Il 25 dicembre 1991 al Gran Palzzo della cittadella del Cremlino a Mosca, viene issata per la prima volta la bandiera della Federazione Russa.
Dopo il crollo dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, costituita il 30 dicembre 1922 e composta da tante Repubbliche in diritto di indipendenza, la Russia divenne nel 1991 una Repubblica federale, contando 22 repubbliche federate e diverse unità territoriali autonome, tutte collocate all’interno della maggiore tra di esse, la Russia.
Alla nascita della nuova Federazione Vladimir Putin, ex membro del Kgb, il potente servizio segreto dell’ex Unione Sovietica, si trovava a San Pietroburgo, sua città natale, dove, a seguito del professore Anatolj Sobčak, sindaco della città, cominciava a muovere i suoi primi passi in politica. Entrato nella cerchia di Sobčak, Putin venne presto eletto presidente del comitato per le relazioni esterne di San Pietroburgo, e già nel 1994 fu deputato della Duma, il Parlamento di Mosca.
Nel 1997 l’allora capo di Stato Boris Eltsin gli affidò quindi la direzione dell’Fsb, il nuovo istituto dei servizi segreti russi, erede del Kgb.
Per il Presidente Eltsin, che lo aveva scelto per la guida dei servizi segreti, Vladimir Putin era la persona più indicata per risollevare le sorti della Federazione russa, che verteva in condizioni disastrose. Il 19 agosto 1999 Putin giura quindi come nuovo primo ministro, e quando il 31 dicembre dello stesso anno, a pochi mesi dalla scadenza del mandato, Boris Eltsin decide di dimettersi, Putin è immediatamente chiamato a concorrere alle presidenziali.
Più che un presidente un imperatore
L’inizio del suo primo mandato, nel marzo del 2000, è segnato dalla decisione di riprendere il conflitto in Cecenia, un territorio della Federazione che nel 1991, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, aveva dichiarato la propria indipendenza dalla Russia. La Cecenia viene riconquistata in una guerra ufficialmente chiusa solo nel 2009, a seguito di una durissima lotta al terrorismo jihadista.
Al termine del suo secondo mandato, nel 2008, Putin deve cedere per legge lo scettro di capo della Federazione, ma alle nuove presidenziali viene eletto Dmitri Medvedev, che designa proprio Putin come nuovo primo ministro. Sempre in attesa dietro le quinte, al termine dei quattro anni di Medvedev, Putin ritorna al Cremlino, e nel 2012 è nuovamente presidente della Russia. Intanto, modifiche costituzionali introdotte hanno allungato il mandato a 6 anni. All’ennesima tornata elettorale, nel 2018, Putin viene ovviamente riconfermato.
In un documentario dell’inglese Patrick Forbes, Putin veniva definito “il nuovo zar”, ed è difficile contraddire questa affermazione. Sono già 22 anni che l’ex agente del Kgb è al potere in Russia e oggi più che mai, con l’esplosione del conflitto russo-ucraino, il sogno delirante di un Impero sembra meno folle a dirsi e a farsi. Sin dalla sua prima presidenza Putin ha dichiarato di voler restaurare la potenza dell’impero russo, “lavorando” progressivamente per aggregare i territori dell’ex Unione Sovietica e tornare così ad una divisione dell’Europa tra una sfera di influenza occidentale e una russa.
Fra Unione europea e Russia c’è l’America, che sta tentando di estendere le sue alleanze attraverso l’allargamento progressivo della Nato dal Mediterraneo al Caspio. Liquidità monetaria, risorse energetiche ed armamenti sono i riquadri della scacchiera internazionale su cui si sta giocando l’ennesimo scontro geopolitico che senza esserlo apertamente, è già di rilevanza mondiale.
Augurabile una “caduta” dello zar come unica soluzione per riportare la pace in Ucraina e la stabilità in Russia. Ancora un golpe contro l’Impero.

