In questo difficile quanto mai incerto periodo, la scuola ha sofferto e continua a soffrire anche se si torna tra i banchi di scuola…
Sono messe in discussione tutte le politiche sul “fare scuola” in maniera tranquilla. Non si ha la certezza che la scuola tradizionale e non quella improvvisata della Didattica A Distanza ritornerà con la sua forza formativa ed educativa, che ripartirà in maniera tranquilla.
Forse, sarebbe ora di fare un passo indietro e di ripensare alla scuola come ad un luogo di apprendimento e di socializzazione a tutto tondo, magari, visti i tempi, rivalutando e apprezzando gli spazi esterni, riproponendo, non più come isolati progetti, ma come pratica elevata a sistema, la Didattica all’Aperto.
In Italia, dopo la già sperimentata didattica all’aperto d’inizio ‘900 a Bologna, in tempo di guerra, furono avviate scuole all’aperto per garantire il diritto all’istruzione e alla salute.
Ed ecco allora che in tempi di emergenza sanitaria potremmo ripensare a quell’esperienza pedagogica che portò le aule con banchi e sedie portatili al di fuori degli edifici scolastici, attraverso la costruzione di appositi padiglioni aperti, di tende, o semplicemente sotto l’ombra degli alberi.
Visto il favore del clima, si potrebbe fare in Italia utilizzando materiale didattico necessario e facilmente trasportabile.
Come e perché nacque la scuola all’aperto
Essa affonda le sue radici nei primi anni del XX secolo, esattamente nel 1917. In quell’anno, in cui si udivano nell’aria le esplosioni delle granate della Grande Guerra, l’allora sindaco di Bologna, Francesco Zanardi assieme all’assessore alla scuola Mario Longhena, crearono i primi asili pubblici e proposero un modello d’istruzione integrata che dalla scuola estendeva l’istruzione e l’apprendimento in luoghi diversi dalla tradizionale aula scolastica. Poco più di un secolo fa quindi si sono avviate le prime scuole all’aperto, le prime mense scolastiche, le prime colonie estive e la prime “scuole per tardivi”. Il sistema garantiva a tutti i bimbi, anche a quelli meno abbienti o con problemi d’apprendimento, di imparare, divertirsi all’aperto e mangiare sano. Nacque così la prima scuola all’aperto in un parco cittadino appena fuori le mura del centro di Bologna e gli alunni che la frequentavano, per otto ore al giorno, erano “armati” di banchi trasportabili, di coperte di lana, di zoccoli e impermeabili, così da poter trascorrere più tempo possibile all’aperto, per giocare, fare lezione, sperimentare e riposare… Quelle scuole sono le “Fortuzzi” e sono situate, oggi come allora, nei giardini Margherita, il più grande polmone verde della città.
Oggi
Nel 2016 è stata creata la “Rete Nazionale delle scuole all’Aperto” che raggruppa e armonizza le diverse esperienze di un sistema scolastico strutturato all’aperto, dove fare lezioni fuori dalla classe, ad avere necessità di ritrovare un rapporto con la natura non sono solo le scuole primarie, ma anche quelle dell’infanzia. Anche alcuni nidi propongono attività all’aperto, pur consapevoli del fatto che per bambini così piccoli non si possa ancora parlare di vera e propria proposta di “scuola all’aperto”.
Il progetto di una scuola all’aperto è partito da un gruppo di genitori che, dopo aver visto i propri figli stare molto tempo all’aria aperta durante la scuola materna, hanno iniziato a «premere» perché quell’esperienza potesse proseguire anche nella scuola primaria. Nasce così la Rete nazionale delle scuole all’aperto, che comprende già 27 Istituti scolastici sparsi in più regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Sicilia, il Lazio, la Lombardia e il Trentino).
La scuola all’aperto offre un diverso modo di apprendere, di relazionarsi, di crescere nella natura e con la natura, in un mondo che sembra invece essere sempre più lontano dall’amarla e rispettarla. Con la scuola all’aperto anche i più piccoli comprendono il grande compito che noi tutti abbiamo da svolgere: rispettare ed amare la natura e considerarla come vera, grande e unica eredità ricevuta dai nostri padri e da lasciare a nostra volta alle generazioni future. In fondo, una scuola all’aperto dovrebbe fare “solo” questo.
Gina Chiacchiaro

