di Gabriella Santini
“Pensavo fosse più facile disegnare una mappa” pensai, mortificato.
Ero seduto a terra, in uno dei balconcini di casa mia, e stringevo un foglio, incontaminato da giorni.
Ero entrato in possesso di quel foglio in modo avventuroso, casuale e fortunato: preziosa più
dell’oro e delle spezie, era la carta, da noi!
Sopra di me volteggiò all’improvviso uno strano volatile, che virò in picchiata: registrai ali di
gabbiano, becco di pellicano, livrea d’airone, coda d’aquila, zampe di cigno. Bellissimo e misterioso
com’era, mi parve un presagio; o un segno. Dal futuro, dal presente o dal passato?
Scendendo a razzo verso terra, mi fissò come fossi un insetto insignificante ma molesto, da sfidare o
schiacciare, mentre io lo fissavo con troppo interesse, persino con ammirazione.
Nonostante gli sguardi ineguali, raccolsi la sfida: non ero troppo piccolo per guardare il mondo con
i suoi occhi, anzi, ero quasi più grande di lui! Forse potevo persino volare… Con lo sguardo, di
sicuro! Perciò, mi concentrai su quegli occhi arancioni e larghi, da gufo imperiale.
Dalle sue altezze, chissà come appariva la mia città? E chissà come diventavano strade, vicoli, tetti,
alberi, incroci, e poi, ancora, mari irraggiungibili, caotici porti, isole lontane, continenti sconosciuti,
balene giganti, nuvole e arcobaleni…
Chiusi i miei occhi bambini, annusai l’aria frizzante con le narici spalancate da balenottera azzurra;
infine, riaprii gli occhi da gufo.
Mi apparve una mappa marrone e verde, che riproduceva una grande isola a forma di buffo
fazzoletto, con un’insenatura simile a un toro dalle lunghe corna e con coste e isolotti frastagliati
tutt’intorno. Lessi a fatica le lettere di una parola che compariva in alto, color avorio…
B O R N E O
«Cosa significa? Cos’è un borneo? Forse un animale? Oppure un luogo?» mi domandai, avvilito.
La visione di quella mappa era appena stata un’esperienza magnifica ma appariva incomprensibile.
Riaprii gli occhi, i miei.
Sotto di me, si affaccendava la mia città: i vicentini riempivano le strade, il mercato rumoreggiava e
colorava tutto, cani e gatti litigavano quanto noi umani, i primi impegnati a rubarsi topi e resti di
cibo, i secondi occupati nella guerriglia della Lega di Cambrai.
Eh, sì, purtroppo Vicenza era in guerra, ed era contesa: dalle forze francesi di Luigi XII della Lega e
da quelle della Repubblica di Venezia.
Nonostante tutto, era una consueta domenica di primavera, del 1509. E io stavo per compiere sette
anni, l’età giusta per grandi imprese.
«Totoni, perché sei sempre tra le nuvole? Ti chiamo da dieci minuti, ma tu non rispondi!» esclamò
mamma Lucia, arrivandomi alle spalle «Ti comporti come se avessi ancora tre anni, e ti rifugi
chissà dove…»
«IO non sono tra le nuvole! IO non mi rifugio. Progetto, studio, disegno, mi preparo, IO!» replicai,
offeso, ad alta voce.
Come tutti gli altri, anche lei si ostinava a non capire. A non capirmi.
“Loro sono ancore, tu, un veliero senza porti” mi suggerì il gufo imperiale che avevo intrappolato
dentro di me “Porta pazienza e cresci in fretta”.
«Ti prepari, per cosa? Sentiamo!» replicò mamma Lucia.
«Per la mia prima spedizione intorno al mondo!» risposi, quasi gridando «Presto o tardi, partirò!»
«Sei figlio di un notaio famoso, appartenente al Maggior Consiglio della città, non di un marinaio,
né di un avventuriero. E poi, non hai paura di incontrare lo scarbonasso?» domandò, ridendosela e
canzonandomi.
Pensai a quel serpente che da sempre affollava sogni, incubi e scampagnate di tutti… Lo
scarbonasso! Lungo lungo, viscidissimo, color bava.
Dopo quelle parole, lei mi lasciò, troppo affaccendata per darmi ancora importanza.
Tornai a fare quello che stavo facendo, cioè, disegnare una mappa che mi aiutasse a uscire di casa,
attraversare la piazza, imboccare la via giusta – quella che lasciava la città – immergermi nei campi,
raggiungere il porto di Venezia, imbucarmi in un vascello e veleggiare via, lontano.
«Fuggirò dalla guerra! Fuggirò dallo scarbonasso! Fuggirò dai parenti e da questa famiglia che non
mi capisce e mi ignora!» dissi al volatile misterioso e al domani.
Un verso ripetuto e strano sopra di me mi confermò che l’animale aveva udito, e risposto.

