L’attacco della Russia all’Ucraina, avviato nella notte tra il 23 e il 24 febbraio scorso, ha reso lo spettro della guerra uno scenario tangibile con l’avanzata dei carri armati russi, i bombardamenti di città e l’esodo degli ucraini.
In Europa non sentivamo parlare di una guerra così vicina ai nostri confini dagli anni Novanta, quando i Balcani furono segnati dal feroce conflitto delle regioni dell’allora Federazione iugoslava. Alla fine del 1989 Slobodan Milosevic, un funzionario del Partito comunista, giunto alla presidenza della Repubblica serba, instaurò un regime dittatoriale con l’intenzione di costituire una “grande Serbia”. All’inizio degli anni Novanta, Slovenia e Croazia proclamarono la loro indipendenza da Belgrado: se l’indipendenza della Slovenia fu accettata piuttosto rapidamente, poiché non vi erano minoranze serbe nei territori sloveni, la Croazia, invece, dovette affrontare una guerra contro i serbi che terminò nel 1992. In quell’anno, con un referendum, anche la multietnica Bosnia, con una popolazione a maggioranza musulmana, si pronunciò a favore dell’indipendenza, cui, però, i serbi reagirono proclamando la nascita della Bosnia-Erzegovina. Milosevic appoggiò l’esercito serbo-bosniaco, scatenando una cruenta guerra civile durante la quale i serbi procedettero a una sistematica pulizia etnica nei territori occupati. La guerra bosniaca ebbe conseguenze tragiche: oltre a intere città distrutte e al drammatico assedio di Sarajevo, furono migliaia le vittime, soprattutto civili, e milioni i profughi.
La comunità internazionale fu debole nel porre fine a questo spaventoso conflitto almeno fino al novembre del 1995 quando, presso la base militare di Dayton, negli Stati Uniti, si svolsero le trattative di pace che sancirono la divisione della Repubblica di Bosnia-Erzegovina in due entità, una serba e una croato-musulmana.

