Il 1° ottobre 1946 nella città tedesca di Norimberga terminava il processo nei confronti di 24 imputati nazisti, espressione della classe dirigente del Terzo Reich, responsabile di crimini contro l’umanità. Il processo, voluto dagli Alleati vincitori del Secondo conflitto mondiale, era iniziato il 20 novembre 1945 nel luogo in cui, dieci anni prima, erano state emanate le prime Leggi razziali. Il tribunale internazionale militare di Norimberga, però, non poté giudicare tutti i principali gerarchi nazisti responsabili dei crimini di guerra e dello sterminio degli ebrei, tantomeno Adolf Hitler, Führer della Germania, suicidatosi nel suo bunker il 30 aprile 1945, mentre i sovietici entravano a Berlino. Molti gerarchi nazisti, poco prima che la guerra volgesse al termine, riuscirono a fuggire dalla Germania e a ricostruirsi una vita in altri Paesi grazie alle ricchezze accumulate durante il regime e all’aiuto di organizzazioni filonaziste internazionali.
Al processo furono presentati 5mila elementi di prova che documentavano le atrocità commesse dai nazisti in Germania e nei territori occupati. Gli imputati, giudicati colpevoli, furono condannati a morte o all’ergastolo.
La giuria, gli avvocati, gli interpreti e i giornalisti ammessi in aula assistettero a ciò che va oltre ogni umana immaginazione, quella “banalità del male” che è in grado di pervadere e devastare il mondo, come osservò la politologa e filosofa Hannah Arendt a seguito del processo, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, contro Adolf Eichmann, uno dei principali responsabili della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio.

