«Guarda si è alzato un bel vento» commentò Ismael con lo sguardo rivolto verso la grande finestra,
nella parete accanto a quella della lavagna interattiva.
Gioele non rispose, apparentemente schiacciato dalla stanchezza mentale di quella lezione di
tecnologia.
Respirava appena, dandogli le spalle in quella stanza deserta, mentre tutti i loro compagni erano in
corridoio a far merenda.
«Vuoi che usciamo a fare uno spuntino anche noi?» continuò Ismael, sperando di sentirsi rispondere
almeno un monosillabico sì.
Gioele però era strano, sembrava rapito da qualcosa d’insolito che a guardarlo bene non poteva
essere quella stanchezza mentale.
Negli ultimi giorni si era chiuso in un bozzolo di silenzio impenetrabile che nemmeno l’ironia del
suo miglior amico riusciva a rompere.
«Tutto bene laggiù?» urlò Ismael bussando scherzosamente sulla testa dell’amico.
«Sì, scusa, ma ultimamente è come se io fossi da un’altra parte, anzi proprio in un altro tempo».
Ismael fece una smorfia carica di perplessità.
Poi, curioso di sapere, chiese all’amico di che tempo stesse parlando.
«Ripenso sempre a un libro di storia che ho letto e che mi ha affascinato moltissimo. Racconta delle
terre di Hammurabi, il Re di Babilonia, e dei suoi mulini a vento. Si narra che, grazie a lui e alla
realizzazione dei primi, rudimentali, marchingegni eolici, si riuscì a irrigare la pianura fra l’Eufrate
e il Tigri».
«Scusa ma non riesco a seguirti, cosa c’entra questo libro e questo Hammurabi con la tua
svogliatezza?»
«Niente, hai ragione, ma mi piace immaginarmi lì in quel tempo, nelle terre di Hammurabi per
comprendere, scoprire».
«Che lagna che sei! Dai, adesso solleva il sedere e andiamo in cortile. La maestra ha detto ai nostri
compagni che, visto la giornata piena di sole e vento, possiamo uscire e far volare gli aquiloni che
abbiamo costruito con lei».
«E se non dovessi riuscirci?»
«A fare cosa?»
«A far volare l’aquilone».
«Beh, potrai sempre usare il tuo potere dell’invisibilità, sei bravo a sparire e magari riesci anche a
teletrasportarti lì, dal tuo amico».
«Quale amico?»
«Quell’Hammurabi o come cavolo si chiama».
Mentre nel cielo limpido di quella mattina di fine maggio colorati aquiloni danzavano al vento, i
due amici uscirono nel cortile della scuola.
Nascosti dall’unico albero di quello spazio aperto, Gioele e Ismael cercavano di sciogliere il filo del
loro aquilone quando, all’improvviso, si materializzò una cortina di nebbia che li avvolse fra le sue
spire.
Dinnanzi ai loro occhi spaventati, giganteggiava un’ombra altissima, vasta, incombente.
Gioele lo riconobbe e gridò con la voce tremante: «Hammurabi!»

