Una mattina di primavera, mentre i bambini correvano e giocavano nel cortile della scuola durante la ricreazione, Matteo si accorse quasi per caso di qualcosa che aveva visto molte altre volte senza però fermarsi davvero a osservarlo: vicino al tronco di un grande albero, tra piccoli sassolini, fili d’erba e granelli di terra, una lunga fila di formiche avanzava seguendo sempre lo stesso percorso, come se tutte conoscessero perfettamente la strada da percorrere.
Alcune trasportavano minuscole briciole, altre procedevano velocemente senza portare nulla, mentre altre ancora si fermavano per pochi istanti davanti alle compagne, si toccavano con le antenne e poi riprendevano immediatamente il cammino.
Matteo si inginocchiò per guardarle più da vicino e, incuriosito da quel continuo movimento, chiamò la maestra.
«Maestra, venite a vedere! Ci sono tantissime formiche e sembrano tutte impegnate a fare qualcosa!»
La maestra Anna si avvicinò insieme agli altri bambini e, invece di spiegare subito ciò che stava accadendo, decise di trasformare quella scoperta in una piccola lezione all’aperto.
«Secondo voi dove stanno andando?» domandò, indicando la fila che attraversava il terreno.
«Forse cercano qualcosa da mangiare», rispose Luca.
«Oppure stanno tornando a casa», aggiunse Sofia.
Giulia osservò attentamente il terreno e domandò: «Ma dov’è la loro casa?»
La maestra indicò allora un piccolo foro quasi nascosto tra due zolle di terra.
«Uno degli ingressi del formicaio potrebbe trovarsi proprio qui.»
Matteo spalancò gli occhi.
«Vuoi dire che tutte quelle formiche abitano dentro un buco così piccolo?»
La maestra sorrise.
«Quello che possiamo vedere dall’esterno è soltanto un ingresso, perché sotto il terreno potrebbe esserci un sistema molto più grande di gallerie, camere e passaggi collegati tra loro, all’interno dei quali vivono, crescono e lavorano molte formiche.»
I bambini rimasero per qualche istante in silenzio, cercando di immaginare una città nascosta sotto il cortile della scuola, invisibile ai loro occhi ma piena di vita.
Quella sera, quando tornò a casa, Matteo continuò a pensare alle formiche, alle loro gallerie e a quella misteriosa comunità sotterranea descritta dalla maestra, così, poco prima di addormentarsi, immaginò di diventare sempre più piccolo, fino a raggiungere le dimensioni di una formica e poter finalmente attraversare quell’ingresso.
E proprio mentre chiudeva gli occhi, il viaggio ebbe inizio.
Matteo si ritrovò davanti a una galleria che, vista dalla sua nuova dimensione, sembrava enorme come l’ingresso di una grotta, e davanti a lui comparve una formichina dalle antenne lunghe e vivaci.
«Benvenuto nel nostro formicaio», disse.
Matteo fece un salto per la sorpresa.
«Tu sai parlare?»
La formichina sembrò divertirsi.
«Soltanto nei sogni dei bambini curiosi. Mi chiamo Milla e sono una formica operaia.»
«Operaia significa che lavori?»
«Certo. In una colonia ci sono moltissime attività da svolgere e tante formiche collaborano affinché la comunità possa crescere, trovare cibo, allevare i piccoli e proteggersi.»
Milla invitò Matteo a seguirla e insieme entrarono nel formicaio.
Dopo pochi passi il bambino rimase meravigliato, perché davanti a lui non c’era una semplice buca scavata nel terreno, ma una rete di gallerie che si dividevano continuamente, collegando diverse camere, alcune più vicine alla superficie e altre più profonde.
«Sembra davvero una città!» esclamò Matteo.
«Possiamo immaginarla così», spiegò Milla, «ma noi formiche viviamo soprattutto in colonie, cioè comunità nelle quali molti individui svolgono attività differenti e contribuiscono alla sopravvivenza dell’insieme.»
Mentre attraversavano una galleria, Matteo vide alcune formiche trasportare delicatamente piccole larve.
«Che cosa stanno facendo?»
