
A volte vorremmo non rivivere alcuni momenti della nostra esistenza, fuggire da quegli eventi che hanno generato orrori, recidendo il filo della memoria collettiva che lega le nostre esistenze.
L’11 settembre 2001 un gruppo di terroristi islamici dirottò quattro aerei americani, facendone schiantare due sulle Torri Gemelle del World Trade Center di Manhattan, a New York; il terzo aereo colpì il Pentagono e il quarto, destinato alla Casa Bianca, non raggiunse l’obiettivo e si schiantò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania.
Persero la vita oltre 3mila persone, fra cui centinaia di soccorritori. Gli Stati Uniti e il mondo occidentale precipitarono nel buio della paura e dell’incertezza.
Gli attentati, ideati dall’organizzazione terroristica di Al-Qaida, guidata da Osama Bin Laden, erano stati rivolti ai simboli del potere economico-finanziario e politico-militare americano.
Gli Stati Uniti inizialmente reagirono al trauma degli attacchi con la guerra in Afghanistan, poi, nel 2003, invasero l’Iraq di Saddam Hussein, falsamente accusato di possedere armi di distruzione di massa.
Dal giorno dell’attentato alle Twins Tower il dolore non è svanito: restano i nomi delle vittime ricordate dal “9/11 Memorial”, il monumento edificato al Ground Zero, e le profonde cicatrici dei sopravvissuti; in molti, fra chi era presente nell’area del crollo delle Torri, hanno manifestato disturbi psicologici da stress post traumatico o sono stati colpiti da tumori provocati dall’esposizione alle polveri della nube tossica che, in quel giorno di fine estate, oscurò New York.

