I discepoli in un primo tempo tentarono di rispondere al sopruso con la forza, ma furono bloccati da Gesù, deciso a bere l’amaro calice che i sacerdoti gli avevano preparato. Allora i suoi fuggendo si dispersero, solo Pietro da lontano seguì il gruppo di armati che lo avevano legato per condurlo dinanzi al sinedrio. Pietro si fermò all’ingresso e lì una donna gli chiese: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quell’uomo?». Rispose di no e si allontanò fermandosi nei pressi di un falò acceso da alcune guardie per scaldarsi. Si sentì dire: «Non sei tu uno dei discepoli del nazareno?». Rispose anche questa volta di no. Ma tra i miliziani vi era chi aveva assistito al ferimento di Malco e gli ribatte: «Non ti ho forse visto con lui in quel giardino?». Pietro con più decisione disse: «Non ero io» e proprio in quel momento sentì un gallo cantare, che gli ricordò delle parole di Gesù.
Caifa, il sommo sacerdote, cominciò l’interrogatorio chiedendo: «Chi sei tu?».
Gesù rispose: «Io ho parlato apertamente, ho insegnato nella sinagoga e nel tempio. Che male ho detto o fatto?».
Caifa ribatte: «Mi dicono che ti proclami figlio di Dio e fai credere di essere il messia».
Gesù risponde: «Tu l’hai detto. Cosa ho fatto e detto è ciò che Dio ha voluto».
Caifa decise di consegnarlo a Ponzio Pilato, il governatore romano, e queste chiese il motivo dell’accusa.
Gli fu risposto in coro: «Te lo portiamo perché è un malfattore, ha bestemmiato».
Pilato, resosi conto della situazione, disse: «Giudicatelo secondo la vostra legge».
Gli risposero: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».
Il procuratore comprese che si trattava di una faccenda complicata e cominciò ad interrogare Gesù: «Sei il re dei Giudei?».
Rispose: «Chi te lo ha detto? Mi hai sentito affermare questo o ti è stato riferito da altri?».
Pilato proseguì: «Io non sono giudeo. Perché sei morto?».
Gesù lo guardava e disse: «Se il mio fosse di questo mondo i miei regno servitori avrebbe combattuto perché non fossi consegnato alle guardie. Il regno di cui parlo è dentro di noi».
Pilato scosse la testa non ne poteva più di quelle storie. «Se non sei il re, chi sei», rimase in silenzio osservando il prigioniero e aggiunse «Che cos’è la verità?».
Poi si sedette, si lavò le mani e comandò che gli fosse portato Barabba, un noto malfattore per rispettare l’usanza che al popolo in occasione della Pasqua era concesso di scegliere chi mettere in libertà.
Pilato chiede ai presenti chi tra Gesù e Barabba e, con sua meraviglia, sentì urlare: «Barabba!».
Abbiamo incontrato Pietro, che rinnega per istinto di sopravvivere, la paura di morire vince sull’amore, Caifa, simbolo dell’autorità insensibile all’umanità se sente minacciato il suo potere, Pilato, cinico soldato che opera in un che non ama e non si capisce. Entrano in scena anche i soldati che legano Gesù ad una colonna per procedere al rituale orrendo della flagellazione. Così scaricano i loro istinti peggiori e ridere sguaiatamente mentre incoronano di spine come loro trastullo il re dei Giudei. Questo uomo così martoriato non suscita alcuna pietà. I sacerdoti hanno deciso e sollecitato la sua morte perché ha bestemmiato. La loro legge condanna perché si è proclamato figlio di Dio e lui stesso Dio.

