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Insomma, tra una smorfia e un acuto, la commessa pensò di aver capito che il cliente straniero avesse bisogno di un certo oggetto, che doveva servire a una certa cosa in un certo modo. La sonna capì anche che, nonostante tutto, il nome di tale oggetto coincideva sia nella sua lingua che in quella del cliente.
Ragion per cui pensò, stizzita, che se lo straniero lo avesse detto subito, invece di emettere suoni incomprensibili per svariati minuti, avrebbe passato meno tempo con una smorfia perplessa sulla faccia. Una fatica non da poco.
Ma di questo lo straniero non si accorse e la commessa si affrettò a cercare quello che aveva provato a chiedere: una lampada.
La commessa andò dritta verso Rùa, la lampada dalla testa grande.
«Se non la vendo adesso non la vendo mai più», pensò.
La mostrò al cliente tra lo stupore delle altre chinchaglie.
Era proprio ciò che lo straniero voleva: una piccola lampada. Forse per una piccola scrivania dove scrivere su piccoli fogli con piccole penne, chi poteva dirlo?
Fatto sta che la lampada sgangherata per lui andava benissimo. Mancava solo un ultimo dettaglio: la lampadina.
Questa volta con un gesto più chiaro della mano che sembrava avvitare qualcosa a mezz’aria, lo straniero si fece capire subito.
E ora, finalmente completa di bulbo e attenta a non cadere dall’alto scaffale dove è stata piazzata, tra saggi libri e simpatici fumetti, Rùa, con il suo grosso testone, illumina felice il piccolo foglio dove lo straniero sta scrivendo la sua piccola storia.
Fine.