«Si stanno prendendo cura della covata. La nostra vita comincia con un uovo, dal quale nasce una larva che cresce e, dopo altre trasformazioni, diventa prima pupa e infine formica adulta.»
Matteo guardò incuriosito quelle piccole creature.
«Quindi anche le formiche hanno bisogno di essere accudite quando sono piccole.»
«Certamente. Le operaie nutrono e proteggono le larve e, in molte specie, possono anche spostarle nelle zone del nido dove temperatura e umidità sono più adatte al loro sviluppo.»
Continuando il viaggio, Matteo vide formiche impegnate a scavare, trasportare granelli di terra, sistemare materiali e mantenere pulite le gallerie.
«Ma chi decide che cosa deve fare ognuna di voi?»
Milla mosse lentamente le antenne.
«Non c’è necessariamente un individuo che impartisce continuamente ordini, perché gran parte dell’organizzazione nasce dai segnali presenti nell’ambiente, dalle necessità della colonia e dalle interazioni tra le formiche.»
Matteo rimase pensieroso.
«E la regina? Non è lei che comanda?»
Milla sorrise.
«Questo è uno degli errori più comuni. La regina non è una sovrana come quelle delle fiabe e il suo compito principale non è dare ordini, ma deporre le uova e contribuire alla continuità della colonia.»
Poco dopo arrivarono in una camera più protetta, dove Matteo vide una formica più grande delle altre.
«È quella la regina?»
«Sì. In alcune specie la regina può vivere molti anni e, in casi eccezionali, persino diversi decenni, mentre in altre specie la sua vita può essere molto più breve.»
Matteo osservò la regina per alcuni secondi e capì che, nonostante la sua importanza, non stava dirigendo il lavoro delle altre formiche.
Ripresero quindi il viaggio e, attraversando un nuovo corridoio, Matteo vide due operaie fermarsi una davanti all’altra e toccarsi ripetutamente con le antenne.
«Stanno parlando?»
«In un certo senso stanno comunicando. Le antenne ci aiutano a esplorare l’ambiente, percepire sostanze chimiche, riconoscere altre formiche e raccogliere informazioni.»
«E come fate a dire alle altre dove si trova il cibo?»
«Esistono diversi sistemi, che possono cambiare da una specie all’altra. In molte specie, quando una formica trova una buona fonte di cibo, può lasciare lungo il percorso una traccia chimica formata da sostanze chiamate feromoni, che le compagne possono percepire e seguire.»
Milla accompagnò Matteo verso l’esterno, dove una formica aveva appena trovato una briciola di biscotto vicino a una panchina.
«Osserva.»
La formica raccolse un piccolo pezzo e cominciò a tornare verso il formicaio.
«Io non vedo nessuna traccia», disse Matteo.
«Perché non è una strada disegnata sul terreno, ma un segnale chimico invisibile ai tuoi occhi.»
Dopo poco tempo altre formiche raggiunsero la briciola e iniziarono a trasportarne piccoli frammenti.
«Adesso ho capito perché spesso camminate tutte lungo lo stesso percorso!»
«In molte specie funziona proprio così: se una fonte di cibo è utile, altre formiche possono seguire e rafforzare la traccia, mentre quando quella risorsa termina il segnale progressivamente diventa più debole.»
Rientrando nel formicaio, Matteo vide alcune formiche avvicinarsi e scambiarsi del cibo liquido.
«Che cosa stanno facendo?»
«Questo comportamento si chiama trofallassi e permette di trasferire alimento liquido da un individuo all’altro. Attraverso questi scambi possono circolare non soltanto sostanze nutritive, ma anche importanti segnali chimici.»
Matteo provò a ripetere lentamente la parola.
«Tro-fal-las-si. Questa devo ricordarla.»
Milla continuò ad accompagnarlo attraverso le gallerie mentre il bambino faceva sempre nuove domande.
«Mangiate tutte le stesse cose?»
«No, perché esistono moltissime specie di formiche e le loro abitudini alimentari possono essere molto diverse. Alcune raccolgono semi, altre cacciano piccoli animali, altre ancora cercano sostanze zuccherine.»
«Come quelle prodotte dagli afidi?»
Milla sembrò sorpresa.
