Ogni epoca storica, purtroppo, genera ondate di intolleranza, razzismo e xenofobia. Le false narrazioni che alimentano l’odio nei confronti di coloro che appaiono diversi o stranieri agli occhi della società inducono a ritenere tali persone una minaccia per l’equilibrio e il benessere di uno Stato, diventando i capri espiatori dei suoi mali.
E’ ciò che accadde negli USA negli anni Venti: il Paese, in pieno sviluppo economico, per salvaguardare la propria prosperità, adottò una politica reazionaria che si espresse in particolar modo con le leggi per il blocco dell’immigrazione per tutelare la supremazia degli Americani bianchi e impedire la diffusione delle idee sovversive provenienti dall’Europa. Mentre l’attività del Ku Klux Klan in quegli anni riprendeva vigore, il culmine di questo clima fobico e razzista fu raggiunto con il processo a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due giovani immigrati italiani di idee anarchiche, accusati di omicidio e condannati a morte, nonostante l’inconsistenza delle prove a loro carico.
Il 15 aprile 1920 durante una rapina a una fabbrica di scarpe di South Braintree, nel Massachusetts, erano stati uccisi un tesoriere e un custode; del delitto furono accusati i due italiani che, per le loro idee politiche, nel corso del processo furono ritenuti nemici delle istituzioni americane. Nonostante la loro condanna avesse provocato sdegno in gran parte dell’opinione pubblica americana e internazionale, i due giovani furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.
Il pregiudizio politico e razziale e la campagna xenofoba durata anni avevano vinto. Soltanto nel 1977 Michael Dukakis, governatore del Massachusetts, riconobbe ufficialmente l’innocenza di Sacco e Vanzetti, ricordando l’importanza di difendere i diritti delle persone considerate straniere in nome del rispetto dei diritti umani.

