Il lunedì mattina la maestra Rachele entrò in aula trascinando una scatola così grande che dovette girarla di lato per farla passare attraverso la porta. La spinse fino al centro della classe e si fermò a riprendere fiato, mentre ventiquattro bambini cercavano di capire che cosa ci fosse dentro.
Sul coperchio, scritto a pennarello rosso, c’era un avvertimento: “NON APRIRE DA SOLI.”
«Sembra l’inizio di un’avventura», disse Micol.
«O di un compito difficilissimo», ribatté Ismaele.
La maestra sorrise. «Forse di tutte e due le cose.»
Micol lesse ad alta voce il foglio attaccato alla scatola: «Avete cinque giorni per costruire qualcosa che racconti chi siete. Venerdì arriveranno dei visitatori. Avrete bisogno delle capacità di tutti».
«Chi sono i visitatori?», chiese Ginevra.
«Lo scoprirete venerdì.»
Ismaele sospirò. «Le maestre sanno sempre come non rispondere.»
Quando aprirono la scatola, trovarono cartoncini, fotografie del quartiere, fili colorati, una piccola torcia, colla, fogli bianchi e una busta sigillata. La classe cominciò subito a proporre idee. Ginevra voleva un grande cartellone con i nomi di tutti, Ismaele un razzo e Micol una storia da raccontare ai visitatori.
Lapo, seduto vicino alla finestra, osservava i cartoncini. Aveva un’idea, ma non riusciva a trovare il momento per dirla. Quando alzò la mano, due compagni stavano già discutendo su come disegnare il titolo. La riabbassò.
La maestra Rachele se ne accorse. «Aspettiamo. Lapo vuole proporre qualcosa.»
Tutti si voltarono. Lui abbassò gli occhi sul banco.
«Pensavo che il cartellone potrebbe… aprirsi», disse.
«Come una porta?», chiese Micol.
Lapo prese due strisce di cartone, le piegò e le incastrò. Tirando un’estremità, l’altra si sollevò.
«Possiamo costruire una città!», esclamò Ginevra. «Una città che si apre e racconta chi siamo.»
«E il mio razzo?»
«Può partire dalla città», rispose Micol.
Le idee, fino a quel momento sparse come i materiali sui banchi, cominciarono a trovare un posto. Aprirono la busta sigillata. Dentro c’era una sola frase: “Prima di costruire, assicuratevi che tutti possano raccontare una parte della storia.”
Quella frase li fece fermare. Alcuni avevano già scelto cosa fare, altri non avevano ancora parlato. Decisero di lavorare in piccoli gruppi e di cambiare i compiti durante la settimana: chi disegnava avrebbe potuto anche raccontare, chi scriveva provare a costruire, chi aveva bisogno di più tempo avrebbe potuto cercare un modo diverso per esprimere la propria idea.
Il martedì la città cominciò a prendere forma. Ginevra disegnò le insegne dei negozi, Ismaele ritagliò una lunga strada che attraversava tutti i quartieri e Micol raccolse le storie inventate dai compagni. Lapo costruì un ponte che si alzava tirando un filo blu. La prima volta il filo si spezzò. La seconda il ponte si piegò da una parte. Alla terza prova si sollevò davvero, e i compagni applaudirono così forte che Lapo diventò rosso fino alle orecchie.
Mercoledì arrivò il primo problema: i visitatori si sarebbero fermati soltanto pochi minuti.
«Spieghiamo tutto molto velocemente», propose Ismaele.
Ci provarono. Fu un disastro. Le voci si sovrapponevano, il ponte si apriva mentre Micol raccontava della piazza e nessuno capiva dove cominciasse la visita.
Ofelia, che aveva ascoltato la prova senza interrompere, prese una fotografia trovata nella scatola. Mostrava la piazza vicino alla scuola.
«Mia nonna conosce una storia su questo posto», disse. «Potremmo partire da qui e seguire una strada sola. Chi arriva non deve vedere tutto insieme: possiamo accompagnarlo nella città.»
La proposta piacque a tutti. La città divenne un percorso, e ciascun bambino aggiunse lungo la strada un luogo, un’immagine, una frase o un piccolo meccanismo.
La mattina dopo Ofelia arrivò con un foglio fitto di appunti. Aveva chiesto alla nonna di raccontarle della piazza e aveva scoperto un’altra cosa.
«La nonna dice che, quando era giovane, veniva in questa scuola per prendere sua sorella. Si ricorda di una grande mappa del quartiere appesa proprio nella nostra aula.»
«Una mappa come la nostra città?», chiese Micol.
«Forse. Non sa chi l’avesse fatta.»
I bambini guardarono le pareti. Vicino alla porta c’era un vecchio pannello di sughero, coperto dai disegni più recenti. Quando la maestra li aiutò a spostarlo, dietro comparve una fotografia ingiallita, fissata al muro con un pezzo di nastro ormai secco.
