Nelia aveva dieci anni e viveva a Camporivo, un piccolo paese costruito sul fianco di una montagna, con le case raccolte intorno alla piazza, dove al centro si trovava un’antica fontana di pietra dalla quale sgorgava continuamente acqua fresca, anche nelle giornate più calde dell’estate, mentre il campanile si vedeva quasi da ogni strada, come se fosse lì per ricordare a tutti che, anche quando si parte e si va molto lontano, c’è sempre un luogo al quale continuiamo a sentirci legati perché è lì che sono cominciati i nostri ricordi e una parte della nostra storia.
Era la fine dell’estate e il paese si stava preparando alla festa più importante dell’anno, quella durante la quale tornavano anche molte persone che ormai vivevano altrove, così le strade diventavano improvvisamente più affollate, le case si riaprivano e per qualche giorno sembrava che Camporivo avesse ritrovato tutte le persone che, nel corso degli anni, aveva visto partire.
Quel pomeriggio Nelia stava aspettando sua madre davanti alla fontana quando vide fermarsi un’automobile con una targa straniera, dalla quale scesero un uomo, una donna e un bambino che sembrava avere più o meno la sua età.
Il bambino raggiunse la fontana, bevve un pò d’acqua e pronunciò una frase che fece voltare Nelia di scatto, perché non era italiano e non era nemmeno spagnolo, ma apparteneva al vecchio dialetto di Camporivo, quello che ormai parlavano soprattutto gli anziani e che persino molti giovani comprendevano soltanto in parte.
«Come fai a parlare così?» gli chiese sorpresa.
Il bambino sorrise.
«Conosco soltanto poche parole. Me le ha insegnate mia nonna.»
«Tua nonna vive qui?»
«No. Vive in Argentina.»
Nelia rimase a guardarlo, perché le sembrava quasi impossibile che una donna vissuta dall’altra parte dell’oceano potesse conoscere le stesse parole che pronunciava suo nonno.
«Io mi chiamo Mateo», disse il bambino.
«Io Nelia.»
Quando arrivò nonno Teodoro, Nelia gli raccontò immediatamente ciò che aveva appena scoperto e l’anziano, dopo aver sentito Mateo pronunciare un’altra espressione dialettale, rimase per qualche secondo in silenzio, come se quelle parole avessero aperto improvvisamente una porta su un tempo molto lontano.
Fu allora che Mateo raccontò perché la sua famiglia fosse arrivata fino a Camporivo.
Molti decenni prima, un giovane del paese di nome Domenico, antenato della sua famiglia, aveva deciso di partire perché, per lui come per molti altri giovani della sua zona, le possibilità di trovare un lavoro che gli permettesse di costruire il futuro che desiderava erano diventate troppo poche, così aveva lasciato la casa, i genitori, gli amici e le montagne nelle quali era cresciuto per affrontare un lunghissimo viaggio verso l’Argentina.
Domenico non era partito perché non amasse il proprio paese, ma perché qualche volta le persone sono costrette a cercare molto lontano ciò che avrebbero desiderato trovare vicino alla propria casa, e proprio questa era stata la sua storia, una delle tante storie diverse che nel corso del tempo avevano spinto uomini e donne a lasciare i propri luoghi d’origine.
Raggiunse il porto e salì su una nave insieme a tanti altri uomini e donne che provenivano da paesi diversi, parlavano dialetti differenti e portavano con sé poche cose materiali, ma avevano tutti la speranza di trovare, dall’altra parte del mare, un lavoro e la possibilità di costruire una vita migliore.
Quando arrivò in Argentina si accorse che il viaggio non terminava con lo sbarco, perché adesso bisognava imparare nuove parole, conoscere persone diverse, comprendere abitudini sconosciute e trovare il proprio posto in una terra nella quale, almeno all’inizio, tutto sembrava estraneo.
Domenico lavorò molto, imparò un mestiere, costruì amicizie e lentamente l’Argentina divenne la sua nuova casa, il luogo nel quale formò una famiglia e nel quale nacquero i suoi figli.
