Le settimane antecedenti al Natale erano tutte un brulichio di cose. Si ripristinava il materiale avvolto in fogli di cartapesta, ben risposto in scatoloni l’anno precedente. Le domeniche, a casa si trascorrevano a montare, rimontare e scovare tutto ciò che potesse ingigantire i nostri occhi di bambini curiosi. Come quando nel mobiletto delle videocassette attirò la mia attenzione Pinocchio, la storia di un burattino bugiardo che aveva venduto l’unica fonte di sapere – l’abbecedario – in cambio di pochi quattrini. Premere il tasto play, negli anni, divenne un vero e proprio rito. Mi lasciavo incantare dagli insegnamenti della fatina; rattristare dal finale: vivere per sempre nella pancia di una balena. A scuola, la Santa Festa si attendeva con la lettura di canti, poesie e filastrocche. Fino poi ad arrivare al fatidico giorno in cui avremmo dato prova di essere grandi attori di teatro durante la recita scolastica. L’attesa si infittiva sempre di più, il sipario si apriva, al via della maestra davamo prova delle nostre doti. Non solo di attori, ma anche di scrittori: io e mio fratello impiegavamo tutte le nostre energie nello stilare la lista dei regali. Prima di imbucarla, ci assicuravamo fosse ben chiusa, acquistavamo il francobollo, ignorandone la destinazione. Trascorrevamo le ore in trepidazione fino alla mattina di Natale. Le prime luci, provenienti dalle serrande, mi facevano intravedere briciole di panettone, segno della presenza chi si era prodigato a lasciare i pacchi sotto l’albero. Lo immaginavo panzuto, su una slitta volante a sganciare una scala magica, sorretto da una renna. Nella mia ingenuità non capivo come potesse fuoriuscire dal camino e come in una sola notte potesse raggiungere tutti i bambini del mondo. Abbondonavo l’idea di dare una spiegazione plausibile ai miei dubbi e sgattaiolavo a chiamare mio fratello, che ancora in pigiama insieme al suo orso color caffellatte, non avrebbe perso tempo a scartare gli involucri scintillanti. Il lavoro di giovani artisti si concludeva a pranzo, con un centrotavola d’eccezione: la letterina. Ne avevamo memorizzato i versi, la mimica e l’intonazione. Ritti su una sedia e petto in fuori ne esponevamo il contenuto, per poi meritarci gli applausi di zii e parenti. Fino al momento in cui quel cartoncino, decorato con lustrini, lo si riponeva insieme agli altri lavoretti nel cassetto dei ricordi. E un «Uffa» ci riportava al presente, alle mansioni di piccoli scolari. Senza renderci conto che la smania dell’attesa e con essa la felicità, allora erano facilmente afferrabili.

