Lo storico di Piamborno, Giacomo Goldaniga da 25 anni ricerca e studia il gergo Gaì, il codice parlato, ormai quasi scomparso, comune tra i pastori di tutto l’arco alpino, ma anche della Svizzera, della bassa Savoia e del Südtirol. Per dirla in Gaì, appunto, la «slacadùra di tacolér» (la lingua dei pastori).
La IV edizione dell’ «Antologia Gaì delle Valli Bergamasche e della Valle Camonica» prevede un ampliamento del dizionario con nuovi lemmi, ma la vera novità è la presenza di un frasario. Sussiste, infatti, una questione fondamentale sul linguaggio Gaì.
Secondo Goldaniga, il gergo dei pastori era composto non di singole parole, ma di intere frasi codificate. Frasi fatte, stringate, metafore e paragoni intercalati da silenzi. Quindi la vera letteratura Gaì è il frasario. Frasi che per lo più riguardavano il lavoro come “trapelà col timignol” o “balcunà la tacola sciaìna”, ovvero “andare col gregge” e “osservare la pecora gravida”». Il libro contiene più di duecento frasi e oltre duemila lemmi, ereditati in parte dai lavori precedenti e da articoli pubblicati su riviste specializzate di linguistica e glottologia, in parte tramite la ricerca sul campo.
Ma come mai il Gaì sta scomparendo? «La pastorizia si è ridotta tantissimo e stanno subentrando le nuove generazioni che spesso sono di altre nazionalità. Oggigiorno i giovani che fanno questo lavoro sono pochi e anche i proprietari dei greggi non fanno più i pastori ma hanno dei dipendenti». A fare da contraltare alla decadenza del Gaì come gergo parlato tra montanari, un interesse crescente sta coinvolgendo sempre più curiosi. «Sta diventando un fatto di folklore, alla gente piace, c’è interesse. Anche il lockdown ha contribuito a riaccendere la passione per le nostre radici: è stata l’occasione per prendere coscienza della nostra storia».
Il Gaì non si parla, si recita. «Era una lingua parlata che non si fissava su carta, ma veniva tramandato di padre in figlio, di pastore in pastore». Non è un dialetto, né un sottodialetto o una lingua segreta. «È una lingua di classe, formata nel corso di molti secoli e composta da voci di lingue antiche, come il gaelico e il latino, da voci di lingue straniere apprese nei luoghi della pastorizia transumante, da vocaboli dialettali e da voci di altri gerghi».
La creatività linguistica dei pastori ha fatto sì che il Gaì non fosse mai un linguaggio statico, ma continuamente mutevole. Una sorta di esperanto, con alcune funzioni: «La più importante è quella di protezione; era una lingua di difesa e al tempo stesso di offesa. I pastori erano gente pericolosa, che sovente venivano alle mani e subivano denunce per furti e violenze: quando venivano interrogati dai Carabinieri fingevano di non capire e parlavano Gaì. Infine, era un distintivo di appartenenza e uno strumento di identificazione».

