Marco aveva dodici anni e camminava con suo padre: avevano deciso di attraversare alcuni tratti lungo l’antica via Popilia.
Si vedevano poche tracce della via, perché il tempo copre e confonde, ma la direzione restava chiara, come se il paesaggio la ricordasse ancora.
Era una strada che non gridava la sua presenza: la suggeriva.
E proprio per questo sembrava più vera.
«Papà, ma perché i Romani costruivano strade così?» chiese Marco.
Il padre rallentò, come se quella domanda fosse una chiave.
«Perché nel Sud Italia una strada non era solo un modo per andare da un punto all’altro. Era un modo per non restare soli. Qui ci sono montagne, gole, fiumi e tratti che d’inverno diventano fango e d’estate polvere. Senza una via sicura l’interno restava lontano. Con una grande via, invece, tutto iniziava a respirare insieme: campagne e paesi, colline e mercati, persone che prima non si sarebbero mai incontrate.»
Marco guardò avanti, seguendo con gli occhi un tratto che spariva e poi riappariva.
«Ma come fa una strada a cambiare così tanto le cose?»
Il padre fece un gesto con la mano, come a indicare qualcosa che si muoveva anche se non si vedeva.
«Pensa a quante cose dovevano passare di qui. Carri con sacchi di grano. Anfore d’olio. Bestiame condotto lentamente. Artigiani con strumenti e speranze. E poi i messaggeri, quelli che non potevano perdere tempo: Roma doveva far arrivare ordini e notizie. Una strada stabile voleva dire non restare bloccati dopo una pioggia, non girare a vuoto e non sprecare giorni.»
Marco immaginò il rumore delle ruote, il respiro degli animali e le voci che si salutavano senza conoscersi.
«Quindi era come una rete.»
«Sì» disse il padre.
«E una rete, quando funziona, fa una cosa semplice: mette in movimento la vita.»
Camminarono ancora.
A un certo punto, sulla sinistra, comparvero resti di muri antichi.
Non erano rovine “belle” come nei libri: erano pietre vere, di un posto che aveva lavorato per anni.
Il padre si fermò.
«Qui c’è una villa romana.»
Marco si avvicinò piano.
«Una villa… come quelle dei film?»
Il padre sorrise.
«Qui la villa non era un capriccio. Era un centro di lavoro. Campi, raccolti, magazzini e animali. E capisci subito perché la viabilità conta: una villa vicina a una grande via poteva far partire i prodotti, poteva ricevere materiali e poteva organizzare trasporti. Se produci olio, vino e cereali, non basta avere la terra: devi avere anche la strada. La via dava valore a ciò che nasceva nei campi.»
Marco annuì. «Quindi la strada aiutava anche chi restava.»
«Esatto» disse il padre.
«Collegare non significa solo andare via. Significa far arrivare, far circolare e far vivere.»
Ripresero il cammino.
Poi il padre indicò la direzione.
«Adesso ci avviciniamo a Polla. In epoca romana qui c’era Forum Popili.»
Marco ripeté quel nome piano.
«Forum Popili…»
Il padre proseguì, senza spiegazioni fredde.
«Qui la terra ha lavorato tanto. Era un punto agricolo importante: intorno c’erano campagne che producevano e chi passava aveva bisogno di rifornimenti, di scambi e di persone capaci di organizzare il movimento. Quando una strada grande attraversa una zona fertile succede una cosa chiara: i prodotti non restano fermi. Prendono la via. E una zona intera diventa più viva, perché quello che nasce nei campi può arrivare lontano e tornare indietro sotto forma di strumenti, materiali e occasioni.»
Marco ascoltava e sentiva che ogni parola metteva peso al suolo sotto i piedi.
Poi arrivarono davanti a una grande lastra con lettere incise.
Marco si avvicinò, quasi in punta di piedi, come si fa davanti a qualcosa che non appartiene solo a te.
Il padre abbassò la voce.
«Questa è la Lapide di Polla, chiamata anche Lapis Pollae o Elogium Pollae. È un’antica lastra di marmo della prima metà del II secolo a.C., ritrovata nel XVII secolo in località San Pietro, nel comune di Polla. È larga circa 70 centimetri e alta circa 74.»
Marco spalancò gli occhi.
«È… così antica?»
«Sì» rispose il padre.
«Ed è importantissima, perché è una delle principali testimonianze scritte dell’esistenza, in epoca romana, di una grande via di comunicazione civile, militare e commerciale: quella che collegava Capua con Reggio Calabria. Questa pietra è una prova: non ci fa solo immaginare la strada, ce la fa riconoscere.»
Marco guardò meglio e notò che la lapide non era appoggiata a caso: era protetta e incastonata, come se qualcuno l’avesse voluta salvare per sempre.
Il padre aggiunse: «E c’è un’altra cosa bella da sapere. Nel 1934 questa lapide romana venne incastonata nel monumento commemorativo che la custodisce ancora oggi. È come se, dopo secoli di viaggio, qualcuno avesse deciso di darle finalmente una casa sicura, per conservarne lo splendore e permettere a tutti di vederla.»
Marco passò le dita sulle lettere, lentamente.
«Quindi è come… un documento ufficiale?»
«Esatto» disse il padre.
«Gli storici amano queste cose perché non sono “forse”: sono tracce dirette. Qui c’è scritto che quella via contava davvero. E anche se il ritrovamento della lapide è stato casuale, non è casuale l’importanza di Polla in epoca romana: era un punto dove la strada e la vita del territorio si toccavano e dove tutto ciò che si produceva poteva muoversi.»
Marco rimase in silenzio. Poi si voltò e guardò la strada dietro di sé. In quel momento capì che non stava solo camminando: stava seguendo un’idea antica, capace di collegare luoghi e persone.
E lì, davanti alla Lapis Pollae, quel mondo gli sembrò improvvisamente vicino.

