Lerio aveva attraversato centinaia di volte la piazza di Selvariva, un piccolo paese tra colline e montagne, ed era convinto di conoscerla perfettamente, perché sapeva dove il selciato diventava più scivoloso dopo la pioggia, quale gradino della fontana era leggermente più alto degli altri, da quale angolo si vedeva meglio la torre e perfino dove arrivava per primo il sole nelle fredde mattine d’inverno, ma non avrebbe mai immaginato che proprio in quei luoghi così familiari potesse nascondersi un paese molto più grande, curioso e sorprendente di quello che aveva sempre creduto di conoscere.
La scoperta cominciò quasi per caso, mentre aiutava suo nonno a sistemare una vecchia credenza e, dietro un cassetto pieno di bottoni, chiavi e piccoli oggetti dimenticati, trovò una fotografia ingiallita nella quale comparivano uomini, donne e bambini e, proprio dietro di loro, la stessa fontana che si trovava ancora al centro della piazza, con la torre, il campanile e alcune case che Lerio riconobbe immediatamente.
Si avvicinò alla finestra, guardò la fotografia, poi guardò fuori, quindi tornò ancora sull’immagine cercando somiglianze e differenze, finché si accorse che la cosa più sorprendente non era soltanto vedere come appariva il paese tanti anni prima, ma scoprire quante cose fossero rimaste per tutto quel tempo davanti ai suoi occhi senza che lui si fosse mai fermato con la dovuta attenzione a osservarle veramente..
Prese la fotografia e corse in piazza, cercò il punto dal quale poteva essere stata scattata e cominciò a confrontare ogni particolare, finché notò sulla fontana una piccola figura scolpita nella pietra, forse una foglia oppure un fiore, che non aveva mai visto nonostante fosse passato lì davanti quasi ogni giorno della sua vita.
«Chi l’avrà fatta? E perché proprio lì?» si domandò.
Quella domanda, piccola soltanto in apparenza, aprì davanti a lui un mondo completamente nuovo, perché Lerio comprese che una scoperta non avviene necessariamente quando troviamo qualcosa che nessuno ha mai visto, ma può cominciare anche nel momento in cui ci fermiamo davanti a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi e ci rendiamo conto che, in realtà, non lo avevamo mai interrogato.
Il giorno successivo tornò alla fontana con un quaderno e una matita, la osservò lentamente da ogni lato come se fosse arrivato da un luogo lontanissimo e la vedesse per la prima volta, e cominciò ad annotare tutto ciò che gli faceva nascere una domanda: perché alcune pietre erano più lisce delle altre, da dove arrivava l’acqua, chi avesse deciso di costruire la fontana proprio in quel punto, quale significato potesse avere quella piccola decorazione e come quel luogo fosse utilizzato quando avere acqua in casa non era semplice come aprire un rubinetto.
Più guardava e più nascevano domande, e più nascevano domande più la fontana cambiava davanti ai suoi occhi, perché non era più soltanto una costruzione di pietra, ma diventava un luogo da studiare per comprendere il rapporto che gli abitanti avevano avuto con l’acqua, con la piazza e con la vita quotidiana della comunità.
Fu allora che Lerio prese una decisione: avrebbe esplorato Selvariva come se vi fosse arrivato quella mattina per la prima volta.
Cominciò dalla torre, che aveva visto per tutta la vita senza essersi mai chiesto seriamente perché fosse stata costruita proprio in quel punto, e quando raggiunse la parte più alta si accorse che da lassù lo sguardo arrivava molto lontano e seguiva diversi percorsi della valle, così cominciò a domandarsi se quella posizione fosse stata scelta proprio per osservare il territorio e decise che avrebbe cercato informazioni prima di trasformare la propria intuizione in una certezza.
Quella scoperta gli piacque moltissimo, perché comprese che studiare la storia non significava credere alla prima spiegazione che veniva in mente, ma formulare ipotesi, confrontarle con ciò che si vedeva, cercare testimonianze e documenti e, qualche volta, avere anche il coraggio di dire: «Pensavo fosse così, invece mi sbagliavo».
Qualche giorno dopo si fermò davanti al portale della chiesa e, invece di attraversarlo distrattamente come aveva sempre fatto, cominciò a osservarlo centimetro dopo centimetro, scoprendo foglie scolpite, piccoli animali, forme geometriche e perfino un minuscolo volto nascosto tra due decorazioni, così piccolo che si domandò quante persone fossero passate proprio lì sotto senza mai accorgersi della sua presenza.
Chiamò sua sorella.
«Trova il volto.»
La bambina cercò a lungo, guardando prima in alto, poi ai lati e infine vicino alle decorazioni, e quando finalmente lo individuò gridò felice come se avesse trovato un tesoro.
Da quel momento quel portale diventò per loro una specie di libro scritto nella pietra, nel quale ogni figura poteva aprire una domanda, ogni simbolo poteva avere un significato da verificare e ogni piccolo particolare poteva diventare l’inizio di una ricerca.
Cominciarono così a osservare anche le case e un pomeriggio notarono una porta molto più larga delle altre, ma invece di decidere immediatamente a che cosa fosse servita iniziarono a formulare possibilità: forse permetteva il passaggio di animali, forse conduceva a una bottega, forse serviva per trasportare attrezzi oppure aveva una funzione completamente diversa che avrebbero dovuto ancora scoprire.
