Nel 1992 l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, lancia il programma “Memorie del mondo” per preservare il patrimonio documentario dell’umanità, sottraendolo all’oblio del tempo.
Le “memorie”, infatti, raccolgono documenti di varia natura, come testi, manoscritti, spartiti, immagini, registrazioni e filmati, unici e significativi per le loro caratteristiche culturali. Tra questi documenti figura la Magna Charta Libertatum, ritenuta l’atto fondativo delle libertà costituzionali inglesi.
Era il 15 giugno del 1215 quando, in Inghilterra, il re Giovanni Senza Terra, dopo aver perso i feudi francesi, fu costretto a concedere ai nobili inglesi la cosiddetta “Grande Carta delle Libertà”: i suoi 63 articoli limitavano i poteri del sovrano, le cui azioni dovevano essere sottoposte alla legge e controllate dal parlamento, e garantivano una serie di diritti ai membri dell’aristocrazia e del clero.
Anche se si trattava di privilegi di cui non potevano godere i contadini, gli artigiani e i ceti inferiori, la Magna Charta rappresentò una novità nell’Europa medievale: essa tutelava i sudditi dagli arresti arbitrari ordinati dal re e vietava di trattenere un prigioniero in carcere senza processo per più di tre giorni. Pertanto, attraverso la norma giuridica dell’Habeas corpus, espressione latina che letteralmente significa “abbi il [tuo] corpo”, l’arrestato doveva immediatamente comparire davanti al giudice in modo che questi decidesse di confermare o annullare l’arresto.
Si apriva così la strada a ogni futura legislazione che nei Paesi democratici avrebbe tutelato i diritti civili dell’individuo, tra i quali l’inviolabilità della libertà personale.