«Vedo che sai già qualcosa! In alcune specie le formiche raccolgono la melata prodotta dagli afidi e possono proteggerli da determinati predatori, creando così una relazione vantaggiosa per entrambi.»
«È quasi uno scambio.»
«Esattamente.»
Milla, però, aveva ancora una sorpresa.
«Esistono perfino formiche che potremmo chiamare agricoltrici.»
Matteo spalancò gli occhi.
«Formiche agricoltrici?»
«Alcune formiche tagliafoglie che vivono nelle regioni tropicali dell’America raccolgono frammenti di foglia e li portano all’interno del nido, ma non lo fanno semplicemente per mangiarli, perché utilizzano quel materiale come substrato sul quale coltivare particolari funghi di cui poi si nutrono.»
Matteo rimase meravigliato.
«Quindi coltivavano già molto tempo prima degli esseri umani?»
«Sì. Questa relazione tra formiche e funghi è nata milioni di anni prima dell’agricoltura umana.»
Continuando il percorso, Matteo notò che alcune zone del formicaio sembravano differenti dalle altre.
«Perché non tutte le camere sono uguali?»
«Perché all’interno del nido possono esistere condizioni diverse di temperatura e umidità e, in alcune specie, le operaie sfruttano queste differenze per collocare la covata negli ambienti più adatti.»
Improvvisamente alcune formiche iniziarono a muoversi molto rapidamente lungo una galleria.
Matteo si spaventò.
«Che cosa sta succedendo?»
«Potrebbe esserci una minaccia. La vita di una colonia non è sempre tranquilla, perché dobbiamo proteggerci dai predatori e, in alcuni casi, anche da altre colonie.»
«Esistono davvero formiche soldato?»
«In alcune specie esistono operaie particolarmente grandi o specializzate che svolgono soprattutto compiti di difesa, anche se l’organizzazione cambia molto da una specie all’altra.»
«E combattete anche contro altre formiche?»
«Può accadere, perché colonie differenti possono competere per il territorio, il cibo o altre risorse.»
Matteo comprese allora che il mondo delle formiche non era formato soltanto dalla collaborazione, ma anche dalla necessità di affrontare i pericoli e competere per sopravvivere.
Dopo qualche minuto gli venne in mente un’altra domanda.
«Come nasce una nuova colonia?»
Milla si fermò.
«In molte specie, durante determinati periodi dell’anno, compaiono maschi e giovani regine dotati di ali e può avvenire quello che viene chiamato volo nuziale, durante il quale avviene l’accoppiamento.»
«Quindi alcune formiche possono davvero volare!»
«Certo. Successivamente una giovane regina può cercare un luogo adatto nel quale fondare una nuova colonia.»
«E deve fare tutto da sola?»
«In molte specie attraversa almeno una parte della fase iniziale da sola e deve riuscire a sopravvivere, deporre le prime uova e allevare la prima generazione di operaie. Quando queste diventano adulte, possono iniziare a cercare cibo, ampliare il nido e occuparsi della nuova covata.»
Matteo guardò le numerose formiche che passavano intorno a lui.
«E così, poco alla volta, la colonia diventa sempre più grande.»
«Esatto. Le dimensioni possono variare moltissimo: alcune colonie ospitano relativamente pochi individui, mentre altre possono raggiungere numeri enormi.»
Matteo osservò ancora quei continui movimenti e si rese conto che ciascuna formica sembrava conoscere soltanto una piccola parte di ciò che avveniva intorno a lei.
«Ma se nessuna di voi conosce tutto ciò che accade nella colonia, come fate a organizzarvi così bene?»
Milla rispose: «È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della nostra vita, perché ogni formica reagisce alle informazioni che riceve, ai segnali delle compagne e alle condizioni dell’ambiente, mentre dall’insieme di tantissime piccole azioni può nascere un comportamento collettivo molto complesso.»
Matteo pensò immediatamente alla propria classe, perché quando bisognava preparare un grande cartellone, organizzare una festa o sistemare l’aula, qualcuno disegnava, qualcuno scriveva, qualcuno ritagliava e qualcun altro riordinava i materiali, e proprio grazie al contributo di tutti il lavoro diventava molto più semplice.