Fu proprio questa incertezza a entusiasmarli.
Avevano imparato che guardare bene non significa inventare una storia, ma trovare le domande giuste per arrivare alla storia vera.
Anche i nomi delle strade cominciarono a incuriosirli, perché un nome come Via del Mulino, Largo della Cisterna o Vico dei Fabbri poteva essere una traccia lasciata dal passato e Lerio capì che perfino una parola scritta su una targa poteva diventare l’inizio di un’indagine, purché qualcuno avesse voglia di domandarsi perché quella strada avesse ricevuto proprio quel nome.
Presto altri bambini vollero partecipare e nacque così la “Compagnia degli Occhi Nuovi”, che non aveva una sede, non distribuiva tessere e non possedeva regole complicate, ma ne aveva una che tutti impararono immediatamente: non dire mai “qui non c’è niente” prima di avere guardato davvero.
Cominciarono a percorrere Selvariva con quaderni, fotografie e domande, chiedendo agli anziani, confrontando immagini, cercando informazioni e fotografando particolari che fino a poche settimane prima nessuno di loro avrebbe considerato interessanti, e ben presto accadde qualcosa che Lerio non aveva previsto, perché anche gli adulti iniziarono a partecipare alle loro ricerche.
Una signora portò una fotografia di una vecchia festa, un uomo mostrò una grande chiave appartenuta a una porta ormai sostituita, un anziano indicò il percorso seguito un tempo da un sentiero e un’altra persona ricordò dove si trovava una piccola bottega, così pezzi di conoscenza che erano rimasti separati cominciarono lentamente a incontrarsi.
Il paese sembrò diventare più grande senza che venisse costruito nulla di nuovo.
La fontana non era più soltanto una fontana.
La torre non era più soltanto una torre.
Una strada non era più semplicemente il percorso più breve per andare da una casa all’altra.
Ogni luogo diventava una domanda e ogni risposta permetteva di comprendere un poco meglio come le persone, nel corso del tempo, avessero utilizzato l’acqua, costruito le abitazioni, lavorato, viaggiato, coltivato la terra e organizzato gli spazi della comunità.
Un pomeriggio, mentre tornavano a casa dopo una delle loro esplorazioni, la sorella di Lerio disse: «Prima pensavo che per scoprire qualcosa di interessante bisognasse andare molto lontano.»
Lerio sorrise.
«Anch’io.»
«E invece continuiamo a trovare cose qui.»
Lerio guardò la torre sopra i tetti.
«Forse non le stiamo trovando.»
«E allora cosa stiamo facendo?»
«Stiamo imparando a farci accorgere della loro presenza.»
Da quel momento i bambini decisero di costruire una piccola mappa di Selvariva, ma invece di riempirla di spiegazioni inserirono soprattutto domande, perché volevano che chi la seguiva provasse lo stesso piacere della scoperta che avevano provato loro.
Perché la torre è stata costruita proprio qui?
Da dove arrivava l’acqua della fontana?
Riesci a trovare il piccolo volto sul portale?
Perché questa apertura è più grande delle altre?
Che cosa potrebbe raccontarci il nome di questa strada?
Una domenica arrivò una famiglia che non era mai stata a Selvariva e uno dei bambini seguì la loro mappa, cercò le figure del portale, osservò la torre, studiò la fontana e cominciò a fare così tante domande che, alla fine della passeggiata, quando incontrò Lerio, gli disse con entusiasmo: «Sei fortunato ad abitare qui.»
Lerio rimase sorpreso.
«Perché?»
«Perché il tuo paese è pieno di cose da scoprire.»
Lerio guardò allora la piazza, la fontana, la torre, le case e le strade che aveva conosciuto fin da piccolo e comprese quanto sia facile credere di conoscere un luogo soltanto perché lo vediamo ogni giorno, quando invece la familiarità, qualche volta, ci rende così sicuri da farci smettere proprio di osservare.
Da quel giorno, quando qualcuno attraversava velocemente la piazza, si guardava intorno per pochi minuti e diceva: «Qui non c’è niente da vedere», i bambini della “Compagnia degli Occhi Nuovi” non cercavano nemmeno di convincerlo con un lungo discorso, ma prendevano un quaderno, indicavano un particolare qualsiasi e cominciavano semplicemente con una domanda.
Perché avevano scoperto che la storia non aspetta necessariamente dietro la teca di un museo o nelle pagine di un grande libro, ma qualche volta comincia dal gradino che calpestiamo ogni mattina senza domandarci perché sia così consumato, dalla piccola figura sopra una porta che nessuno guarda più, dal nome curioso di una strada o dalla posizione di una torre che abbiamo visto mille volte senza chiederci perché sia proprio lì.
E Lerio comprese finalmente che conoscere i monumenti del proprio paese significa molto più che ricordare una data o ripetere un nome, perché significa imparare a osservare, formulare ipotesi, cercare prove, ascoltare le persone, confrontare ciò che esiste oggi con ciò che esisteva prima e soprattutto provare quella meravigliosa sensazione che nasce quando qualcosa di apparentemente conosciuto torna improvvisamente a sorprenderci.
Da allora la frase preferita della “Compagnia degli Occhi Nuovi” divenne ancora più semplice: «Non dobbiamo andare sempre lontano per fare una scoperta. Qualche volta dobbiamo soltanto avvicinarci meglio.»