Nella fotografia, un gruppo di alunni stava davanti a una mappa di cartone. In alto si leggeva: “Il nostro quartiere, visto da noi.”
Per qualche secondo nessuno disse niente. Poi Lapo indicò una bambina in prima fila.
«Maestra… quella è lei?»
Rachele avvicinò la fotografia agli occhi. «Sì. Ero un’alunna di questa scuola.»
I bambini la circondarono subito. La maestra ricordava la mappa e alcune passeggiate fatte con la sua classe per conoscere il quartiere, ma non sapeva che la fotografia fosse rimasta lì. Raccontò quanto fosse stata emozionata nel mostrare quel lavoro alla sua famiglia.
«Allora anche noi venerdì avremo paura?», chiese Lapo.
«Forse un pò», rispose Rachele. «Io ne avevo. Poi ho cominciato a raccontare la parte che conoscevo meglio.»
Lapo guardò il ponte di cartone. Per la prima volta pensò che avrebbe potuto spiegare lui come funzionava.
Il venerdì mattina la città era pronta. Le case si sollevavano, il ponte attraversava una strada azzurra e sotto la piazza Ofelia aveva nascosto la storia della nonna. Sul razzo di Ismaele c’era scritto: “Da qui possiamo andare lontano.”
Mancavano dieci minuti all’arrivo dei visitatori quando Ismaele si voltò per prendere la torcia e urtò il tavolo con lo zaino.
La città scivolò.
Micol e Lapo la afferrarono appena in tempo, ma il ponte si staccò, due case si rovesciarono e il filo blu rimase impigliato sotto la base. Ginevra guardò l’insegna che aveva disegnato il giorno prima: si era piegata a metà.
«Non faremo mai in tempo», disse.
Lapo raccolse il ponte. Aveva le mani che tremavano, ma indicò il punto in cui il cartone si era strappato.
«Io provo a sistemarlo. Ismaele, tieni ferma la strada. Micol, trovi il nastro?»
Ofelia rimise in ordine i fogli del racconto, Ginevra ridisegnò l’insegna e la maestra spostò il tavolo perché nessuno potesse urtarlo di nuovo. Lavorarono senza discutere: ognuno vedeva ciò che mancava e cercava di rimetterlo al suo posto.
Quando la porta si aprì, Lapo aveva ancora un pezzetto di nastro attaccato a un dito.
Entrò una classe di bambini più piccoli, accompagnata dal suo insegnante. Dietro di loro c’erano alcuni familiari e una signora anziana che Ofelia riconobbe subito.
«Nonna!»
«Mi avevi promesso di mostrarmi la piazza», rispose la donna.
La visita cominciò. Micol raccontava, Ismaele indicava il percorso e Ginevra mostrava le fotografie. Arrivati al ponte, Lapo prese il filo blu. Lo tirò piano, ma il ponte non si mosse.
Sentì gli sguardi dei visitatori su di sé. Girò il modellino, vide che il nastro messo in fretta bloccava una piega e lo sollevò con l’unghia.
«Quando si tira questo filo», spiegò, «il cartone si piega qui e il ponte sale.»
Riprovò. Il ponte si alzò.
I bambini più piccoli si avvicinarono per vedere il meccanismo. Uno di loro chiese se potevano costruirne uno anche nella propria aula. Lapo, sorpreso, annuì.
La visita stava per finire quando una bambina indicò una casetta all’estremità della città.
«Lì dentro cosa c’è?»
Nessuno ricordava di averla aperta. Lapo sollevò il tetto e trovò ventiquattro piccoli fogli piegati: erano le prime idee scritte dai compagni il lunedì mattina, prima ancora che decidessero di costruire la città. Sul fondo ce n’era uno senza firma.
Micol lo lesse ad alta voce: «Questa città può cambiare ancora. Lasciate un posto per chi arriverà dopo».
«Chi l’ha scritto?», chiese Ismaele.
I bambini si guardarono. Nessuno rispose. Qualcuno sorrise, ma la maestra non cercò di scoprire il nome.
Prima di andare via, i visitatori aggiunsero una piccola strada bianca accanto alla piazza. Non conduceva ancora a nessuna casa. Ginevra scrisse vicino all’inizio: “Da costruire insieme.”
Nel pomeriggio l’aula tornò silenziosa. Una casa pendeva leggermente a sinistra e sul ponte si vedeva la striscia di nastro usata per ripararlo.
«Lunedì lo aggiusto meglio», disse Lapo.
«Lunedì», rispose Ginevra. «Adesso voglio mostrarlo ai miei genitori così com’è. Anche quello che è successo stamattina fa parte della nostra storia.»
Lapo guardò la vecchia fotografia appoggiata vicino alla città. Due classi, in anni diversi, avevano provato a raccontare lo stesso quartiere. Prese il filo blu e sollevò il ponte un’ultima volta.
Dall’altra parte cominciava la strada lasciata libera per qualcuno che non era ancora arrivato.