Con il passare degli anni, però, nella sua casa continuarono a vivere anche alcuni piccoli pezzi di Camporivo.
Rimasero certe ricette, alcune canzoni, racconti sulle montagne e soprattutto poche parole del vecchio dialetto, che Domenico insegnò ai figli, i figli ai nipoti e i nipoti alle generazioni successive, fino a quando, tanti anni dopo, una di quelle parole arrivò sulle labbra di Mateo, un bambino argentino che non aveva mai visto il paese dal quale era partito il suo antenato.
«Quindi hai imparato una parola di Camporivo in Argentina?» domandò Nelia.
Mateo annuì.
Nonno Teodoro sorrise.
«Qualche volta le parole viaggiano più a lungo delle persone.»
Quella frase rimase nella mente di Nelia, che fino a quel momento aveva pensato all’emigrazione soprattutto come a qualcuno che lasciava un paese, mentre adesso cominciava a capire che chi partiva portava con sé molto più delle poche cose necessarie per affrontare un viaggio, perché insieme alle persone viaggiavano anche il modo di parlare, i ricordi, le ricette, le canzoni, le abitudini e tutte quelle piccole cose che formano la storia di una famiglia.
Mateo raccontò che sua nonna Inés aveva ottantadue anni, era nata in Argentina e non era mai riuscita a visitare l’Italia, ma aveva ascoltato suo padre parlare così tante volte di Camporivo da avere quasi l’impressione di conoscere quel luogo senza averlo mai visto.
Sapeva che nella piazza esisteva una fontana, conosceva il nome delle montagne e soprattutto aveva sentito raccontare tante volte il suono delle campane durante i giorni di festa.
Prima che Mateo partisse, la nonna gli aveva fatto una richiesta particolare.
«Quando arriverai a Camporivo, prima di mandarmi le fotografie, fammi sentire le campane.»
La sera della festa, Mateo telefonò alla nonna attraverso una videochiamata e, quando sullo schermo comparve il volto di Inés, Nelia la salutò e ascoltò con stupore quella donna argentina pronunciare alcune parole dell’antico dialetto del paese.
Poi le campane cominciarono a suonare.
Mateo alzò il telefono verso il campanile.
Dall’altra parte dell’oceano Inés rimase immobile ad ascoltare e, quando l’ultimo rintocco terminò, aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Nonna, perché piangi?» domandò Mateo.
La donna sorrise.
«Perché queste campane le avevo già sentite.»
Mateo la guardò confuso.
«Ma tu non sei mai venuta qui.»
«Le ho sentite per tutta la vita nei racconti di mio padre.»
Nelia comprese allora che esistono luoghi nei quali possiamo sentirci presenti anche senza esserci mai stati, perché qualcuno può raccontarceli con così tanto affetto e con una nostalgia così profonda da farli diventare una parte della nostra memoria.
Durante quella stessa conversazione Inés spiegò anche una cosa importante ai due bambini: suo padre Domenico, quando lasciò Camporivo, era un emigrante per il luogo dal quale partiva, mentre quando arrivò in Argentina diventò un immigrato per il Paese che lo accoglieva, perché le due parole raccontano lo stesso viaggio osservato da due punti differenti.
Per il paese dal quale partiva era qualcuno che andava via, mentre per il Paese nel quale arrivava era qualcuno che stava cercando di costruire una nuova vita.
Eppure era sempre la stessa persona, con le stesse paure, gli stessi sogni e lo stesso desiderio di lavorare, vivere dignitosamente e costruire qualcosa per la propria famiglia.
«Allora tuo bisnonno voleva più bene all’Italia o all’Argentina?» chiese Nelia.
Inés sorrise.
«Perché avrebbe dovuto scegliere? Era nato in Italia e aveva costruito la sua vita in Argentina. Quando parlava di Camporivo diceva “il mio paese”, mentre dell’Argentina diceva “la nostra casa”. Nel cuore possono esserci più luoghi senza che uno debba cancellare l’altro.»
