Il consumo globale di carne è aumentato del 58% negli ultimi 20 anni. Secondo una ricerca condotta dal World Economic Forum, si stima che ogni anno vengano macellati 50 miliardi di polli, un miliardo e mezzo di maiali, mezzo miliardo di pecore e 300 milioni di mucche per produrre cibo per il consumo umano.
Ciò che scegliamo di mangiare, inoltre, ha un impatto anche su altre specie, dato che enormi quantità di terra vengono impiegate per allevare animali, diminuendo lo spazio necessario alla fauna selvatica per prosperare. Di tutta la terra non ghiacciata disponibile sul pianeta, il 26% è usato per il pascolo del bestiame, mentre il 33% è sfruttato per coltivare mangime, come riporta la FAO.
Per soddisfare una popolazione di oltre nove miliardi di abitanti, si stima che la produzione di carne aumenterà del 73% entro il 2050. Per sostenere questo livello di crescita, l’utilizzo di terreni dovrà aumentare tra il 30% e il 50%. La biodiversità del nostro pianeta, di conseguenza, è messa a rischio, anche a causa della deforestazione necessaria per l’espansione dell’agricoltura animale che potrebbe portare, secondo le Nazioni Unite, a trasformare l’Amazzonia in un deserto non più in grado di assorbire anidride carbonica.
La specie umana, che compone solo lo 0,01% di tutta la vita sul pianeta, è diventata una minaccia per la vita animale e l’ecosistema in generale. La carne coltivata potrebbe ridurre drasticamente l’impatto delle nostre abitudini alimentari sull’ecosistema se resa accessibile a una vasta porzione della popolazione mondiale. Se la produzione di carne coltivata in laboratorio diventasse una pratica diffusa, il consumo di animali, terra e risorse idriche potrebbe essere ridotto a favore di una coesistenza più equilibrata tra le specie.

