Quella mattina, davanti alla scuola, gli zaini sembravano più leggeri del solito, anche se contenevano borracce, merende, quadernetti e almeno una decina di cose che, secondo i bambini, sarebbero state indispensabili per affrontare una gita fuori dal comune.
Sveva aveva portato una matita di riserva e una piccola lente d’ingrandimento, perché nei libri che leggeva capitava spesso che un particolare minuscolo aiutasse a risolvere un grande mistero; Naim aveva infilato nello zaino il suo taccuino da disegno, mentre Tancredi aveva preparato un quaderno sulla cui copertina aveva scritto: “Macchine che devo ancora inventare.”
Dentro c’erano il progetto di una gomma capace di raccogliere da sola le proprie briciole, quello di un ombrello con i tergicristalli e il disegno di un robot che avrebbe dovuto sistemargli la camera, ma che, almeno sulla carta, sembrava occupare più spazio di tutto il disordine.
Nel cortile, la maestra Flaminia faceva l’appello con il registro in mano, mentre i bambini cercavano di indovinare che cosa avrebbero visto durante la visita al frantoio.
«Maestra, le macchine sono grandi come quelle delle fabbriche?» domandò Tancredi, aprendo il quaderno su una pagina vuota.
«Lo scopriremo fra poco, ma ricordati che prima di progettare una macchina nuova bisogna capire come funzionano quelle che esistono già.»
Tancredi annuì e scrisse in alto: Prima osservare, poi inventare, sottolineando due volte l’ultima parola.
Quando tutti furono presenti, la maestra richiamò l’attenzione della classe mostrando una busta color verde oliva che nessuno aveva notato prima.
«Questa me l’ha mandata Isotta, la signora che ci accoglierà al frantoio, e mi ha chiesto di leggervela quando saremo pronti per partire.»
Sveva smise subito di sistemare lo zaino, mentre Naim si avvicinò per osservare il piccolo ramo d’ulivo disegnato accanto al nome della scuola.
La maestra aprì la busta e lesse: «Cari bambini, qui sulla collina custodiamo un tesoro che molti di voi hanno già incontrato, forse anche ieri sera a cena, senza sapere quanta strada avesse fatto per arrivare sulla vostra tavola. Vi aspetto per cercarlo insieme, ma portate occhi attenti e tante domande, perché questa mattina le cose potrebbero essere diverse da come sembrano.»
Per qualche istante nessuno parlò, poi dal gruppo cominciarono ad arrivare le ipotesi più disparate: qualcuno immaginava una cassa sepolta sotto un albero, qualcuno pensava a una bottiglia antichissima e Tancredi si domandò se il tesoro fosse custodito da una macchina con una combinazione segreta.
Sveva tirò fuori il quadernetto e scrisse in cima alla prima pagina: Il mistero del frantoio, lasciando sotto abbastanza spazio per gli indizi che era certa avrebbero trovato.
Quando il pulmino arrivò davanti al cancello, i bambini salirono a turno, salutarono i genitori attraverso i finestrini e si sistemarono ai loro posti, allacciando le cinture mentre la maestra controllava che tutti fossero pronti.
Poco dopo, la scuola cominciò ad allontanarsi dietro di loro e le strade conosciute, quelle percorse ogni mattina ancora un pò assonnati, lasciarono il posto a case più distanti, orti, campi e colline.
Naim appoggiò il taccuino sulle ginocchia e provò a disegnare il paesaggio, ma ogni volta che alzava gli occhi un albero era già scomparso dietro il finestrino e una casa nuova aveva preso il posto di quella che stava tracciando.
«Gli alberi non potrebbero stare fermi un momento?» borbottò, facendo ridere Sveva.
Tancredi voltò subito pagina e cominciò a disegnare un marchingegno.
«Potrei inventare una matita veloce quanto il pulmino.»
Naim guardò il progetto, nel quale una matita era stata fissata a quattro ruote enormi, e gli spiegò che forse sarebbe stato più semplice finire il disegno dopo essere arrivati.
