Dove eravamo rimasti? Ah, si, ora ricordo! Come fa un contadino a diventare un clown?
Cioè, abbiamo capito quanto, non troppo tempo fa, i contadini che si trasferivano in città fossero derisi e discriminati. Tanto che il loro nome (almeno in inglese) divenne presto sinonimo del pagliaccio del circo.
Ma come è potuto accadere?
Ecco, una delle leggende racconta che una volta in un circo equestre, in cui c’erano soprattutto numeri di volteggio a cavallo, tra uno spettacolo e l’altro entrò un inserviente che cambiò la storia.
Sembra, infatti, che quell’inserviente, nel tentativo di pulire la pista per il numero successivo, fosse talmente imbranato da causare le grasse risate del pubblico. L’impresario del circo notò che la cosa succedeva spesso ed ebbe un’idea: far entrare l’inserviente più spesso, magari tra un numero e l’altro, per far divertire ancora di più il pubblico.
Era nata la figura del Clown, che qualcuno del pubblico chiamò “clown” perché con i suoi modi goffi e i suoi vestiti consunti e fuori misura, ricordava proprio un contadino (un “colon”, ricordate?).
Qualcun’altro lo chiamò anche “Augusto”, forse perché lo conosceva, ma di questo ci occuperemo un’altra volta.
Capito allora? E se ci pensate bene, anche il nostro Pagliaccio ha qualcosa a che fare con la paglia e ci riporta un po’ con la mente alla campagna.
Così, il clown divenne un vero e proprio mestiere del circo che, proprio come gli altri, richiede impegno, lavoro e dedizione.
Perché far ridere una volta, magari per caso, può essere facile. Riuscirci di nuovo è un lavoro serio.
Alla prossima.
Cicciomede
Copertina di Ivo Guderzo

