Dante e l’indovinello della strada
C’era una volta, tanto tempo fa, un signore magro con il naso a becco d’aquila, un cappuccio di lana grigia e una scorta infinita di versi nella testa. Si chiamava Dante.
Dante aveva un superpotere rarissimo: non sapeva dire le bugie. Non perché fosse un santo noioso, ma perché per lui la verità era come un mattone d’oro: se ci costruivi una casa sopra, stava dritta per sempre. Se ci mettevi una bugia, alla prima folata di vento la casa faceva patatrac.
Un giorno, però, le cose si eranomesse male. Dante aveva dovuto lasciare la sua città, Firenze, perché la gente importante si era arrabbiata con lui. E in giro c’erano le guardie del duca, con gli elmi lucidi e le lance appuntite, che cercavano proprio lui con un foglio in mano: catturatelo.
Dante camminava su una strada di ghiaia bianca, sotto il sole caldo della Toscana. Gli scarponi erano pieni di polvere, la pancia brontolava un pochino (un panino secco nello zaino era finito tre ore prima), ma la schiena era dritta come un fiammifero.
Tratt-trott, tratt-trott!
Due guardie a cavallo spuntarono da dietro una curva alzando un tabarro di polvere. Fermarono i cavalli proprio davanti a lui, sbarrando la strada. — Ehi, tu! Poveraccio col cappuccio! Hai visto per caso uno che si chiama Dante da queste parti? Sta scappando, lo stiamo cercando.
Il cuore di Dante fece tum-tum nel petto. Non per paura, ma per la sfida. Poteva dire: «No, non l’ho visto» e salvarsi in un secondo. Ma una bugia, anche piccola, gli avrebbe fatto un prurito allo stomaco peggio di un maglione di lana bagnato d’agosto. E poi, se dici una bugia, poi ti tocca ricordartela, e la memoria di Dante preferiva riempirsi dei cerchi dell’Inferno o dei nomi delle stelle, non delle frottole.
Però farsi acciuffare e finire in cella a mangiare pane e muffa non era nei piani della giornata.
Dante sorrise appena, nascosto dall’ombra del cappuccio, fissò le guardie dritte negli occhi e disse con voce calma:
«Mentre camminavo lungo questa strada, nessuno di nome Dante mi ha superato».
Le guardie si guardarono l’una con l’altra. Quella cicciotta grattò la barba sotto l’elmo: — E che vuol dire? Mah. Non ha detto di averlo visto o non visto, ha detto che non l’ha superato nessuno… Vabbè, questo sta a farneticare di poesia, è solo un pellegrino strano. Andiamo, che perdiamo tempo!
Tratt-trott, tratt-trott. I cavalli ripartirono al galoppo, lasciando Dante solo con i grilli e la polvere che si posava piano sulle foglie degli ulivi.
Dante fece un respiro profondo, sgranocchiò un fil d’erba dolce e riprese a camminare verso il nord, leggero come una piuma.
Perché aveva vinto? Perché le bugie sono come le sabbie mobili: più ti muovi, più sprofondi e ti confondi. La verità di Dante, invece, era una scala di roccia solida. Lui non aveva mentito neanche di una virgola — nessuno l’aveva sorpassato alle spalle in quel momento — ma aveva usato la verità come uno scudo magico: i cattivi hanno sentito quello che volevano sentire (cioè che non c’era traccia del fuggitivo), mentre lui era rimasto fedele alla realtà e a se stesso.
E la morale, se ti affacci alla finestra della storia con Dante, è questa: la verità non è un gendarmezzo noioso che ti sgrida quando rompi un vaso. È la chiave di ferro che apre le porte senza rompere la serratura. E chi la sa usare, cammina a testa alta pure in mezzo ai guai.