Man mano che il pulmino saliva lungo la strada, gli ulivi diventavano più numerosi e il vento voltava le foglie, facendo comparire tra il verde piccoli lampi d’argento.
Fu Sveva ad accorgersi per prima dell’edificio con il cartello del frantoio e della donna che li aspettava davanti all’ingresso, tenendo qualcosa stretto fra le mani.
«Dev’essere Isotta» disse, girando il viso verso il finestrino. «Ma che cosa sta mostrando?»
Naim guardò nella stessa direzione e riuscì a distinguere una piccola bottiglia che brillava al sole, mentre Tancredi cercava già di riconoscere, attraverso il portone, la forma delle macchine.
Quando i bambini scesero insieme alla maestra, Isotta sollevò la bottiglia perché tutti potessero vederla.
Sull’etichetta c’era scritto “IL TESORO DELLA COLLINA”, ma dentro non sembrava esserci assolutamente nulla.
«Benvenuti, bambini» disse Isotta, guardando i loro visi incuriositi. «Avete ricevuto il mio messaggio? Bene, perché abbiamo una bottiglia da riempire e un tesoro da trovare.»
Dalla tasca del grembiule tirò fuori tre buste numerate e le consegnò alla maestra, raccomandandole di aprirle soltanto al momento giusto.
«Durante la visita resteremo insieme nel percorso riservato ai visitatori, mentre le macchine saranno utilizzate soltanto dagli addetti; voi potrete osservarle e fare tutte le domande che vi verranno in mente.»
Tancredi sollevò il quaderno delle invenzioni e domandò se fosse consentito anche disegnarle.
«Certamente, purché tu mi faccia vedere i tuoi progetti, perché magari scopriamo qualcosa di interessante.»
La prima tappa si trovava poco distante dal frantoio, sotto un ulivo dalla chioma larga e dal tronco leggermente piegato, che Isotta osservò per un momento prima di invitare i bambini ad avvicinarsi.
Mentre la classe si sistemava intorno all’albero, la maestra aprì la prima busta e lesse l’indovinello: «Mi cerchi nella bottiglia, ma sono ancora nel frutto; anche se da fuori non mi puoi vedere, è proprio qui che mi devi cercare.»
Sveva guardò prima l’albero, poi le cassette appoggiate poco lontano.
«Il tesoro è l’olio, ma per adesso si trova nelle olive.»
Isotta prese un’oliva da una cassetta e la mostrò sul palmo della mano, lasciando che tutti potessero guardarla da vicino.
«Esatto, e il lavoro del frantoio consiste proprio nell’estrarlo, separandolo dalle altre parti del frutto.»
Naim studiò l’oliva con attenzione, poi disse che gli sembrava una cassaforte molto strana, perché non aveva né una serratura né un tappo da svitare.
Tancredi disegnò immediatamente un’oliva con una cerniera sul fianco, ma Isotta gli fece notare che la natura non aveva previsto quel comodo sistema di apertura.
Poco più in là, un addetto raccoglieva le olive facendole cadere sulle reti con uno strumento simile a un pettine.
I bambini osservarono i frutti cadere e poi essere raccolti nelle cassette, mentre Isotta spiegava quanto fosse importante trattarli con cura e portarli presto al frantoio.
«Quindi il nostro tesoro non deve restare dimenticato nelle cassette» osservò Sveva, annotando la scoperta sul quadernetto.
Naim disegnò una freccia che andava dall’albero al frantoio, mentre Tancredi cancellava la cerniera dalla sua oliva e scriveva accanto: “Sistema da ripensare.”
Tancredi osservò le tubature, i contenitori e le superfici d’acciaio, poi confidò alla maestra che quel posto sembrava un’orchestra nella quale ogni strumento aveva deciso di diventare una macchina.
Prima di cominciare il percorso, Isotta mostrò un grande disegno dell’impianto, sul quale frecce colorate collegavano le diverse lavorazioni.
«Ogni passaggio ha bisogno del suo tempo e oggi vedremo fasi che riguardano gruppi di olive entrati nell’impianto in momenti diversi, quindi l’olio che troveremo alla fine non proverrà necessariamente dai frutti che vedremo lavare adesso.»
