Gli eventi in Afghanistan stanno precipitando: dopo il ritiro delle forze armate americane, il Paese è caduto nelle mani dei talebani. In un crescendo di disperazione, migliaia di afghani cercano vie di fuga dal Paese, mentre le evacuazioni dall’aeroporto di Kabul procedono con difficoltà e ci consegnano immagini di vittime travolte dal terrore.
L’America di Biden ha posto fine a un conflitto ventennale con forti costi economici e di vite, senza essere riuscita a creare in Afghanistan condizioni durature per aiutare i governi locali a radicarsi con progetti a lungo termine per garantire un futuro di pace e stabilità alla popolazione afghana, arginando la minaccia fondamentalista.
Prima della presenza americana, la regione afghana aveva subìto l’invasione sovietica. Nel 1979, infatti, l’URSS decise di intervenire militarmente in Afghanistan per sostenere il regime di Kabul, dopo che un colpo di stato militare aveva portato al potere un Fronte di partiti di sinistra, controllato dai comunisti. Ciò aveva provocato nel Paese una forte opposizione sfociata in una guerra civile che impediva alle forze governative di mantenere il pieno controllo del territorio. Per Mosca l’impegno militare in Afghanistan aveva lo scopo di contenere il fondamentalismo islamico che rischiava di estendersi alle repubbliche a maggioranza musulmana dell’URSS. L’operazione sovietica in Afghanistan durò un decennio e si rivelò un completo fallimento: nonostante l’impiego di armi sofisticate e gli oltre 120 mila soldati schierati in campo, le forze sovietiche non riuscirono a piegare la resistenza afghana la cui guerriglia operava in un territorio montuoso difficilmente accessibile.
Il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan cominciò nel corso del 1988 e terminò nel febbraio 1989. L’intervento sovietico non riuscì a porre fine alla guerra civile nel Paese dove si affermarono i talebani, gli “studenti di religione”, un’organizzazione politico-militare di stampo fondamentalista.

