Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo nei Paesi occidentali il movimento femminista tentò di cambiare l’immagine che le donne avevano di sé, il modo di pensare al proprio corpo e alla propria vita, senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi maschili.
Nel 1963 la studiosa statunitense Betty Friedan pubblicò “La mistica della femminilità”, evidenziando le mistificazioni di cui erano vittime le donne americane: trasformate dai mass media in spose modello, consumatrici delle merci vendute nei centri commerciali, le donne vivevano una crisi d’identità, imprigionate fra le mura domestiche.
La Friedan, dunque, denunciò come l’identità delle donne fosse ridotta dalla cultura maschilista a un unico valore, quello della “femminilità” che finiva per relegarle nell’ambito della famiglia a ricoprire il ruolo di mogli-madri-casalinghe.
Le tesi della Friedan diedero l’avvio a una nuova fase di attivismo femminista che dagli Stati Uniti si estese a tutto il mondo occidentale, mettendo in discussione ogni aspetto della condizione femminile.
Al fiorire di questo “nuovo femminismo” contribuì anche il pensiero della scrittrice Simone de Beauvoir che nel 1949 aveva suscitato scalpore pubblicando il saggio “Il secondo sesso”. L’intellettuale francese sosteneva che sono gli uomini a determinare la storia delle donne e che, per uscire da questa condizione di subordinazione, la donna avrebbe dovuto conquistare la propria indipendenza attraverso un processo collettivo, in grado cioè di coinvolgere tutte le donne nella lotta per ottenere il proprio posto nel mondo.
Da allora i movimenti femministi e le organizzazioni femminili hanno intrapreso numerosi percorsi volti alla difesa della parità di genere all’interno anche di una più ampia visione: la difesa dei diritti umani.