Sveva guardò le frecce e disse che era un pò come osservare contemporaneamente i bambini di prima, di terza e di quinta, che si trovavano nella stessa scuola ma in punti diversi del loro percorso.
«Esatto» rispose Isotta. «Noi seguiremo le tappe per capire che cosa succede, senza chiedere alle olive di fare tutto nel tempo della nostra passeggiata.»
Dal percorso protetto videro le olive avanzare lungo l’impianto, mentre le foglie e i rametti venivano separati e i frutti passavano attraverso il lavaggio.
Isotta accompagnava ogni spiegazione con un gesto e, quando il lavoro avveniva all’interno di una macchina chiusa, indicava sul disegno le parti che i bambini non potevano osservare direttamente.
Tancredi inventava soprannomi per ricordare ogni passaggio: il sistema che separava le foglie diventò il “Cacciarametti“, mentre quello del lavaggio fu battezzato “Doccia per olive“.
«I soprannomi vanno bene» gli disse Isotta, «ma accanto scriviamo anche i nomi corretti e il lavoro che svolgono, così i tuoi disegni potranno essere utili a tutta la classe.»
Davanti al frangitore, Sveva era convinta che da un momento all’altro avrebbe visto uscire l’olio, lucido e dorato come quello che sua madre versava sull’insalata.
Isotta, invece, mostrò un’immagine della pasta che si otteneva frantumando le olive e spiegò che, a quel punto, l’olio era ancora mescolato alle altre componenti del frutto.
Sveva sfogliò il quadernetto, come se cercasse una prova dimenticata.
«Prima avevamo le olive e adesso abbiamo questa pasta, ma l’olio dove è andato a finire?»
Tancredi guardò l’immagine e rimase deluso.
«Io avevo già disegnato il tubo per riempire la bottiglia, ma qui sembra che il viaggio sia diventato più complicato.»
Isotta invitò la maestra ad aprire la seconda busta, nella quale trovarono un nuovo indovinello: «Non sono scomparso e non sono scappato, ma in gocce piccolissime mi sono nascosto; se vuoi aiutarmi a continuare il viaggio, fai in modo che le mie gocce si possano incontrare.»
Naim guardò l’immagine della pasta, poi il disegno della sua oliva e sollevò lentamente la mano.
«Forse l’olio è ancora lì dentro, soltanto che le gocce sono così piccole e mescolate al resto che noi non riusciamo a distinguerle.»
Isotta annuì e indicò la macchina successiva, spiegando con l’aiuto del disegno che al suo interno la pasta veniva mescolata lentamente.
«Questa fase si chiama gramolazione e aiuta le piccole gocce d’olio a unirsi, rendendo più facile separarle durante il passaggio successivo; richiede diverse decine di minuti, perché anche il tempo fa parte del lavoro.»
Sveva immaginò tante minuscole goccioline che si cercavano in mezzo alla pasta e disse che le ricordavano i compagni quando, durante una gita, si prendevano per mano per restare insieme.
Tancredi, invece, aveva già cominciato a disegnare una macchina piena di eliche.
«E se la facessimo mescolare più in fretta, così finirebbe prima?»
«Non basterebbe aumentare la velocità per ottenere un risultato migliore» spiegò Isotta. «Questa lavorazione richiede un movimento lento e condizioni controllate.»
Tancredi osservò le sue eliche, ne cancellò quasi tutte e scrisse sotto il disegno: “Non tutto funziona meglio andando più veloce.”
Tancredi sollevò subito la testa.
«Quindi qui la velocità serve davvero!»
«Qui sì, perché questa macchina svolge un lavoro diverso da quella che abbiamo appena visto.»
Naim provò a immaginare quello che succedeva dentro, mentre Tancredi decise che doveva trattarsi di una giostra riservata alle olive, anche se nessuno poteva comprare il biglietto per salirci.
Isotta mostrò sul disegno il percorso seguito dall’olio, spiegando che nel loro impianto attraversava anche un altro separatore, utile a eliminare ulteriori residui d’acqua e piccole particelle.
