In questo momento tutto il mondo guarda all’Ucraina, perchè in molti temono che Mosca stia preparando un imminente intervento militare. Ma nel Paese, ex sovietico, la guerra c’è già, e va avanti da anni. Nelle province orientali, a maggioranza filo-russa, si continua a sparare e a morire dal 2014, quando ebbe inizio un’insurrezione separatista sostenuta e fomentata da Mosca. La Russia e l’Occidente alimentano opposte fazioni e così l’Ucraina resta divisa sia politicamente che geograficamente.
Per capire quello che sta succedendo dobbiamo andare al 21 novembre 2013, quando una folla riempie la piazza dell’indipendenza di Kiev, Maidan Nezalezhnosti, per protestare contro la sospensione dell’accordo di associazione e libero scambio con l’Ue. La decisione è stata presa in maniera inaspettatamente dal presidente ucraino Viktor Yanukovych. Dopo mesi di negoziati con Bruxelles, il politico filorusso cambia rotta e sceglie di riavvicinare il Paese a Mosca, con cui Kiev ha legami storicamente molto forti.
Yanukovych ordina la repressione violenta delle manifestazioni pacifiche, che sfociano nei mesi successivi in aperta rivolta espandendosi in tutto il Paese. I manifestanti protestano contro il regime ritenuto oppressivo e corrotto, richiedendo un ritorno al percorso di avvicinamento al modello sociale, politico ed economico europeo. Il 22 febbraio 2014 Yanukovych, deposto dal parlamento, fugge in Russia. Nel frattempo, le violenze nelle proteste hanno causato oltre un centinaio di morti e hanno alimentato la divisione nel tessuto sociale ucraino, con le popolazioni russofone, concentrate nelle regioni orientali e meridionali, che si sentono messe all’angolo sempre più dalla nuova linea governativa filo-europeista.
L’annessione della Crimea alla Russia
In questo contesto, a fine febbraio dei militari senza insegne nazionali, chiamati “omini verdi” per il colore delle loro uniformi e che si scopriranno poi essere russi, occupano i centri del potere nella penisola meridionale della Crimea, penisola che si estende nel Mar Nero, prendendo successivamente il controllo della regione. Storicamente, gli abitanti della Crimea si sono sempre sentiti vicini alla Russia e il russo è la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione.
A metà marzo il parlamento regionale organizza, d’accordo con Mosca, un referendum in cui la popolazione locale si esprime alla quasi unanimità (97%) per l’annessione alla Russia. Il governo ucraino, insieme a tutto l’Occidente, non accetta la validità di quella consultazione, ma il Cremlino non perde tempo e il 18 marzo la Crimea viene ufficialmente annessa alla Federazione. Il tutto avviene senza spargimento di sangue, ma la mossa costerà a Mosca l’esclusione dal G8 che diventa il G7 e pesanti sanzioni economiche.
Molti degli abitanti della penisola, decidono a questo punto di abbandonare la regione. Chi rimane va incontro a repressione e persecuzioni. Si avvia così un processo di russificazione della Crimea che da allora non si è mai fermato. Nel marzo 2020, Mosca ha dichiarato la penisola una “regione di confine” del proprio territorio nazionale, rendendo di fatto gli abitanti sprovvisti di un passaporto russo degli stranieri nella loro stessa terra e aprendo la strada ad espropri e sfratti.