«Allora siete una grande squadra.»
«Possiamo pensarla anche così», rispose Milla.
Quando tornarono vicino all’ingresso del formicaio, il sole illuminava il terreno e molte operaie continuavano a entrare e uscire.
Milla guardò Matteo.
«Anche se siamo piccole, possiamo svolgere un ruolo importante nell’ambiente, perché scavando le gallerie contribuiamo a modificare e aerare il terreno, alcune specie trasportano semi favorendo la diffusione di determinate piante, altre predano piccoli organismi e, nello stesso tempo, noi stesse diventiamo cibo per molti animali.»
Matteo osservò la terra che aveva sotto i piedi.
«Quindi anche una formica può essere importante per un ecosistema.»
«Certamente. In natura le dimensioni non stabiliscono quanto un organismo sia importante nelle relazioni con gli altri esseri viventi.»
Matteo aveva ancora un’ultima curiosità.
«Gli scienziati studiano le formiche?»
«Moltissimo, perché osservare il nostro comportamento aiuta a comprendere la comunicazione, l’organizzazione collettiva e le strategie attraverso le quali gruppi di individui possono risolvere determinati problemi. Alcuni studiosi hanno perfino sviluppato algoritmi informatici ispirati al modo in cui certe formiche individuano percorsi efficienti attraverso le tracce chimiche.»
Matteo spalancò gli occhi.
«Quindi gli esseri umani hanno imparato qualcosa anche osservando le formiche.»
«È successo molte volte nella storia: osservando attentamente la natura possiamo scoprire idee e soluzioni che non avremmo immaginato.»
Proprio in quel momento Matteo cominciò a sentire una voce lontana.
«Matteo… Matteo… svegliati, è ora di andare a scuola.»
Era sua madre.
Aprì gli occhi e rimase immobile per qualche secondo, cercando di capire se quel viaggio nel formicaio fosse realmente accaduto oppure se fosse stato soltanto un sogno.
Appena arrivato a scuola, aspettò con impazienza la ricreazione e corse verso lo stesso albero del giorno precedente.
La fila di formiche era ancora lì.
Questa volta, però, Matteo non vedeva più soltanto minuscoli insetti che attraversavano il terreno, perché riusciva a immaginare tutto ciò che poteva esistere sotto di lui: gallerie che si dividevano, operaie impegnate nella ricerca del cibo, larve accudite nelle camere sotterranee, una regina intenta a deporre le uova e segnali chimici invisibili che permettevano a molte formiche di coordinarsi.
La maestra Anna lo raggiunse.
«Che cosa stai osservando con tanta attenzione?»
Matteo sorrise.
«Una città.»
La maestra guardò intorno, fingendo di non capire.
«Una città? Io vedo soltanto il cortile.»
Matteo indicò il piccolo ingresso del formicaio.
«La città è lì sotto, soltanto che noi non possiamo vederla tutta.»
La maestra sorrise.
«Allora hai scoperto qualcosa molto importante.»
Matteo annuì.
«Ho capito che una formica può sembrare piccolissima, ma fa parte di una comunità molto più grande e che tante piccole azioni, quando si uniscono, possono produrre qualcosa di sorprendente.»
Da quel giorno, ogni volta che Matteo incontrava una formica nel cortile, lungo un sentiero o vicino a casa, cercava di osservarla con maggiore attenzione e di non calpestarla, perché sapeva che quella minuscola creatura poteva essere impegnata nella ricerca di cibo, nel ritorno verso il nido oppure in una delle tante attività necessarie alla vita della colonia.
Aveva soprattutto imparato che non bisogna giudicare l’importanza di un essere vivente soltanto dalle sue dimensioni, perché anche pochi centimetri di terreno possono nascondere un mondo complesso fatto di comunicazione, adattamento, collaborazione e relazioni continue con l’ambiente.
Da allora, per Matteo, un formicaio non fu mai più soltanto un piccolo foro nella terra, ma l’ingresso di una comunità nascosta, attraversata da gallerie, segnali invisibili e minuscoli abitanti capaci, insieme, di realizzare qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto fare da solo.
Era la città segreta delle formiche.

