C’era una volta Valle dei Fiori, un paesino incastonato fra colline d’argento e vigneti profumati di mosto.
Ogni sera, quando il campanile suonava le undici, una volpe dal pelo color cannella attraversava la strada sterrata e scendeva fin nel centro del paese.
Si fermava accanto alla fontana antica, dove l’acqua cantava storie di tempi lontani.
Tre bambini – Lina, Paolo e il piccolo Cesare – la osservavano da dietro il grande tiglio della piazza.
Per loro la volpe era una creatura misteriosa, un pò fata e un pò ombra.
«Chissà perché viene qui?» chiese Cesare stringendo la mano di Lina.
«Forse cerca avventura», rispose Paolo, «o forse cerca… merenda!»
Una sera misero in un cestino briciole di pane e bucce di mela e lo lasciarono vicino alla fontana.
La volpe arrivò, annusò curiosa, arraffò le briciole e scappò rapida lasciando un gran disordine.
Al mattino la piazza era piena di cartacce che il vento faceva rotolare come fantasmi.
Lina commentò sconsolata che, così, il paese perdeva il suo sorriso.
I bambini corsero dal signor Evaristo, il libraio dai baffi bianchi e dagli occhi gentili.
L’uomo chiuse il libro che stava leggendo e disse piano:
«Chi ama davvero la natura la osserva con rispetto, senza addomesticarla né sporcarle la casa. Basta un gesto pulito perché anche una volpe, libera e fiera, continui a portare meraviglia nel paese. Se temete che abbia fame, create per lei un bosco accogliente fuori dal paese.»
Con l’aiuto della guardaboschi Marta, i bambini trovarono un vecchio frutteto a un chilometro dal campanile e lo trasformarono in un banchetto naturale: piantarono arbusti di more e lamponi, montarono una piccola compostiera protetta da una staccionata di castagno e accatastarono rami secchi in cui insetti e topolini potessero rifugiarsi.
Cesare dipinse su una tavola di legno: «Sentiero delle more – Qui gli animali mangiano in libertà.»
Col passare delle stagioni la radura si riempì di vita: tassi, ghiri, ricci e, naturalmente, la volpe.
La voce corse di paese in paese e arrivarono persino turisti desiderosi di osservare gli animali selvatici.
Per evitare che la curiosità degli uomini spaventasse gli ospiti del bosco, gli amministratori fecero costruire, un poco in disparte, un capanno d’osservazione in legno di larice.
Un corridoio sopraelevato permetteva ai visitatori di affacciarsi tra i rami senza calpestare il sottobosco; pannelli dipinti illustravano le abitudini delle creature locali e ricordavano di non lanciare cibo né alzare la voce.
Lina, Paolo e Cesare, ormai veri “guardiani del Sentiero”, si offrirono come piccole guide.
I turisti osservavano in silenzio: bastava il leggero fruscio di una foglia perché dal fitto roveto spuntasse il muso color cannella della volpe; per un istante gli occhi dell’animale brillavano come piccole lucciole, poi scomparivano di nuovo tra le ombre.
I proventi delle visite -una cassetta delle offerte in pietra locale- finanziavano nuovi cespugli, cure veterinarie per animali feriti e seminari nelle scuole sul vivere in armonia con il selvatico.
Il “Sentiero delle more” divenne così non un semplice richiamo turistico, ma un’aula all’aperto dove ogni passo ricordava che la meraviglia fiorisce quando l’uomo cammina leggero.
Una sera di fine estate i tre amici restarono soli nel belvedere.
La volpe arrivò, si avvicinò al mucchio profumato di frutta matura, poi si fermò e alzò il muso verso di loro.
Gli occhi brillavano di gratitudine pacata.
Un momento dopo, con un balzo, sparì tra le ombre e il silenzio tornò a pulsare come un cuore verde.

