Sulle montagne della Cina centrale, dove le nuvole scendevano così in basso da sembrare appoggiate sulle cime degli alberi e immense distese di bambù ricoprivano i pendii con un mantello verde che ondeggiava lentamente al vento, viveva un giovane panda gigante di nome Tao, curioso, goloso e abbastanza pigro da essere convinto che ogni attività importante dovesse essere preceduta da un buon pasto e seguita, possibilmente, da un lungo riposo.
Ogni mattina Tao apriva lentamente gli occhi, osservava la luce che filtrava tra le foglie e rimaneva ancora qualche minuto disteso, perché aveva imparato da sua madre Mei che i panda, nutrendosi quasi esclusivamente di bambù, un alimento che fornisce loro relativamente poca energia, trascorrono molte ore della giornata a mangiare e devono evitare di consumare inutilmente le proprie forze.
Quando finalmente decideva di alzarsi, cominciava quella che considerava una delle attività più serie della sua vita: scegliere il bambù migliore, un compito che affrontava annusando un germoglio, osservando un fusto, confrontando alcune foglie e assumendo un’espressione tanto concentrata da far pensare che da quella decisione dipendesse il futuro dell’intera foresta.
Alla fine, naturalmente, sceglieva quasi sempre la pianta che aveva avuto davanti fin dall’inizio, la prendeva tra le zampe anteriori aiutandosi con quella particolare struttura del polso chiamata spesso “falso pollice”, che permette ai panda di stringere e maneggiare i fusti con grande precisione, e cominciava a mangiare soddisfatto.
«Mamma, sto facendo il mio dovere di panda», spiegava Tao quando Mei gli faceva notare che aveva già mangiato parecchio.
La madre sorrideva, perché sapeva che suo figlio era molto bravo a trasformare qualsiasi spiegazione sulla vita dei panda in una giustificazione per continuare a mangiare, ma in fondo Tao non aveva completamente torto, dal momento che questi animali devono consumare grandi quantità di bambù e possono trascorrere una parte considerevole della giornata proprio a cercarlo, sceglierlo e mangiarlo.
Una mattina, però, Mei gli annunciò che dopo il pasto non avrebbe potuto dedicarsi immediatamente al suo secondo grande interesse, il riposo, perché era arrivato il momento di esplorare una zona che Tao conosceva ancora poco e di imparare alcune delle abitudini che gli sarebbero servite quando fosse diventato adulto e avesse cominciato a muoversi con maggiore indipendenza.
Tao partì con entusiasmo, anche se dopo una decina di minuti domandò alla madre se per caso, nella zona che stavano raggiungendo, crescesse del bambù particolarmente tenero, perché gli sembrava importante conoscere in anticipo tutte le caratteristiche del territorio.
Dopo aver camminato lungo un sentiero stretto tra gli alberi, Mei si fermò davanti a un vecchio tronco, avvicinò il muso alla corteccia e cominciò ad annusare con attenzione; Tao la imitò e percepì quasi subito un odore diverso da quello della madre e dal proprio, tanto che si voltò rapidamente verso i cespugli aspettandosi di vedere comparire un altro panda.
Mei gli spiegò che probabilmente quell’animale non si trovava più nelle vicinanze, perché i panda giganti conducono prevalentemente una vita solitaria e utilizzano spesso le marcature odorose lasciate su alberi, rocce e altri punti del territorio per comunicare la propria presenza agli altri panda, anche quando si trovano lontani gli uni dagli altri.
Tao rimase affascinato da quella scoperta, perché improvvisamente comprese che un bosco apparentemente silenzioso poteva contenere molti messaggi invisibili, lasciati da animali che erano passati ore o giorni prima e che, attraverso il proprio odore, continuavano in qualche modo a raccontare la loro presenza.
«Quindi possiamo sapere che un altro panda è passato di qui senza doverlo incontrare?»
Mei annuì e Tao, dopo qualche secondo di riflessione, dichiarò che quello gli sembrava un sistema magnifico, perché permetteva di comunicare mantenendo comunque una certa tranquillità e lasciando a ciascuno abbastanza tempo per occuparsi del bambù.
