Alle 10.25 di una calda giornata d’estate, un’esplosione terrificante squarciò la stazione di Bologna. L’attentato provocò la morte di 85 persone e ferì gravemente altre 200 persone. La vittima più giovane fu la piccola Angela Fresu che aveva appena 3 anni.
Era il 2 agosto 1980, una giornata estiva con tante che partivano per le vacanze estive.
La sala d’aspetto di seconda classe e il ristorante, vennero spazzati via da un vortice di fuoco, detriti e lamiere. Lo scoppio colpì anche il treno Ancona-Chiasso che si trovava fermo sui binari per un ritardo.
I soccorsi furono tempestivi e l’intera città si mosse per reagire al disastro.
Si sentivano grida e le lacrime testimoniavano la disperazione della gente coinvolta. I Bolognesi accorsero immediatamente si misero all’opera per rimuovere le macerie ed estrarre corpi e superstiti il più velocemente possibile; gli autobus del trasporto pubblico aiutarono le poche ambulanze disponibili a trasportare i feriti negli ospedali più vicini; medici e infermieri bolognesi rinunciarono volontariamente alle ferie per prestare le cure necessarie alle vittime.
L’Italia si fermò insieme al grande orologio della stazione che da allora segna sempre le 10:25!
Inizialmente si pensò all’esplosione di qualche caldaia … ma in poco tempo si capì non era così: a causare l’esplosione fu una bomba di 23 kg d’esplosivo nascosto in una valigia piazzata su di un tavolino appena sotto il muro portante dell’ala Ovest: questa scelta aumentò l’effetto dell’onda d’urto.
Nelle settimane e nei mesi successivi all’attentato terroristico che provocò la “strage di Bologna”, l’Italia intera invocò a gran voce che fosse fatta giustizia con l’identificazione dei responsabili di una simile infamia.
Le indagini, però, furono fin da subito complicate e inquinate da chi aveva interesse a nascondere informazioni utili ad assicurare subito gli autori alla giustizia.
Gli unici a finire in manette sono stati gli esecutori materiali dell’atto terroristico che appartenevano Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, ancora minorenne all’epoca della strage. Oltre a loro fu condannato a 10 anni anche Licio Gelli, imprenditore e capo della loggia massonica P2 che fu accusato di aver depistato le indagini.
Ogni anno, Bologna e l’Italia ricordano con grande partecipazione quel giorno triste che, però, può farci riflettere sulla necessità non dimenticare quell’attentato, come altre stragi che pure ci sono state, compiuto per mettere paura a persone uomini, donne e bambini con lo scopo di farli indietreggiare e nascondersi per la paura. I cittadini italiani e i rappresentanti politici presenti nelle istituzioni hanno saputo restare uniti per difendere il diritto a poter vivere in uno stato democratico.

