Tobia e la scuola non vanno molto d’accordo. A stare seduto al banco proprio non ci riesce, quello che spiegano i professori è così noioso, ma all’ennesimo rimprovero perché si inventa mille scuse per alzarsi, si rassegna e appoggia la tesa sul banco ripassando mentalmente il videogioco che lo aspetta a casa e, spesso, capita che si addormenti. La campanella della fine delle lezioni per lui è una liberazione. Il tempo di arrivare a casa, mangiare, fare una partita alla play, ed esce per incontrare gli amici. In comune hanno una scarsa propensione per lo studio e la voglia di girovagare per le vie della città. Il loro punto di ritrovo è il Parco dei martiri.
Non sanno bene perché si chiami così, ma a dire il vero non se lo sono neanche mai chiesto. In genere sono in cinque: c’è Pietro, magro altissimo come una pertica, Giacomo, capelli lunghi sul collo e un ciuffo sugli occhi che solleva spesso con uno sbuffo di fiato, Andrea, detto la pulce, perché è molto basso ma, come Messi, è un asso del calcio, e infine Kevin, con un faccione rubicondo e gli occhi stretti che ha ereditato dalla mamma filippina.
Il loro quartier generale è una panchina vicino a una fontana. È un giorno come tanti e dopo essersi schizzati con l’acqua, suscitando l’irritazione di due vecchietti seduti sulla panchina vicina, decidono di cambiare aria e si mettono a girovagare per il parco spintonandosi e lanciandosi coloriti insulti. Le spintarelle diventano spintoni e uno più energico di Kevin manda Tobia con le gambe all’aria in mezzo a un cespuglio.
«Ohi, che botta!» fa Tobia massaggiandosi la testa.
«Come sei delicato!» lo canzona Andrea «Sei solo finito in un mucchio di rami e foglie».
«Veramente ho sbattuto su qualcosa di duro!» protesta Tobia che, ancora seduto a terra si mette a rovistare tra i rami.
«Ehi!» esclama a un certo punto. «Venite a vedere che cosa c’è nascosto dietro il cespuglio!»
Gli amici si avvicinano, e intravedono qualcosa di bianco e liscio tra i rami.
«Chissà cos’è?» si chiede Giacomo.
«Sembra una pietra con una scritta» fa Pietro tastando l’oggetto misterioso.
«Che sia un oggetto alieno?» spara eccitato Andrea.
«Dai, proviamo a togliere di mezzo questo cespuglio. Gli deve essere cresciuto tutto intorno».
I cinque amici si danno da fare per liberare la pietra bianca e non ci vanno molto per il sottile, spezzando i rami.
A un certo punto Giacomo tira fuori un coltellino svizzero che brandisce come un‘ascia. I loro sforzi sono ripagati: mentre quel che resta del cespuglio giace miseramente a terra, davanti a loro si staglia una lastra di marmo che recita: “In ricordo dell’estremo sacrificio di giovani cuori puri che hanno dato la vita per la libertà”,e una data, 10 novembre 1944. Sotto cinque nomi e cognomi.
«Forse sono questi i martiri della piazza» ipotizza Pietro. «Se hanno dato la vita significa che sono morti».
«Mi sa che hai ragione» annuiscono gli altri.
«Ma questo ha il mio stesso cognome!» esclama Tobia indicando una delle scritte, Cesare Molinari.
«Magari è un tuo parente!» la butta lì Kevin.
Tobia è pensieroso: nessuno in famiglia gli ha mai parlato di un antenato morto da martire nel 1944.
Ma è anche vero che lui non ci bada molto ai racconti dei nonni. Da un po’ di tempo li incontra giusto per il pranzo della domenica, che per lui è sempre una tortura.
Però vedere il suo cognome inciso in quella lapide, che loro stessi hanno contribuito a riportare alla luce, lo ha molto impressionato.
E mentre gli amici continuano a fare ipotesi e battute, lui resta in disparte in silenzio. A colpirlo è anche il fatto che i morti sono cinque, proprio come loro. Magari erano solo dei ragazzi poco più grandi di loro, ridevano, scherzavano, si divertivano. E poi, zac, sono morti, tutti insieme, proprio lì dove si trovano in quel momento. E d’improvviso prova il forte desiderio di saperne di più. Magari tirando dentro anche gli altri in una vera e propria indagine che non sa dove lo porterà…
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