Quelle parole fecero riflettere Nelia, perché comprese che Mateo non era un bambino italiano nato per caso in Argentina, ma era un bambino argentino che, dentro la storia della propria famiglia, conservava anche un piccolo pezzo di un paese italiano.
Il giorno seguente Nelia e Mateo camminarono per Camporivo, confrontando i racconti ricevuti dalle loro famiglie, e scoprirono che alcune ricette erano arrivate fino in Argentina cambiando leggermente, che certe parole avevano conservato un suono antico ormai quasi dimenticato nel paese e che persino una filastrocca cantata dalla nonna di Mateo assomigliava a quella che Teodoro ricordava dalla propria infanzia.
Prima della partenza, i due bambini tornarono davanti alla fontana.
«Ti è piaciuto Camporivo?» domandò Nelia.
Mateo ci pensò.
«È diverso da come lo immaginavo.»
«Più bello?»
«Più vero. Prima esisteva soltanto nei racconti di mia nonna, mentre adesso so che l’acqua della fontana è davvero fredda, che le campane hanno davvero quel suono e che le strade in salita stancano molto più di quanto lei raccontasse.»
Nelia rise.
Poi gli disse: «Allora anche tu hai un paese nel cuore.»
Mateo rimase qualche secondo in silenzio.
«Forse non è il mio paese nello stesso modo in cui è il tuo, perché io sono nato e vivo in Argentina, ma è una parte della mia storia.»
Nelia pensò che fosse la risposta più bella che avrebbe potuto dare.
Quando Mateo ripartì, lei rimase a guardare l’automobile allontanarsi e pensò a Domenico, che tantissimi anni prima aveva percorso quella stessa strada nella direzione opposta, senza sapere che un giorno un suo discendente sarebbe tornato parlando una lingua diversa ma conservando ancora alcune parole del piccolo paese lasciato dal suo antenato.
Qualche giorno dopo, mentre camminava con nonno Teodoro, Nelia sentì nuovamente una di quelle vecchie espressioni dialettali.
«Nonno», disse, «lo sai che questa parola è arrivata fino in Argentina?»
Teodoro sorrise.
«Certo.»
«È strano pensare che una persona possa andare via e una parola possa rimanere.»
Il nonno scosse lentamente la testa.
«Qualche volta, Nelia, anche le parole partono.»
La bambina lo guardò.
«E allora?»
Teodoro indicò la strada dalla quale Mateo era ripartito.
«Qualche volta ritornano.»
In quel momento le campane cominciarono a suonare e Nelia, invece di continuare a camminare come aveva fatto tante altre volte, si fermò ad ascoltarle, pensando che dall’altra parte del mondo esisteva una donna anziana che avrebbe riconosciuto quel suono senza aver mai vissuto tra quelle case.
E comprese che la storia dei nostri emigranti non è fatta soltanto di persone che andarono via, ma anche di ciò che riuscirono a portare con sé e a consegnare alle generazioni successive: parole, ricordi, sapori, racconti e legami capaci qualche volta di attraversare il tempo, le lingue e persino gli oceani.
Perché ci sono persone che lasciano un paese e costruiscono altrove una nuova casa, figli che nascono in un’altra terra e nipoti che crescono parlando un’altra lingua, ma ci sono anche piccoli fili invisibili che continuano a unire le generazioni e che, molti anni dopo, possono riportare qualcuno nel luogo dal quale tutto era cominciato.
E forse conoscere la storia dell’emigrazione significa proprio comprendere questo: possiamo appartenere pienamente al luogo nel quale viviamo e, nello stesso tempo, conservare con rispetto e affetto la memoria del luogo dal quale provenivano le persone vissute prima di noi, senza che una storia debba cancellare l’altra.
Perché alcune distanze possono essere immense, alcuni viaggi possono durare una vita e alcune partenze possono sembrare definitive, ma ci sono ricordi che continuano a camminare attraverso le generazioni.
E qualche volta basta una parola, pronunciata da un bambino dall’altra parte dell’oceano, per riportarli a casa.

