I risultati delle recenti elezioni amministrative, che si sono tenute il 3 e il 4 ottobre in molte città italiane, hanno dato il via ai consueti bilanci da parte dei leader dei partiti politici i cui candidati a sindaco hanno subito cocenti sconfitte, non riuscendo neanche ad andare al ballottaggio.
Al di là dei bilanci e delle autocritiche sulla conduzione della campagna elettorale, sulla credibilità dei candidati presentati o sull’affluenza crollata, ormai il dado è tratto.
Resta però un dato che fa riflettere: le donne candidato sindaco sono state poche, soprattutto nelle grandi città.
Ma quando le donne hanno cominciato a ricoprire questa carica in Italia?
Quasi a conclusione della Seconda guerra mondiale, le donne conquistarono il suffragio: il provvedimento fu approvato dal governo Bonomi il 1° febbraio 1945, anche se il diritto delle donne a essere elette fu sancito soltanto nel marzo del 1946, in occasione delle prime elezioni amministrative dopo il ventennio fascista. In quelle consultazioni, oltre duemila donne furono elette nei consigli comunali e alcune divennero sindaco: Ninetta Bartoli, democristiana, vinse le elezioni nel comune sardo di Borutta, restando in carica per 12 anni; Margherita Sanna, anche lei democristiana, ricoprì la carica di sindaco per diversi mandati nel comune sardo di Orune; Ada Natali, comunista, fu sindaco di Massa Fermana nelle Marche fino al 1959; Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, a soli 24 anni, divenne sindaco del comune calabrese di San Sosti.
Anche se rappresentavano una minoranza che si scontrava con diffusi pregiudizi, queste donne seppero amministrare i loro territori con determinazione ed efficienza, operando spesso in comunità povere, devastate dalla guerra, dando così il proprio contributo alla ricostruzione del Paese e al processo di emancipazione femminile.

