Mentre il presidente del Kenya Mwai Kibaki, il candidato dell’opposizione sconfitto Raila Odinga, (i principali responsabili della crisi keniota) e l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan si riunivano per arginare i danni provocati attorno loro esplodeva l’inferno. Ancora oggi il Kenya brucia, devastato da una guerra civile che giorno dopo giorno sta assumendo proporzioni sempre più catastrofi. La causa? Elezioni presidenziali svolte irregolarmente. Le due fazioni politiche e i loro seguaci, hanno dato vita ad una cruenta guerra civile che sta mietendo vittime innocenti ogni giorno. A nulla sono serviti gli appelli del mondo intero, a nulla è servito l’appello di Alpha Konare presidente dell’Unione Africana che si è espresso così: “Se il Kenya brucia, non ci sarà domani per l’Africa”. Il Kenya da sempre è un esempio positivo in un continente devastato di mille conflitti. Non aveva mai conosciuto una guerra sul suo suolo dal giorno dell’indipendenza, Oggi questo paese brucia, mandando al collasso anche l’intera regione centrorientale dell’Africa.
“Speranze keniote”
Moses, 12 anni, dipinge murales su lamiera: col suo talento fa apparire meno grigia l’immensa città di Nairobi. Un grosso dipinto all’ingresso della sua baraccopoli, mostra la Nairobi che tutti vorrebbero: colorata, chiassosa e felice. Moses ha imparato a dipingere a scuola, unico punto di riferimento, oltre alla chiesa, per molti giovani come lui.
Le opini: la scuola è l’unica speranza di cambiamento, i ragazzi lo sanno e lo scrivono a chiare lettere. La possibilità di frequentarla gli permette di sognare un futuro diverso e una società civile in grado di dialogare con le parole, non a colpi di machete. Moses ce l’ha fatta.
Anche l’Africa può!

