Da 10 giorni consecutivi la Colombia è scossa da grandi proteste che hanno portato migliaia di persone in piazza contro il governo del presidente Iván Duque, con una repressione durissima da parte delle forze dell’ordine. Il bilancio è ancora da verificare ma conta circa 30 morti e più di 800 arrestati, a cui si aggiungono almeno 89 ‘desaparecidos’ (dispersi) e 10 casi di violenze sessuali da parte della polizia.
I cittadini protestano per la gestione (soprattutto finanziaria) della crisi sanitaria da parte del governo di centrodestra di Iván Duque, responsabile secondo i manifestanti di aver portato il Paese al collasso. Secondo i dati, oltre 500 mila attività sono fallite nell’ultimo anno e il 43% della popolazione vive in povertà, con un incremento di 2,8 milioni di persone in più rispetto al 2019 che vivono in condizioni di estrema indigenza.
Da 10 giorni consecutivi, insomma, va avanti una vera e propria guerriglia urbana. Le rivolte coinvolgono moltissime città, ma le zone più calde restano Cali e Bogotà. La capitale è ancora oggi una città in pieno caos: militarizzata, con la metropolitana bloccata, le stazioni di servizio in sciopero e le ambulanze che fanno avanti e indietro per dare soccorso sia ai malati di Covid-19 che ai manifestanti feriti.
Da Ginevra si è espresso anche l’Onu che ha contestato un uso eccessivo della forza contro i manifestanti. Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha parlato delle violenze della polizia in Colombia: “Le forze dell’ordine hanno usato munizioni, hanno colpito i manifestanti e ci sono stati diversi arresti”. Per placare le numerose denunce, il direttore della Polizia colombiana, il maggiore generale Jorge Luis Vargas, ha assicurato che si stanno portando avanti 26 investigazioni preliminari per acclarare le circostanze di omicidio e di aggressioni fisiche da parte delle forze dell’ordine.
Gina Chiacchiaro

