Le idee spesso nascono in modo inaspettato. E’ ciò che è accaduto allo scrittore fiorentino Carlo Lorenzini, noto con lo pseudonimo di Collodi: nel 1881 decise di inviare “La storia di un burattino” all’amico Guido Biagi, direttore del “Giornale dei bambini”, informandolo sul contenuto: “ Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene per farmi venir voglia di seguitarla”.
Collodi, dando spazio alla fantasia e all’inventiva, si avviava a dare una svolta nella sua produzione letteraria. Tra il 7 e il 14 luglio 1881, infatti, apparvero i primi tre capitoli della storia di Pinocchio, il burattino ribelle, indisciplinato, insolente, con il naso che si allunga a ogni bugia. Dopo la pubblicazione a puntate del racconto collodiano, il romanzo uscì in volume nel 1883 col titolo “Le avventure di Pinocchio”. Il romanzo sarebbe diventato un vero e proprio best-seller, riscuotendo successo anche a livello internazionale. L’opera, ancor oggi, risulta il testo più tradotto dell’intera letteratura italiana a conferma di quanto la vicenda narrata, pur riflettendo l’esigenza formativa propria dell’Italia postunitaria, conservi un valore e un fascino intramontabili.
La trama è nota: Pinocchio, nato da un pezzo di legno grazie al falegname Geppetto, manifesta subito il proprio cattivo carattere; non avendo voglia di studiare, vende l’Abbecedario e, abbandonata la casa paterna, va a vedere lo spettacolo dei burattini da cui iniziano le sue avventure che spaziano dal Campo dei miracoli al seguito del Gatto e della Volpe, all’incontro con la Bambina-Fata dai capelli turchini, al Paese dei balocchi e al ventre del Pescecane. Alla fine Pinocchio, ritrovato il padre Geppetto e diventato buono, abbandona la forma del burattino per assumere le sembianze del ragazzo perbene.
Ogni adulto conserva l’immagine di Pinocchio, emblema delle dure prove, metamorfosi, infrazioni alle regole e sensi di colpa sperimentati nella crescita per trovare se stessi e costruire la propria identità.

