La leggenda più bella racconta di quando Eolo, padre dei venti, girava per il mondo con i suoi 39 adorati figli: tra questi la sua preferita era la giovane e capricciosa Bora. Un bel giorno giunsero su un verdeggiante altopiano che scendeva ripido verso il mare e Bora si allontanò per andare a giocare con le nuvole. Dopo un po’, incuriosita, entrò in una caverna dove avvenne l’incontro con l’umano eroe Tergesteo, un Argonauta che era appena tornato dall’impresa del “Vello d’Oro”: fu amore a prima vista e i due giovani vissero felici in quella grotta sette giorni di travolgente e tempestosa passione. Quando Eolo si accorse che la sua figlia prediletta era sparita, preoccupato decise di andare a cercarla. Dopo giorni di disperate ricerche finalmente la trovò e, vedendola abbracciata a Tergesteo, si infuriò a tal punto che si avventò contro l’umano scagliandolo con violenza contro le pareti della grotta finchè l’eroe rimase a terra privo di vita. Il padre ordinò a Bora di ripartire ma lei, distrutta dal dolore, non ne volle sapere e scoppiò in un singhiozzo tanto disperato che ogni lacrima che sgorgava dal suo pianto si trasformava in pietra. Le lacrime furono talmente tante che il verdeggiante suolo dell’altopiano venne completamente ricoperto da un manto pietroso, mentre dal sangue di Tergesteo nacque il sommaco (una pianta eccezionalmente robusta, che si accontenta di affondare le proprie radici in pochi centimetri di terra tra le fessure della roccia e neanche il fuoco riesce ad averne facilmente ragione) che da allora inonda di rosso l’autunno carsico. Alla fine Eolo decise di ripartire e di lasciare Bora sul luogo che aveva visto nascere e morire il suo amore. Allora il mare, impietosito, ricoprì il corpo del povero innamorato di conchiglie, stelle marine e verdi alghe. Col tempo su di esso si formò una ridente collina sulla quale sarebbe stata fondata una città che, in onore di Tergesteo, sarebbe stata chiamata Tergeste, ora Trieste. Qui ancora oggi Bora regna sovrana perchè il cielo le ha concesso di rivivere ogni anno tre, cinque o sette giorni di splendido amore: sono i giorni in cui Bora soffia impetuosa, fra le braccia del suo amore o “scura” nell’attesa di incontrarlo.
Curiosità: secondo alcune interpretazioni, possiamo riconoscere BORA nel magnifico dipinto “La Nascita di Venere” del Botticelli dove è raffigurata la dea in tutta la sua bellezza che avanza leggera fluttuando su una conchiglia mentre viene sospinta e riscaldata dal vento della passione di Zefiro e Aura o BORA, anche se qualche studioso sostiene si tratti della ninfa Clori abbracciati a simboleggiare l’amore.
La Bora è un vento continentale, secco e freddo che, non riuscendo ad oltrepassare i rilievi del Carso, delle Alpi Dinariche e delle Prealpi Giulie, si incanala nei pochi valichi disponibili, acquista un’enorme velocità, a volte anche superiore ai 200 km/h, e scende con estrema violenza verso l’Adriatico, investendo in pieno la città di Trieste. Una delle sue caratteristiche principali è quella di essere un vento discontinuo che si manifesta con forti raffiche intervallate da momenti di apparente calma. Ai forestieri spesso la bora fa paura, con il suo impeto incostante e gli ululati notturni; persino i vicini friulani la temono, tanto che la chiamano “vent sclàf”, vento slavo, evocando le masse nomadi e bellicose che per secoli hanno rappresentato una seria minaccia da Est per gli abitanti di queste zone. Alla maggior parte dei triestini invece, nonostante i disagi, questo vento risveglia sensazioni antiche e rafforza un bel senso di appartenenza.