Quando arrivarono al punto dal quale usciva l’olio, tutti si fermarono dietro la protezione per guardare meglio.
Un filo lucido scorreva davanti ai loro occhi, mentre nell’aria si sentiva un profumo che ricordava l’erba e le olive appena schiacciate.
Sveva si mise sulle punte, Naim dimenticò per un momento il taccuino e Tancredi smise perfino di trovare nuovi soprannomi per le macchine.
«Eccolo!» esclamarono quasi tutti insieme, mentre Isotta li lasciava osservare.
Sveva chiuse il quadernetto con la soddisfazione di una grande investigatrice e annunciò che il caso del tesoro nascosto era finalmente risolto.
Ma quando tornarono nella sala dei visitatori, dove Isotta aveva lasciato la bottiglia vuota, scoprirono che sul tavolo non c’era più.
Sul vassoio che la conteneva si vedeva soltanto un cerchio umido e, sul pavimento vicino alla porta, una fila di impronte scure si dirigeva verso il cortile.
Isotta guardò prima il tavolo e poi la maestra, con un’espressione che questa volta non sembrava affatto preparata.
«Bambini, temo che abbiamo un nuovo mistero, e questo non faceva parte della caccia al tesoro.»
Tancredi si chinò a guardare sotto il tavolo, restando nel punto in cui si trovava.
«Forse qualcuno l’ha urtata ed è rotolata via.»
Naim osservò il pavimento, poi indicò il bordo rialzato del vassoio sul quale Isotta aveva sistemato la bottiglia prima della visita.
«Per cadere avrebbe dovuto superare anche quello, e comunque qui sotto non la vedo.»
Sveva si abbassò per esaminare le impronte senza toccarle e notò alcune righe impresse nel fango, simili al disegno della suola di uno stivale.
«Questo ci dice che qui è passata una persona, ma non sappiamo ancora se abbia preso la bottiglia oppure se sia entrata per un altro motivo.»
Tancredi guardò il cerchio sul vassoio e propose di progettare un allarme che suonasse ogni volta che qualcuno spostava un oggetto.
La maestra gli fece notare che, prima di costruire un allarme, avrebbero potuto provare a chiedere alle persone che lavoravano lì.
In quel momento la porta si aprì ed entrò un signore con gli stivali sporchi di terra, una scatola sotto il braccio e la bottiglia scomparsa stretta nell’altra mano.
«Papà, stavamo cercando quella bottiglia!» esclamò Isotta, andando incontro al nuovo arrivato.
Il signore guardò i bambini, poi la bottiglia, e spiegò di averla spostata per sistemare il tavolo della merenda, senza immaginare che fosse un oggetto tanto importante per l’indagine.
Sveva gli indicò il cerchio umido, chiedendogli se sapesse spiegare anche quello.
«Certamente, perché avevo appoggiato il vaso dei rametti d’ulivo sul vassoio, proprio nel punto in cui prima c’era la bottiglia, ma il fondo era bagnato e ha lasciato quel segno; poi ho portato il vaso sull’altro tavolo e sono andato a prendere le fotografie che volevo mostrarvi.»
Posò la scatola e la bottiglia, poi prese un panno e asciugò l’acqua.
Sveva guardò il vaso, gli stivali e la bottiglia ritrovata, quindi ricostruì ad alta voce l’accaduto, verificando che ogni particolare trovasse finalmente una spiegazione.
«Quindi non era stata rubata e non era nemmeno caduta: qualcuno l’aveva spostata senza sapere che noi la stavamo cercando.»
Tancredi osservò il suo progetto di allarme e aggiunse un pulsante con una scritta molto lunga: “Prima di suonare, chiedere che cosa è successo.”
Naim lesse la frase e scoppiò a ridere.
«Forse, invece dell’allarme, ti serve una macchina che fa domande.»
«Quella siamo già noi» rispose Sveva, chiudendo il quadernetto.
Davanti a loro comparvero piccoli bicchierini con un poco d’olio e un cestino di pane, mentre Isotta spiegava che avrebbero fatto un gioco per imparare a riconoscere profumi e sensazioni.