Continuarono a camminare finché da una zona lontana arrivò uno strano verso e Tao, che fino a quel momento aveva pensato che i panda comunicassero quasi esclusivamente attraverso gli odori, scoprì che la sua specie utilizza anche diverse vocalizzazioni, soprattutto quando diventa necessario entrare in contatto con altri panda.
Naturalmente volle provare subito e, dopo aver inspirato profondamente e sollevato il muso, produsse un suono così bizzarro che alcuni uccelli nascosti tra i rami si alzarono improvvisamente in volo, mentre Mei cercava inutilmente di trattenere una risata.
Tao osservò gli uccelli che si disperdevano tra gli alberi e, invece di sentirsi scoraggiato, concluse che probabilmente possedeva una voce molto potente e che gli mancava soltanto un po’ di esercizio.
Più avanti incontrarono un piccolo ruscello, che Mei attraversò con facilità scegliendo il punto meno profondo, mentre Tao rimase sulla riva a osservare l’acqua con tanta attenzione da sembrare un grande esploratore arrivato davanti a un mare sconosciuto.
Mei gli ricordò che i panda sanno anche nuotare quando necessario, ma Tao, che quel giorno non aveva alcuna intenzione di verificare personalmente quella capacità, decise di tentare il salto e, dopo aver preso una rincorsa enormemente più lunga del necessario, superò il corso d’acqua senza difficoltà, atterrando però sopra un tratto fangoso sul quale scivolò fino a finire seduto dentro una piccola pozza.
Quando la madre gli domandò se stesse bene, Tao si rialzò cercando di mantenere tutta la propria dignità e spiegò che non era caduto affatto, perché aveva semplicemente deciso di controllare da vicino la consistenza del terreno dopo la pioggia.
Mei non disse nulla, ma il suo sguardo fece capire chiaramente che non aveva creduto a una sola parola.
Nel pomeriggio il cielo cominciò improvvisamente a diventare scuro, il vento attraversò la vegetazione facendo piegare migliaia di bambù nello stesso momento e un temporale costrinse madre e figlio a cambiare percorso, mentre la pioggia rendeva sempre più difficile distinguere i sentieri.
Per alcuni minuti Tao perse di vista Mei e, quando capì di essere rimasto solo, sentì scomparire tutta la sicurezza con cui fino a poco prima aveva affrontato ruscelli, fango e strani richiami.
Invece di correre senza sapere dove andare, però, cercò di ricordare ciò che aveva osservato durante il cammino, riconobbe alcuni alberi e un tratto del sentiero percorso insieme alla madre e, avvicinandosi a un vecchio tronco, percepì anche un odore familiare che gli fece capire che lui e Mei erano passati di lì poco prima, aiutandolo a riconoscere meglio quella parte della foresta.
Tao comprese allora che quelle marcature, che fino a poche ore prima gli erano sembrate soltanto una curiosa abitudine della sua specie, potevano contenere informazioni preziose sulla presenza e sul passaggio degli altri panda in un ambiente nel quale gli incontri diretti non sono sempre frequenti.
Poco dopo sentì la voce della madre provenire da una zona vicina e provò a rispondere con uno dei richiami che aveva ascoltato quella mattina; questa volta il risultato fu decisamente migliore e Mei riuscì a raggiungerlo rapidamente.
Quando il temporale cominciò a diminuire, i due salirono su un grande albero per fermarsi e riposare, perché, nonostante il loro corpo robusto e l’aspetto apparentemente goffo, i panda sono capaci di arrampicarsi molto bene, soprattutto quando sono giovani, e possono utilizzare gli alberi per giocare, riposare o trovare una posizione più sicura.
Mentre aspettavano che la pioggia smettesse, Mei raccontò a Tao che, quando era nato, era così piccolo e fragile da avere bisogno continuamente delle sue cure, perché i cuccioli di panda vengono al mondo ciechi, quasi privi di pelo e completamente dipendenti dalla madre, che li nutre, li protegge e resta accanto a loro per molti mesi, accompagnandoli poco alla volta verso una maggiore autonomia.
