guarda che trasmette, attraverso gli occhi, una dolcezza che va direttamente al cuore, una dolcezza che può essere capita solo da chi l’ha provata, mentre dalla sua persona traspare uno spirito ricolmo d’amore che fa sospirare l’anima.
L’andamento del sonetto è dolce, chiaro e di facile comprensione. In esso Dante celebra i caratteri angelici della donna amata ed esalta le sue virtù morali e di comportamento: nobiltà d’animo, decoro, modestia. Non descrive la sua fisicità, ma cita solo le labbra, mentre la sua bellezza celestiale è l’emanazione di Dio, di fronte alla quale l’uomo non può fare altro che sospirare.
Beatrice è l’unico amore della sua vita, un amore che purifica e conduce a Dio, ed è chiaro il suo intento di elevare la donna ad un livello ultraterreno facendone un ponte tra l’uomo e Dio e diventando mezzo di salvezza che dà beatitudine.
Dante incontrerà ancora Beatrice durante il suo viaggio che compie attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso ed è proprio qui, nel Paradiso, che Beatrice diventa la sua guida.
Una donna realmente vissuta, una creatura celeste, colei che ha condizionato il suo processo spirituale e di purificazione, colei che è stata stimolo per una profonda introspezione umana e morale.