Ognuno poteva scegliere di annusare, assaggiare oppure limitarsi a osservare, e non era necessario trovare le stesse parole dei compagni.
«Gli assaggiatori esperti seguono un metodo preciso per valutare l’olio, mentre noi oggi cominceremo ad allenare il naso e a raccontare quello che sentiamo.»
Sveva annusò e pensò all’erba appena tagliata, Naim ricordò il giardino di suo nonno e una bambina disse che quel profumo le faceva venire in mente quando aiutava il papà nell’orto.
Tancredi rimase con il bicchierino vicino al naso, poi guardò Isotta con un’espressione sorpresa.
«È strano, perché siamo dentro un edificio pieno di macchine, ma questo profumo mi fa pensare a quando sono fuori in campagna.»
Quando arrivò il momento di assaggiare, Sveva sentì un pizzicore e abbassò il bicchierino.
«Siete sicuri che dentro ci sia soltanto olio? Perché sembra che qualcuno abbia aggiunto un pezzettino di peperoncino.»
Naim lo osservò contro la luce nel tentativo di trovare qualche minuscolo ingrediente nascosto, mentre Isotta spiegava che non era stato aggiunto peperoncino e che l’olio poteva avere naturalmente un gusto amaro e una sensazione piccante.
«Sono caratteristiche che possiamo apprezzare nell’olio, ma il solo pizzicore non basta a dirci tutto sulla sua qualità, proprio come un unico indizio non basta sempre a risolvere un mistero.»
Sveva annuì, ricordandosi delle impronte, e fece un altro piccolo assaggio, questa volta sapendo che cosa aspettarsi.
Tancredi prese il quaderno e disegnò un grande naso accanto a una bocca, collegandoli a un cervello pieno di punti interrogativi.
«Questa macchina ce l’abbiamo già» spiegò ai compagni. «Soltanto che non avevo mai provato a usarla così.»
L’ultimo indovinello diceva: «Ora che il tesoro avete trovato, cercate chi per primo lo ha custodito e, senza poter camminare, ha reso possibile tutto questo viaggio.»
Alcuni bambini indicarono Isotta, altri pensarono a suo padre, ma Sveva guardò oltre la finestra, verso la collina sulla quale il vento continuava a muovere le foglie.
«Il primo custode è l’ulivo, perché il viaggio comincia lì, prima ancora che qualcuno raccolga le olive.»
Isotta sorrise e suo padre aprì la scatola che aveva portato, tirando fuori alcune fotografie.
In una si vedeva una bambina con le ginocchia sporche di terra, un annaffiatoio quasi più grande di lei e un alberello sottile piantato al suo fianco.
«Quella bambina sono io» raccontò Isotta, avvicinando la fotografia perché tutti potessero vederla. «Quel giorno mio padre mi aiutò a piantare un ulivo e io tornavo a guardarlo così spesso che lui diceva che, prima o poi, l’albero mi avrebbe chiesto un pò di tranquillità.»
Sveva osservò la fotografia e poi si girò verso la finestra, cercando con gli occhi l’albero sotto il quale avevano aperto la prima busta.
«È proprio quello?» domandò, indicando il tronco leggermente piegato.
Isotta annuì e i bambini tornarono a guardare la fotografia, stupiti di quanto fosse cresciuto durante gli anni.
«Ma allora tu lo conosci da quando eravate piccoli tutti e due!» esclamò Naim.
«Proprio così, anche se lui ormai è molto più alto di me e continua a crescere senza dover cambiare le scarpe.»
Il padre di Isotta girò la fotografia e mostrò una frase scritta sul retro con una grafia incerta: “Quando crescerà, faremo merenda con il suo olio.“
Isotta rimase per un momento in silenzio, poi sorrise.
«Questa l’avevo scritta io, ma me ne ero completamente dimenticata.»
Tancredi guardò la fotografia, il pane rimasto nel cestino e gli alberi fuori dalla finestra.
«E l’hai fatto davvero?»
«Molte volte» rispose Isotta. «Ma quando scrissi quella frase non immaginavo che un giorno avrei accolto qui un’intera classe per raccontare come si fa l’olio.»