Tao guardò le proprie zampe robuste e soprattutto la grande pancia che aveva costruito con una notevole e appassionata dedizione al bambù, poi domandò incredulo se fosse davvero possibile che un giorno fosse stato tanto piccolo.
«Piccolissimo», rispose Mei.
Tao osservò nuovamente la propria pancia e concluse che, per arrivare alle dimensioni attuali, doveva certamente essersi impegnato moltissimo a tavola.
Mentre la madre rideva, il giovane panda cominciò finalmente a capire il motivo di quella giornata così diversa dalle altre, perché Mei non lo aveva portato fin lì soltanto per mostrargli nuovi sentieri, ma per insegnargli ciò che gli sarebbe servito quando fosse cresciuto e avesse cominciato a vivere sempre più autonomamente, come fanno normalmente i panda adulti.
Avrebbe dovuto conoscere il territorio, trovare le zone più ricche di bambù, riconoscere gli odori lasciati dagli altri panda, utilizzare i richiami quando necessario, muoversi attraverso ruscelli e pendii e saper salire sugli alberi, imparando soprattutto a osservare con attenzione un ambiente dal quale dipendeva quasi completamente la sua sopravvivenza.
Quando il temporale terminò e la luce del sole tornò a illuminare le foglie ancora bagnate, Tao e Mei ripresero lentamente il cammino fino a raggiungere una zona ricca di giovani germogli, davanti alla quale il giovane panda dimenticò immediatamente tutta la stanchezza accumulata durante l’avventura.
Si sedette accanto alla madre, prese un ramo e, mentre cominciava a mangiare, ripensò a ciò che aveva imparato durante quella giornata, comprendendo che la vita apparentemente semplice dei panda era in realtà costruita intorno a un delicato equilibrio tra alimentazione, riposo, comunicazione e conoscenza dell’ambiente in cui vivevano.
«Mamma», disse dopo un pò, «questa mattina pensavo che essere un panda significasse soprattutto mangiare bambù e dormire, mentre adesso ho capito che dobbiamo imparare a conoscere ciò che ci circonda, perché qui troviamo il cibo, riconosciamo la presenza degli altri panda e impariamo poco alla volta a cavarcela da soli.»
Mei lo guardò soddisfatta e gli disse che, dopo quella giornata, era sicuramente cresciuto un pò.
Tao abbassò immediatamente lo sguardo verso la propria pancia.
«Anch’io avevo questa impressione.»
«Non parlavo della pancia.»
Tao rimase pensieroso per qualche secondo, poi afferrò un altro germoglio.
«Meglio non correre rischi.»
Quella sera, mentre la luna compariva sopra le montagne e il vento tornava a muovere dolcemente le distese di bambù, Tao si addormentò accanto a un albero, stanco ma soddisfatto, perché aveva scoperto che essere un panda non significava soltanto vivere tranquillamente mangiando e riposando, ma imparare giorno dopo giorno a conoscere un ambiente complesso e fragile dal quale dipendevano il suo cibo, la sua sicurezza e il suo futuro.
Poco dopo cominciò a russare così rumorosamente che un giovane uccellino, appena arrivato su un ramo vicino, guardò preoccupato verso il cielo e domandò a Mei se stesse arrivando un altro temporale.
La madre osservò Tao profondamente addormentato e sorrise.
«No, è soltanto un giovane panda che sta conservando le energie.»
L’uccellino guardò la distesa verde che circondava la radura e domandò per che cosa gli sarebbero servite tutte quelle energie.
Mei guardò suo figlio, poi le montagne illuminate dalla luna, e rispose che gli sarebbero servite per crescere, imparare poco alla volta a cavarsela da solo e diventare un giorno un panda adulto capace di conoscere, rispettare e abitare quella stessa foresta che sua madre gli stava insegnando ad amare.
Tao, naturalmente, non sentì nulla, perché dormiva già profondamente e, a giudicare dal piccolo sorriso comparso sul suo muso, probabilmente stava sognando un’immensa distesa di bambù tenerissimo tutta per lui.