Naim sfogliò il taccuino e tornò al disegno dell’oliva con la cassaforte, ma dopo averlo osservato per qualche istante decise di cominciare una pagina nuova.
Disegnò l’ulivo, le mani di chi raccoglieva, le cassette, le macchine del frantoio e una fetta di pane, collegando ogni cosa con una freccia.
Poi aggiunse, vicino all’albero, una bambina con un annaffiatoio.
«Pensavo che il tesoro avesse un solo custode, invece per farlo arrivare fino a noi hanno lavorato tante persone, e alcune avevano cominciato molto prima che noi nascessimo.»
Isotta gli chiese il permesso di fare una copia del disegno per appenderla nella sala, dove avrebbero potuto guardarla anche i bambini delle visite successive.
Naim accettò e consegnò il taccuino al padre di Isotta, che andò a fotocopiare la pagina nell’ufficio del frantoio, mentre la maestra rimase con la classe.
Nel frattempo, Sveva tornò a leggere le tre buste, scoprendo che adesso ogni indovinello le sembrava molto più semplice.
Poco dopo, il padre di Isotta tornò con la copia e restituì il taccuino a Naim, che lo ripose con cura nello zaino.
Sveva lesse ancora una volta la scritta sul davanti, ma Isotta girò lentamente la bottiglia e mostrò una seconda frase, comparsa sul retro dell’etichetta: “ADESSO RACCONTATE VOI IL RESTO DEL VIAGGIO.“
«Possiamo cominciare dalla lettera che ci hai mandato» propose Sveva, mentre Naim suggeriva di aggiungere i suoi disegni e Tancredi si offriva di preparare una guida alle macchine, con i nomi corretti scritti accanto ai soprannomi.
La maestra custodì la bottiglia nella propria borsa e, dopo i saluti, accompagnò i bambini al pulmino.
Durante il viaggio di ritorno, quando il frantoio diventava sempre più piccolo dietro i finestrini, chiese quale momento avrebbero raccontato per primo ai genitori.
Naim voleva spiegare come l’olio fosse già nascosto nelle olive, Sveva aveva deciso di raccontare l’indagine della bottiglia e una bambina disse che, quando avrebbe mangiato pane e olio, avrebbe ripensato all’albero della fotografia.
«È anche questo il bello dell’oleoturismo» spiegò la maestra. «Visitando i luoghi in cui nasce l’olio, incontriamo le persone che lo producono e scopriamo le storie che accompagnano un alimento che conosciamo.»
Sveva guardò fuori dal finestrino e si accorse che gli ulivi erano gli stessi del viaggio di andata, ma adesso le veniva voglia di sapere chi li avesse piantati, chi li curasse e dove sarebbero state portate le loro olive.
Naim aggiunse al suo disegno il pulmino e una freccia che dal frantoio arrivava fino alla scuola, perché il viaggio del tesoro non era ancora finito.
Tancredi, invece, aprì il quaderno delle invenzioni e rimase a lungo davanti a una pagina bianca, così concentrato che Sveva si sporse per vedere che cosa stesse preparando.
Al centro del foglio aveva disegnato una piccola oliva circondata da molte domande.
«Dov’è la macchina?» gli chiese.
Tancredi indicò il frutto.
«Sto cercando di capire come fa questa cosa così piccola a contenere un tesoro, senza avere una presa, un pulsante o un caricabatterie.»
La maestra, che aveva ascoltato dal sedile davanti, sorrise e gli disse che quella domanda avrebbe potuto aprire una nuova lezione, dedicata alle piante e a ciò di cui hanno bisogno per vivere.
Tancredi ci pensò, poi disegnò sopra l’oliva un sole enorme.
«Allora devo lasciare parecchio spazio, perché mi sa che il progetto è più grande del previsto.»
Quando il pulmino entrò nel cortile della scuola, Naim chiuse il taccuino, Sveva ripose con cura gli indovinelli e Tancredi aggiunse un’ultima frase sotto il suo disegno: “Prima di progettare qualcosa di nuovo, controllare che la natura non ci abbia già pensato.”

